Del: 30 Luglio 2021 Di: Giulia Ariti Commenti: 0
Proteste a Cuba, ecco cosa sta succedendo

“Patria o Muerte”, lo slogan castrista delle rivoluzioni del 1959 a Cuba, viene oggi rovesciato dai protestanti cubani in chiave anti-governativa. Prendendo spunto da una celebre canzone raggaeton, “Patria y Vida” è ciò che viene invocato dalla popolazione riversata nelle strade di 15 diverse città di Cuba nella giornata dello scorso 11 luglio; nei giorni successivi si sarebbero diffuse per 60 città.

Si tratta della più grande protesta degli ultimi sessant’anni, comparabile solo alla rivoluzione che nel 1959 aveva portato all’inizio del regime di Fidel Castro.

Oggi, però, le proteste pacifiche chiedono la fine di quel regime in vigore da ormai 62 anni.
Nelle ultime settimane, la pandemia da Coronavirus ha colpito duramente l’isola: se nel 2020 le morti per Covid-19 sono state 146, quest’anno il governo ha comunicato più di 2.400 decessi sino al giorno delle proteste. I numeri, però, potrebbero essere molto più alti: da un’intervista che la BBC ha rivolto alla popolazione è emerso che in molti casi le cure mediche sarebbero state negate, conducendo diversi cittadini al decesso. L’hashtag #SOSCuba si è diffuso sui social, rendendo virali video degli ospedali sopraffatti dall’emergenza e chiedendo aiuti umanitari da rivolgere alla popolazione.

L’epidemia ha inoltre paralizzato la crescita economica dell’isola, che fonda gran parte delle sue entrate sul turismo: la già difficile crisi che Cuba stava attraversando è giunta ad essere la peggiore degli ultimi trent’anni. L’inflazione ha subito una crescita esponenziale: secondo Pavel Vidal Alejandro – ex economista della Banca Centrale di Cuba, ora professore alla Pontificia Universidad Javeriana in Colombia – l’inflazione a Cuba sarebbe cresciuta del 500% negli ultimi mesi. «La situazione è molto seria – aveva avvertito Vidal – L’alta inflazione porta sempre disordini sociali». Blackout e carenza di viveri, acqua, cure mediche e prodotti di prima necessità: una crisi tanto grave non si vedeva dagli anni Novanta, quando, con il crollo dell’Unione Sovietica che sosteneva il regime economico cubano, la popolazione aveva attraversato una terribile carestia.

Le strategie del governo si sono rivelate inefficaci: nei negozi approvati dal regime, è stato imposto il pagamento in dollari, portando la situazione ad essere ancora più critica agli occhi della popolazione che, durante le proteste, ha preso di mira questi punti di vendita, saccheggiando e vandalizzando. Cuba si è trovata, quindi, a dover fronteggiare il rincaro dei prezzi dei prodotti importati (tra cui gran parte dei viveri), l’assenza di sussidi e un disastroso raccolto di canna da zucchero, principale merce di esportazione; il tutto con un’economia fortemente centralizzata e rigidamente regolata dallo Stato, rivelatosi totalmente inefficiente nel trovare una soluzione.

Secondo il presidente Miguel Díaz-Canel, i principali colpevoli di una crisi tanto severa sarebbero gli Stati Uniti d’America, che nel 2001 hanno imposto un duro embargo economico nei confronti di Cuba.

La presidenza Obama aveva espresso l’intenzione di rivedere queste restrizioni cercando un punto di incontro con il regime di Raùl Castro; i passi avanti, però, sono stati azzerati con un ulteriore inasprimento delle restrizioni ad opera di Donald Trump nel 2017. L’embargo riguarda generi alimentari, medicinali e cure mediche, togliendo a Cuba un importante partner commerciale; oggi i dati d’importazione di generi alimentari dagli Stati Uniti sono ai minimi dal 2002.
Inoltre, rincara Díaz-Canel, la crisi sanitaria avrebbe colpito Cuba come tutto il mondo e i vaccini “made in Cuba” sarebbero già disponibili per la popolazione, nonostante sia ancora limitata la circolazione del siero in ampie aree dell’isola.

Come accennato, dai social è partita la scintilla della protesta che, presto, si è trasformata in un vero e proprio incendio. Le ultime proteste avvenute ad Avana risalgono al 1994; al tempo, molti cubani erano totalmente ignari di ciò che fosse accaduto nella capitale. L’uso dei telefoni cellulari divenne legale solo nel 2008, ma fino al 2018 l’uso di internet era disponibile solo collegandosi a sovraccariche e costosissime reti wifi pubbliche. Dopo le iniziali proteste di domenica 11 luglio in 15 città, il passaparola ha risvegliato le masse in 60 città dell’isola, rendendo il problema non più ignorabile dal governo. La polizia in tenuta antisommossa ha arrestato migliaia di manifestanti, tra cui noti rappresentanti dell’opposizione che chiedevano le dimissioni del presidente. Inoltre, per impedire la diffusione di immagini e video, il governo ha limitato l’uso di internet, bloccando per giorni la connessione a Facebook, Twitter, Instagram e Telegram.

La propaganda comunista attribuisce, ancora una volta, la responsabilità agli Stati Uniti, talvolta con accuse poco credibili o banali. Virale su Twitter è un messaggio del presidente che accusa influencer e star americane di ostacolare l’economia del paese, facendo esplicitamente il nome della ex pornostar Mia Khalifa che, a detta di Díaz-Canel, lavorerebbe con il governo per mantenere l’embargo. Questa originale propaganda non aiuta il governo statunitense a mantenere il consenso. Díaz-Canel è il primo presidente dopo i due carismatici Castro, Fidel e Raùl, con quest’ultimo che solo pochi mesi fa ha lasciato il governo in mano all’attuale presidente: come sottolinea Internazionale, il passaggio del testimone, però, non è stato accompagnato da alcuna evoluzione politica, ma, al contrario, l’economia e la politica sembrano essersi cristallizzate, mosse solo da deboli riforme economiche.

Altrettanto deboli sono le contromisure prese dal governo per rassicurare i manifestanti: dopo l’iniziale violenza, sono arrivate concessioni molto limitate, come la possibilità per i cubani che tornano dall’estero di poter portare con sé cibo e altri beni senza dover pagare imposte.

Misure ben più forti sono giunte dagli Stati Uniti. Il Dipartimento del Tesoro Americano starebbe applicando una forte pressione sul ministro cubano alla Difesa, Alvaro Lopez Miera, per “aver giocato un ruolo integrale nella repressione violenta delle proteste”. Le sanzioni impedirebbero pagamenti da enti statunitensi nei confronti di Lopez Miera e delle forze speciali, così come sarebbero vietati pagamenti provenienti da enti cubani nei confronti degli Stati Uniti. Inoltre, Ned Price, il portavoce del Dipartimento di Stato, starebbe lavorando per impedire al regime cubano di bloccare l’accesso a internet ai cittadini. Tutto ciò, ha dichiarato il presidente Biden una settimana fa, sarebbe “solo l’inizio”: «Gli Stati Uniti continueranno a sanzionare i responsabili dell’oppressione della popolazione di Cuba».

Giulia Ariti
Studentessa di Filosofia che insegue il sogno del giornalismo. Sempre con gli occhi sulla realtà di oggi e la mente verso il domani.

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