I vent’anni di sangue delle guerre al terrore

Gli atten­ta­ti dell’11 set­tem­bre sono sta­ti l’anticamera del­la con­fi­gu­ra­zio­ne attua­le del mon­do in cui noi gio­va­ni ci sia­mo tro­va­ti a vive­re. Le con­se­guen­ze poli­ti­che e geo­po­li­ti­che han­no segna­to que­sto ven­ten­nio e han­no avu­to rifles­si anche in aspet­ti del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà, come la mag­gior rigi­di­tà dei con­trol­li di sicu­rez­za. Gli attac­chi sono sta­ti subi­to visti come un atto di guer­ra con­tro gli Sta­ti Uni­ti e l’Occidente, “un nuo­vo tipo di guer­ra”, li defi­nì Bush in un discor­so ai cit­ta­di­ni ame­ri­ca­ni, in cui sosten­ne la neces­si­tà di un inter­ven­to militare. 

L’attacco all’Afghanistan era giudicato inevitabile e già nelle ore successive agli attentati alcuni commentatori pensavano potesse avvenire nel giro di pochi giorni. 

Lo “sta­to cana­glia” coman­da­to dai tale­ba­ni, infat­ti, era giu­di­ca­to col­pe­vo­le per­ché ospi­ta­va Osa­ma Bin Laden, la men­te die­tro l’attacco alle Tor­ri Gemel­le e al Pen­ta­go­no, non­ché il ter­ro­ri­sta nume­ro uno al mon­do. Le ope­ra­zio­ni ini­zia­ro­no dopo un ulti­ma­tum da par­te dell’amministrazione Bush ver­so i Tale­ba­ni, cadu­to a vuo­to, con cui sostan­zial­men­te gli Sta­ti Uni­ti chie­de­va­no al gover­no di Kabul di por­re fine a ogni rap­por­to con il ter­ro­ri­smo isla­mi­sta, di con­se­gna­re i lea­der di Al Qae­da (tra cui Bin Laden) e di libe­ra­re i cit­ta­di­ni stra­nie­ri dete­nu­ti. Fu così che il 7 otto­bre, poco meno di un mese dopo gli atten­ta­ti, Bush ten­ne un discor­so alla Nazio­ne annun­cian­do l’inizio del­la guer­ra con­tro l’Afghanistan col sup­por­to di un’ampia coa­li­zio­ne inter­na­zio­na­le: «Su mio ordi­ne, le for­ze mili­ta­ri degli Sta­ti Uni­ti han­no ini­zia­to gli attac­chi con­tro i cam­pi di adde­stra­men­to dei ter­ro­ri­sti di Al Qae­da e con­tro le instal­la­zio­ni mili­ta­ri del regi­me dei Tale­ban in Afgha­ni­stan. Que­ste azio­ni atten­ta­men­te mira­te han­no come fine quel­lo di distrug­ge­re l’uso dell’Afghanistan come base ter­ro­ri­sti­ca e di attac­ca­re le capa­ci­tà mili­ta­ri del regi­me dei Taleban». 

Nel giro di un mese i Tale­ba­ni abban­do­na­ro­no Kabul, ma la guer­ra con­ti­nuò per soste­ne­re il nuo­vo gover­no afgha­no e per sra­di­ca­re le cel­lu­le ter­ro­ri­sti­che dall’Afghanistan. Nel mag­gio del 2011 gli ame­ri­ca­ni por­ta­ro­no a ter­mi­ne con suc­ces­so l’operazione Nep­tu­re Spear, ucci­den­do in Paki­stan Osa­ma Bin Laden e por­tan­do il popo­lo sta­tu­ni­ten­se in piaz­za a festeg­gia­re come per un’importante vit­to­ria spor­ti­va. Nono­stan­te que­sto la guer­ra in Afgha­ni­stan con­ti­nuò anco­ra per die­ci anni, fino al repen­ti­no riti­ro del mese scorso. 

L’altro pesan­te inter­ven­to sta­tu­ni­ten­se all’interno di quel­la che è sta­ta defi­ni­ta “guer­ra al ter­ro­re” fu l’invasione dell’Iraq nel 2003, giu­sti­fi­ca­ta da par­te dell’amministrazione Bush con pro­ve fal­se riguar­dan­ti un pre­sun­to appog­gio al ter­ro­ri­smo isla­mi­sta da par­te del dit­ta­to­re Sad­dam Hus­sein e la pre­sen­za di armi di distru­zio­ne di mas­sa in ter­ri­to­rio ira­che­no. Sad­dam fu depo­sto e giu­sti­zia­to nel 2006, ma la guer­ra con­ti­nuò fino al 2011. 

Le conseguenze del conflitto furono lo scoppio di una guerra civile e, come causa indiretta, la formazione dell’ISIS, con tutto quello che questo ha comportato nel paese mediorientale e nel resto del mondo.

Il bilan­cio di que­sti due con­flit­ti è piut­to­sto pesan­te: in Afgha­ni­stan si par­la di più di 70.000 vit­ti­me civi­li e in Iraq più di 100.000, men­tre tenen­do con­to di entram­be le guer­re si regi­stra­no qua­si 10.000 mor­ti tra i sol­da­ti del­la coa­li­zio­ne inter­na­zio­na­le e 100.000 tra com­mi­li­to­ni fede­li a Sad­dam o ai Tale­ba­ni. Non van­no dimen­ti­ca­ti inol­tre i cri­mi­ni di guer­ra di cui si sono mac­chia­ti i sol­da­ti sta­tu­ni­ten­si e in par­te anche bri­tan­ni­ci, rive­la­ti da Wiki­leaks tra­mi­te la dif­fu­sio­ne di docu­men­ti mili­ta­ri segre­ti, che met­to­no ulte­rior­men­te in dub­bio le ragio­ni del­la pro­pa­gan­da inter­ven­ti­sta occidentale.

A vent’anni di distan­za dai ter­ri­bi­li atten­ta­ti che han­no segna­to la sto­ria recen­te è dif­fi­ci­le dire cosa sareb­be suc­ces­so se non ci fos­se­ro sta­ti gli inter­ven­ti in Afgha­ni­stan, in Iraq e in altre zone del mon­do. Tut­ta­via allo sta­to attua­le sem­bra chia­ro il fal­li­men­to dei pro­po­si­ti ame­ri­ca­ni e soprat­tut­to del­la cosid­det­ta “dot­tri­na Bush” basa­ta sull’intervento mili­ta­re pre­ven­ti­vo e sul­la ricer­ca di costi­tui­re: «Un inter­na­zio­na­li­smo squi­si­ta­men­te ame­ri­ca­no che riflet­ta l’unione dei nostri valo­ri e dei nostri inte­res­si nazio­na­li. Lo sco­po di que­sta stra­te­gia è con­tri­bui­re a ren­de­re il mon­do non sol­tan­to più sicu­ro, ma anche miglio­re». In Afgha­ni­stan lo sfor­zo eco­no­mi­co e bel­li­co ven­ten­na­le non è riu­sci­to a for­ni­re l’appoggio neces­sa­rio ai loca­li per con­tra­sta­re auto­no­ma­men­te i Tale­ba­ni. La loro pre­sa di pote­re ha fat­to anche rial­za­re la testa agli acer­ri­mi nemi­ci dell’ISIS, che ne han dato dimo­stra­zio­ne com­pien­do atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci. Peral­tro Al-Qae­da è anco­ra pre­sen­te nel ter­ri­to­rio afgha­no, anche se il Pen­ta­go­no smen­ti­sce che l’organizzazione ter­ro­ri­sti­ca pos­sa costi­tui­re una minac­cia simi­le a quel­la di vent’anni fa.

Per quan­to riguar­da l’intervento in Iraq è pale­se il fal­li­men­to del ten­ta­ti­vo ame­ri­ca­no di espor­ta­re un model­lo demo­cra­ti­co per sta­bi­liz­za­re il pae­se. Lo scon­ten­to popo­la­re per la cor­ru­zio­ne dif­fu­sa è tan­gi­bi­le e l’allarme ter­ro­ri­smo è con­cre­to, nono­stan­te il gover­no por­ti avan­ti azio­ni anti­ter­ro­ri­sti­che che spes­so han­no suc­ces­so. Cosa ci riser­ve­rà il futu­ro è impos­si­bi­le da dir­si, cer­to è che l’Afghanistan potreb­be diven­ta­re un ter­re­no fer­ti­le per la rina­sci­ta del jiha­di­smo glo­ba­le, mes­so in dif­fi­col­tà dal­le azio­ni mili­ta­ri recen­ti, e soprat­tut­to le vicen­de del­le ulti­me set­ti­ma­ne potreb­be­ro far scuo­la in altre zone del mon­do e que­sto è uno sce­na­rio di cui l’Occidente deve tene­re conto.

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Luca D'Andrea
Clas­se 1995, stu­dio Sto­ria, mi piac­cio­no le cose sem­pli­ci e le sto­rie complesse.

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