Del: 24 Settembre 2021 Di: SIR Commenti: 0
La banalità del bene (e del giusto) in Afghanistan

EliSIR è la rubrica di geopolitica e relazioni internazionali curata su Vulcano da SIR – Studenti per le Relazioni Internazionali, associazione studentesca della Statale.


Il mese di agosto del 2021 verrà forse ricordato come uno dei momenti più bui della grande potenza americana. Il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan – fortemente voluto da Trump prima e Biden poi, nonché dalla maggioranza dell’opinione pubblica statunitense – ha destabilizzato una volta di più un territorio da tempo molto fragile. Se umanamente è facile individuare le vittime dei recenti eventi negli innocenti barbaramente uccisi, nelle donne private delle poche libertà conquistate negli ultimi due decenni o nei bambini privati di una speranza di futuro, è assai più complesso attribuire oneri e onori in una regione perennemente instabile e soggetta a rapidi stravolgimenti.

L’infantilismo del dibattito pubblico italiano emerge con la crisi afghana in tutta la sua naturalezza: buoni contro cattivi, giusti contro sbagliati, sinistra contro destra, un’assidua semplificazione di dinamiche estremamente complesse in cui si cercano santi ed eroi, alla frenetica ricerca dell’isola che non c’è.

Ma le logiche geopolitiche mal si conciliano con analisi e approcci banali e puramente ideologici, tipici delle discussioni interne alla nazione. Sul campo di battaglia i buoni non esistono – i giusti tantomeno – e se anche esistessero soccomberebbero. Nella penisola italiana i sovranisti di destra e i pacifisti di sinistra giudicano le crisi sulla base di valori individuali, personali e dunque aleatori, o persino per futili convenienze di consenso interno alla popolazione. Ambo le parti dimenticano che durante la Seconda guerra mondiale lo stivale è stato liberato non da noi stessi – che come ricordò Mario Draghi in occasione delle celebrazioni del 25 aprile «non fummo tutti, noi italiani, brava gente» – bensì da paesi terzi nostri rivali durante il conflitto.

Le logiche sovraniste avrebbero imposto la non belligeranza in favore dell’isolazionismo, mentre quelle pacifiste avrebbero ugualmente predicato la pace – seppur con motivazioni differenti alla base – mentre il sangue veniva versato. Ciò non implica, naturalmente, che le guerre combattute lontano da casa siano atti di benevolenza gratuita verso altri popoli, poiché ogni media o grande potenza esistente ricerca anche (e soprattutto) interessi diretti e l’utilità viene spesso travestita da umanità. Tuttavia, significa che è pressoché impossibile assegnare genericamente patenti di bontà o giustizia su questioni così complesse, sviluppate su fondamenta antiche e nel quale diversi attori sono stati protagonisti.

“Give war a chance” sostengono molti esperti, perché la guerra è indubbiamente sangue e dolore, atrocità perpetrate alle quali si contrappongono altrettante efferatezze, l’essenza del male che si espande a macchia d’olio; ma la guerra è anche stabilità o tentativo di normalità, distruzione di autoritarismi o organizzazioni criminali, fino a timidi (a tratti grotteschi) tentativi di nation bulding.

La ricerca da parte di una potenza di interessi interni può talvolta combaciare con interessi altrui. Peraltro, come ogni azione politica la guerra è giudicabile solo per tappe: può essere un errore nel breve periodo e portare benefici nel lungo, allo stesso tempo può essere ottima nel presente e deleteria poi, o ancora può risultare positiva inizialmente, negativa nel medio termine e magari nuovamente positiva nel lungo, nonché diversamente giudicabile a seconda degli occhi di chi osserva e le orecchie di chi ascolta. Questa sequela di combinazioni – seppur ve ne siano molteplici oltre alle suddette – è già di per sé sintomo dell’impossibilità di fornire o ottenere analisi rapide e definitive su crisi recenti o addirittura, come in territorio afghano, ancora in corso oggi e da decenni a questa parte.

Il ritiro di americani e alleati NATO dall’Afghanistan – con la contemporanea avanzata talebana e il crollo del fragile e corrotto governo di Kabul – viene diffusamente considerato un errore grave di Washington, sia sul piano umanitario sia sul piano geopolitico. Il Presidente Biden ha spiegato come la presenza americana nella regione fosse diventata ormai insostenibile, ossia uno spreco di risorse umane ed economiche superfluo e dannoso per i nuovi equilibri mondiali e le odierne strategie geopolitiche. L’opinione pubblica del mondo occidentale ha criticato pesantemente le scelte imposte dalla Casa Bianca, specialmente per le goffe modalità con cui è avvenuto il ritiro e attribuendole dunque la responsabilità delle barbarie talebane.

Ma se, come anticipato, è semplice (nonché apprezzabile) provare empatia per il sangue innocente versato, è altrettanto agevole individuare buone dosi di opportunismo nell’approccio collettivo alla crisi in questione.

Il dolore causato dalle immagini provenienti dall’Afghanistan nasconde paure più intime, sospetti di instabilità futura e scarsa fiducia nell’attuale assetto del sistema internazionale. Molte preoccupazioni derivano dal fatto che Washington non sembra più disposta a presenziare ad ogni appuntamento bellicoso, ad ogni contesa aperta: gli alleati europei, Taiwan e tanti altri si interrogano sulle future relazioni di potere e sul tipo di polarità che regolerà il mondo. I sistemi decisionali degli Stati, gli apparati burocratici e le popolazioni stesse si chiedono chi li proteggerà qualora avessero bisogno di aiuto, perché così come gli americani hanno abbandonato gli afghani potrebbero fare lo stesso con altri qualora ce ne fosse necessità. Perché è proprio il concetto di necessità a fornire le linee guida ai governi, non a caso sulla dicotomia necessità-agire politico si fondano millenni di dibattito nella filosofia politica a partire da Tucidide.

Ma lo stupore in questo caso non è giustificato. Perché gli Stati, e in particolare le grandi potenze, ragionano in termini utilitaristici. Le popolazioni quasi sempre in termini umanitari, o al limite ideologici. L’America non è buona, non è cattiva. L’America segue semplicemente le tradizionali dinamiche internazionali, norme non scritte che regolano ogni accadimento.

Infine, è buona norma ricordare che il bene e il male sono concetti soggettivi, in quanto i valori democratici del mondo occidentale non sono universalmente riconosciuti. E così vale per il giusto e lo sbagliato, astrazioni ancor più arbitrarie del bene e del male nel quale è facile affondare.

Articolo di Riccardo Arcobello.

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SIR, Students for International Relations, è un'associazione studentesca attiva in Unimi. Opera nel campo della geopolitica e delle relazioni internazionali.

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