EliSIR. La banalità del bene (e del giusto) in Afghanistan

La banalità del bene (e del giusto) in Afghanistan

EliSIR è la rubrica di geopolitica e relazioni internazionali curata su Vulcano da SIR – Students for International Relations, associazione studentesca della Statale.


Il mese di ago­sto del 2021 ver­rà for­se ricor­da­to come uno dei momen­ti più bui del­la gran­de poten­za ame­ri­ca­na. Il riti­ro del­le trup­pe ame­ri­ca­ne dall’Afghanistan – for­te­men­te volu­to da Trump pri­ma e Biden poi, non­ché dal­la mag­gio­ran­za dell’opinione pub­bli­ca sta­tu­ni­ten­se – ha desta­bi­liz­za­to una vol­ta di più un ter­ri­to­rio da tem­po mol­to fra­gi­le. Se uma­na­men­te è faci­le indi­vi­dua­re le vit­ti­me dei recen­ti even­ti negli inno­cen­ti bar­ba­ra­men­te ucci­si, nel­le don­ne pri­va­te del­le poche liber­tà con­qui­sta­te negli ulti­mi due decen­ni o nei bam­bi­ni pri­va­ti di una spe­ran­za di futu­ro, è assai più com­ples­so attri­bui­re one­ri e ono­ri in una regio­ne peren­ne­men­te insta­bi­le e sog­get­ta a rapi­di stravolgimenti. 

L’infantilismo del dibattito pubblico italiano emerge con la crisi afghana in tutta la sua naturalezza: buoni contro cattivi, giusti contro sbagliati, sinistra contro destra, un’assidua semplificazione di dinamiche estremamente complesse in cui si cercano santi ed eroi, alla frenetica ricerca dell’isola che non c’è.

Ma le logi­che geo­po­li­ti­che mal si con­ci­lia­no con ana­li­si e approc­ci bana­li e pura­men­te ideo­lo­gi­ci, tipi­ci del­le discus­sio­ni inter­ne alla nazio­ne. Sul cam­po di bat­ta­glia i buo­ni non esi­sto­no – i giu­sti tan­to­me­no – e se anche esi­stes­se­ro soc­com­be­reb­be­ro. Nel­la peni­so­la ita­lia­na i sovra­ni­sti di destra e i paci­fi­sti di sini­stra giu­di­ca­no le cri­si sul­la base di valo­ri indi­vi­dua­li, per­so­na­li e dun­que alea­to­ri, o per­si­no per futi­li con­ve­nien­ze di con­sen­so inter­no alla popo­la­zio­ne. Ambo le par­ti dimen­ti­ca­no che duran­te la Secon­da guer­ra mon­dia­le lo sti­va­le è sta­to libe­ra­to non da noi stes­si – che come ricor­dò Mario Dra­ghi in occa­sio­ne del­le cele­bra­zio­ni del 25 apri­le «non fum­mo tut­ti, noi ita­lia­ni, bra­va gen­te» – ben­sì da pae­si ter­zi nostri riva­li duran­te il conflitto. 

Le logi­che sovra­ni­ste avreb­be­ro impo­sto la non bel­li­ge­ran­za in favo­re dell’isolazionismo, men­tre quel­le paci­fi­ste avreb­be­ro ugual­men­te pre­di­ca­to la pace – sep­pur con moti­va­zio­ni dif­fe­ren­ti alla base – men­tre il san­gue veni­va ver­sa­to. Ciò non impli­ca, natu­ral­men­te, che le guer­re com­bat­tu­te lon­ta­no da casa sia­no atti di bene­vo­len­za gra­tui­ta ver­so altri popo­li, poi­ché ogni media o gran­de poten­za esi­sten­te ricer­ca anche (e soprat­tut­to) inte­res­si diret­ti e l’utilità vie­ne spes­so tra­ve­sti­ta da uma­ni­tà. Tut­ta­via, signi­fi­ca che è pres­so­ché impos­si­bi­le asse­gna­re gene­ri­ca­men­te paten­ti di bon­tà o giu­sti­zia su que­stio­ni così com­ples­se, svi­lup­pa­te su fon­da­men­ta anti­che e nel qua­le diver­si atto­ri sono sta­ti protagonisti.

“Give war a chance” sostengono molti esperti, perché la guerra è indubbiamente sangue e dolore, atrocità perpetrate alle quali si contrappongono altrettante efferatezze, l’essenza del male che si espande a macchia d’olio; ma la guerra è anche stabilità o tentativo di normalità, distruzione di autoritarismi o organizzazioni criminali, fino a timidi (a tratti grotteschi) tentativi di nation bulding.

La ricer­ca da par­te di una poten­za di inte­res­si inter­ni può tal­vol­ta com­ba­cia­re con inte­res­si altrui. Peral­tro, come ogni azio­ne poli­ti­ca la guer­ra è giu­di­ca­bi­le solo per tap­pe: può esse­re un erro­re nel bre­ve perio­do e por­ta­re bene­fi­ci nel lun­go, allo stes­so tem­po può esse­re otti­ma nel pre­sen­te e dele­te­ria poi, o anco­ra può risul­ta­re posi­ti­va ini­zial­men­te, nega­ti­va nel medio ter­mi­ne e maga­ri nuo­va­men­te posi­ti­va nel lun­go, non­ché diver­sa­men­te giu­di­ca­bi­le a secon­da degli occhi di chi osser­va e le orec­chie di chi ascol­ta. Que­sta seque­la di com­bi­na­zio­ni – sep­pur ve ne sia­no mol­te­pli­ci oltre alle sud­det­te – è già di per sé sin­to­mo dell’impossibilità di for­ni­re o otte­ne­re ana­li­si rapi­de e defi­ni­ti­ve su cri­si recen­ti o addi­rit­tu­ra, come in ter­ri­to­rio afgha­no, anco­ra in cor­so oggi e da decen­ni a que­sta parte.

Il riti­ro di ame­ri­ca­ni e allea­ti NATO dall’Afghanistan – con la con­tem­po­ra­nea avan­za­ta tale­ba­na e il crol­lo del fra­gi­le e cor­rot­to gover­no di Kabul – vie­ne dif­fu­sa­men­te con­si­de­ra­to un erro­re gra­ve di Washing­ton, sia sul pia­no uma­ni­ta­rio sia sul pia­no geo­po­li­ti­co. Il Pre­si­den­te Biden ha spie­ga­to come la pre­sen­za ame­ri­ca­na nel­la regio­ne fos­se diven­ta­ta ormai inso­ste­ni­bi­le, ossia uno spre­co di risor­se uma­ne ed eco­no­mi­che super­fluo e dan­no­so per i nuo­vi equi­li­bri mon­dia­li e le odier­ne stra­te­gie geo­po­li­ti­che. L’opinione pub­bli­ca del mon­do occi­den­ta­le ha cri­ti­ca­to pesan­te­men­te le scel­te impo­ste dal­la Casa Bian­ca, spe­cial­men­te per le gof­fe moda­li­tà con cui è avve­nu­to il riti­ro e attri­buen­do­le dun­que la respon­sa­bi­li­tà del­le bar­ba­rie talebane. 

Ma se, come anticipato, è semplice (nonché apprezzabile) provare empatia per il sangue innocente versato, è altrettanto agevole individuare buone dosi di opportunismo nell’approccio collettivo alla crisi in questione. 

Il dolo­re cau­sa­to dal­le imma­gi­ni pro­ve­nien­ti dall’Afghanistan nascon­de pau­re più inti­me, sospet­ti di insta­bi­li­tà futu­ra e scar­sa fidu­cia nell’attuale asset­to del siste­ma inter­na­zio­na­le. Mol­te pre­oc­cu­pa­zio­ni deri­va­no dal fat­to che Washing­ton non sem­bra più dispo­sta a pre­sen­zia­re ad ogni appun­ta­men­to bel­li­co­so, ad ogni con­te­sa aper­ta: gli allea­ti euro­pei, Tai­wan e tan­ti altri si inter­ro­ga­no sul­le futu­re rela­zio­ni di pote­re e sul tipo di pola­ri­tà che rego­le­rà il mon­do. I siste­mi deci­sio­na­li degli Sta­ti, gli appa­ra­ti buro­cra­ti­ci e le popo­la­zio­ni stes­se si chie­do­no chi li pro­teg­ge­rà qua­lo­ra aves­se­ro biso­gno di aiu­to, per­ché così come gli ame­ri­ca­ni han­no abban­do­na­to gli afgha­ni potreb­be­ro fare lo stes­so con altri qua­lo­ra ce ne fos­se neces­si­tà. Per­ché è pro­prio il con­cet­to di neces­si­tà a for­ni­re le linee gui­da ai gover­ni, non a caso sul­la dico­to­mia neces­si­tà-agi­re poli­ti­co si fon­da­no mil­len­ni di dibat­ti­to nel­la filo­so­fia poli­ti­ca a par­ti­re da Tucidide.

Ma lo stu­po­re in que­sto caso non è giu­sti­fi­ca­to. Per­ché gli Sta­ti, e in par­ti­co­la­re le gran­di poten­ze, ragio­na­no in ter­mi­ni uti­li­ta­ri­sti­ci. Le popo­la­zio­ni qua­si sem­pre in ter­mi­ni uma­ni­ta­ri, o al limi­te ideo­lo­gi­ci. L’America non è buo­na, non è cat­ti­va. L’America segue sem­pli­ce­men­te le tra­di­zio­na­li dina­mi­che inter­na­zio­na­li, nor­me non scrit­te che rego­la­no ogni accadimento.

Infi­ne, è buo­na nor­ma ricor­da­re che il bene e il male sono con­cet­ti sog­get­ti­vi, in quan­to i valo­ri demo­cra­ti­ci del mon­do occi­den­ta­le non sono uni­ver­sal­men­te rico­no­sciu­ti. E così vale per il giu­sto e lo sba­glia­to, astra­zio­ni ancor più arbi­tra­rie del bene e del male nel qua­le è faci­le affondare. 

Arti­co­lo di Ric­car­do Arcobello.

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SIR, Stu­den­ts for Inter­na­tio­nal Rela­tions, è un’as­so­cia­zio­ne stu­den­te­sca atti­va in Uni­mi. Ope­ra nel cam­po del­la geo­po­li­ti­ca e del­le rela­zio­ni internazionali.

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