Da rileggere per la prima volta: Il barone rampante

I roman­zi di for­ma­zio­ne fan­no sem­pre ten­den­za, in un mon­do che ha pau­ra del futu­ro. Abban­do­nar­si all’automatismo degli aggior­na­men­ti è un ripie­go scet­ti­co, la secon­da scel­ta tran­quil­la per chi nel pro­gres­so non ci cre­de più e l’unico oriz­zon­te che vede sul fon­do del pre­sen­te è quel­lo del­la pro­pria rea­liz­za­zio­ne – o meglio, accet­ta­zio­ne. Gli idea­li per cui vive­va­no i nostri ante­na­ti, nel pan­theon post-moder­no del­la medio­cri­tà in cui gli dei che ci influen­za­no si pre­oc­cu­pa­no di smor­za­re ogni eccel­len­za, non sono già disva­lo­ri? Le cose bel­lis­si­me, d’altronde, a voler­le gene­ra­no ansia da prestazione. 

Que­sta spe­cie di lagna poli­fo­ni­ca dell’auto-accettazione tra­ve­sti­ta da bil­dung­sro­man insi­ste spes­so sull’accumulo espe­rien­zia­le come base com­pat­ta su cui costrui­re il sé di doma­ni, e qui si avvi­ci­na alla sen­si­bi­li­tà sto­ri­ca. Pare assur­do, dato lo scar­so rilie­vo rico­no­sciu­to alla sto­ria in ter­mi­ni di pub­bli­ca uti­li­tà, e inve­ce il con­to tor­na: a furia di nar­ra­zio­ni indi­vi­dua­li e gal­le­rie di foto-ricor­do costrui­te su misu­ra per noi dal­le nostre pro­te­si tele­co­mu­ni­ca­ti­ve, si è per­sa l’abitudine di coniu­ga­re i ver­bi al plu­ra­le, di pen­sar­ci non come uno, ma come umanità. 

Il pre­sen­ti­smo digi­ta­le crea rot­tu­re tra gene­ra­zio­ni, e le rot­tu­re gene­ra­zio­na­li sono sem­pre vuo­ti di memo­ria: lo spa­zio col­let­ti­vo che abi­ta­va­no i nostri ante­na­ti è invi­vi­bi­le non tan­to per distan­za tem­po­ra­le, ma per­ché le pro­ce­du­re di archi­vio che gover­na­no i nostri ricor­di l’hanno spe­di­to al mace­ro in con­tu­ma­cia – esse­re idea­li­sti e ragio­na­re a uto­pie è roba da imma­tu­ri, e anche un po’ fuo­ri moda. Si potrà mai ricom­por­re la frat­tu­ra tra vec­chi e gio­va­ni? For­se sì, for­se no, ma intan­to ci si può inges­sa­re in pol­tro­na con un libro del 1957 e sta­re a vede­re che succede. 

I nostri ante­na­ti è una tri­lo­gia di Ita­lo Cal­vi­no: tre sto­rie, un baro­ne ram­pan­te, un viscon­te dimez­za­to e un cava­lie­re ine­si­sten­te, a ricor­dar­ci chi sia­mo dal caos pri­mor­dia­le, sen­za solu­zio­ne di con­ti­nui­tà, sot­to alla stra­ti­fi­ca­zio­ne dei seco­li che sì cam­bia­no gli uomi­ni, ma sen­za esa­ge­ra­re. Il baro­ne ram­pan­te rac­con­ta di Cosi­mo Pio­va­sco di Ron­dò, ram­pol­lo di Ombro­sa con un padre auste­ro: ci liti­ga, se la pren­de da bra­vo ado­le­scen­te e anzi­ché chiu­der­si in came­ra si riti­ra sugli albe­ri giu­ran­do di non scen­de­re più. E biso­gna pren­der­lo sul serio, per­ché quel mat­to, nel suo rifu­gio tra le fron­de, ci resta per davvero. 

Si dirà: uno cer­ca let­tu­re ori­gi­na­li da fare a fine esta­te e si ritro­va col soli­to can­to stra­zian­te di inap­par­te­nen­za, la pap­par­del­la rifrit­ta del tizio incom­pre­so nel­la sua spe­cia­le e imper­fet­ta indi­vi­dua­li­tà da una socie­tà che lo vor­reb­be rad­driz­za­re. In effet­ti, un po’ lo è. 

Esistono tuttavia diversità che non sono una questione di aspettativa e sentirsi all’altezza. Esiste, meno nota, una solitudine che viene dal profondo delle viscere e non è un fatto di discriminazione, ma di incapacità relazionale: un voler stare cogli altri eppure, quando ci si trova lì, soffocare, sentire il bisogno di volar via. 

Si fini­sce sospe­si come ragni, impi­glia­ti nel pro­prio gro­vi­glio con­tem­pla­ti­vo, a chie­der­si se que­sto bron­to­lio cere­bra­le di sot­to­fon­do non sia una pri­gio­ne, se un ramo pri­ma o poi si rom­pe­rà, die­ci span­ne sopra a tut­ti non per sen­tir­si miglio­ri, ma per­ché come si toc­ca ter­ra si spro­fon­da. Ciò nono­stan­te, non si smet­te mai di guar­da­re sot­to: l’eremitaggio asso­lu­to a lun­go anda­re stan­ca, e poi al gesto crea­ti­vo, nell’aldiquà, ser­ve sem­pre un pun­to di partenza. 

Le cime degli albe­ri, in effet­ti, sono un otti­mo osser­va­to­rio: il baro­ne ram­pan­te sta al pas­so coi cir­co­li illu­mi­ni­sti, s’informa, orga­niz­za stra­ta­gem­mi per la tute­la dei boschi – è sepa­ra­to dal­la comu­ni­tà, irri­me­dia­bil­men­te distan­te, eppu­re atti­vo. Con le gam­be a pen­zo­lo­ni e un can­noc­chia­le a rove­scio pun­ta­to sul dive­ni­re, Cosi­mo il mon­do lo vede per il tut­to ton­do che è, sen­za cer­ca­re nel ter­mi­ta­io uma­no l’esperienza pun­ti­for­me del­la pro­pria accet­ta­zio­ne. O meglio, scor­ge pure quel­la ma è sot­tin­te­sa, stru­men­ta­le, qual­co­sa che ha sen­so solo nel­la misu­ra in cui è il pre­sup­po­sto di un bene col­let­ti­vo. Il baron­ci­no non fa in tem­po a diven­ta­re adul­to che è già scom­par­so in un pro­get­to più grande. 

Quan­to al fan­ta­sti­ca­re e alle astru­si­tà con­tem­pla­ti­ve, fun­zio­na­no cir­ca allo stes­so modo: nasco­no da un rifiu­to socia­le, e men­tre si pen­sa di sle­ga­re l’anima dal peso di vive­re sal­ta fuo­ri che han­no il vol­to di una rivo­lu­zio­ne pos­si­bi­le – lag­giù la gen­te ha biso­gno ecco­me di un can­noc­chia­le per veder­ci più niti­do, di un’utopia da appros­si­ma­re per non accon­ten­tar­si mai. Il biz­zar­ro lavo­rio intel­let­tua­le che ali­men­ta l’insonnia sem­bra una fuga, e inve­ce è solo un modo di esse­re devo­to agli altri sfio­ran­do­li appe­na: ogni fan­ta­sia eva­si­va è già un ritor­no alla real­tà, e le sto­rie inven­ta­te pro­ie­zio­ni orto­go­na­li sul­la stra­to­sfe­ra a mo’ di istru­zio­ni per l’uso, pro­po­ste, visio­ni di insie­me. Cer­to ci si pre­sen­ta come tipi nevro­ti­ci, ai mar­gi­ni, sem­pre sul­le loro e maga­ri impe­di­ti nel­la pra­ti­ci­tà quo­ti­dia­na; ma si fa un mestie­re indi­spen­sa­bi­le, e for­se que­sto basta a man­da­re in malo­ra lo scon­ten­to di esser nati così. 

Nel­la miscel­la­nea dell’inconscio col­let­ti­vo, leg­ge­re Cal­vi­no è pesca­re una fia­ba sen­za tem­po e ricon­ci­liar­si con ciò che era­va­mo altro­ve, non ora e non qui, tra i sogni e le ango­sce di chi è sta­to diver­so, insod­di­sfat­to pri­ma di noi. E sen­ti­re anco­ra un futu­ro tra le mani, qual­co­sa in cui cre­de­re. Se poi, seguen­do le vicen­de del Ron­dò, si doves­se avver­ti­re una disgra­zia­ta affi­ni­tà elet­ti­va, allo­ra que­sto libro diven­ta un mani­fe­sto di lot­ta al disim­pe­gno: un invi­to ad accet­ta­re come sia­mo solo per il gusto di annul­la­re quel sé, per­ché oltre la pau­ra a guar­dar­si den­tro c’è tut­ta la pie­nez­za di sco­prir­si par­te di un cosmo. 

Con­di­vi­di:
Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.