Pillole di economia. Il “costo” della guerra

Pillole di economia. Il "costo" della guerra

Le tematiche di carattere economico rientrano senza dubbio nel ventaglio di argomenti spesso difficili da comprendere a fondo per chi non ne ha mai approfondito lo studio. Abbiamo deciso di dare vita a questa rubrica nella quale cercheremo di sviscerare, con il linguaggio più semplice e accessibile possibile, vari temi economici legati all’attualità. A questo link trovate le scorse puntate.


Il recen­te riti­ro del­le trup­pe ame­ri­ca­ne in Afgha­ni­stan e il ven­ten­na­le dell’attacco alle Tor­ri Gemel­le han­no por­ta­to ine­vi­ta­bil­men­te sia i media che la poli­ti­ca a rac­con­ta­re e discu­te­re la guer­ra sot­to più acce­zio­ni, tra le qua­li quel­la eco­no­mi­ca. Ecco, quin­di, che gior­na­li e con­fe­ren­ze stam­pa han­no dato sfo­go a sti­me sul­le spe­se del­la guer­ra e sul­le pro­spet­ti­ve futu­re e a rifles­sio­ni sul­le per­di­te e i gua­da­gni che essa com­por­ta, uti­liz­zan­do spes­so l’espressione “costo del­la guer­ra”.

Ma cosa si intende per costo di una guerra?

Quan­do si par­la di “costo”, in eco­no­mia si inten­de l’insieme del­le spe­se di pro­du­zio­ne di un bene o di un ser­vi­zio. Se pren­dia­mo ad esem­pio una reda­zio­ne di un gior­na­le, i costi cor­ri­spon­do­no alle spe­se soste­nu­te per la pro­du­zio­ne del­lo stes­so (la retri­bu­zio­ne di chi ci lavo­ra, la car­ta, la stam­pa…). Nel con­te­sto bel­li­co è dif­fi­ci­le pen­sa­re a un’idea di costo ade­ren­te a que­sta defi­ni­zio­ne, in quan­to non si ha una pro­du­zio­ne di beni in sen­so stret­to, ma sicu­ra­men­te non si può igno­ra­re il sacri­fi­cio richie­sto per soste­ner­la, sia eco­no­mi­co, sia umano. 

Quan­do par­lia­mo di “costo del­la guer­ra” stia­mo quin­di uti­liz­zan­do sem­pli­ce­men­te un modo di dire? Non pro­prio. Una com­po­nen­te eco­no­mi­ca è chia­ra­men­te pre­sen­te, ma quan­do si inten­de par­la­re dell’insieme del­le con­se­guen­ze del­la guer­ra sull’economia di una socie­tà sareb­be più cor­ret­to defi­nir­lo “dan­no eco­no­mi­co”.

Soste­ne­re uno scon­tro bel­li­co impli­ca sì un costo finan­zia­rio (que­sta vol­ta il ter­mi­ne è uti­liz­za­to pro­pria­men­te) che rica­de sul­le cas­se del­lo Sta­to, ma anche una distru­zio­ne di beni eco­no­mi­ci (pen­sia­mo ai mez­zi, alle abi­ta­zio­ni,…) pub­bli­ci e pri­va­ti che col­pi­rà ine­vi­ta­bil­men­te anche i cit­ta­di­ni futu­ri, non­ché la per­di­ta di vite uma­ne che costi­tui­va­no una ric­chez­za sul pia­no uma­no, su quel­lo socia­le e su quel­lo eco­no­mi­co, con­tri­buen­do con il loro lavo­ro alla pro­du­zio­ne di beni. Il soste­gno di una guer­ra per uno Sta­to por­te­rà inol­tre a un aumen­to dell’inflazione (del­la qua­le pote­te tro­va­re qui una spie­ga­zio­ne) e, come se non bastas­se, a un aumen­to del debi­to nei con­fron­ti dei Pae­si este­ri e dei cit­ta­di­ni. Que­sto debi­to vie­ne peral­tro accu­mu­la­to per finan­zia­re il neces­sa­rio per affron­ta­re un’attività come la guer­ra, che è sostan­zial­men­te impro­dut­ti­va dal pun­to di vista eco­no­mi­co, e lo stes­so pese­rà per mol­to sul­le gene­ra­zio­ni future. 

Nel caso spe­ci­fi­co del­la guer­ra in Afgha­ni­stan, il costo soste­nu­to in ter­mi­ni finan­zia­ri è sta­to enor­me. Già nel 2012 ilPo­st osser­va­va come que­sta fos­se la secon­da guer­ra più costo­sa per gli Sta­ti Uni­ti, pre­ce­du­ta sola­men­te dal­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le; costo che è sicu­ra­men­te da impu­ta­re a un aumen­to dei prez­zi di armi che sono sem­pre più sofi­sti­ca­te, e a una mag­gio­re capa­ci­tà del­lo Sta­to, cre­sciu­to eco­no­mi­ca­men­te dal 1945, di soste­ne­re le spese.

Se guar­dia­mo oggi quan­to è costa­ta la guer­ra al ter­ro­ri­smo (quin­di non solo in Afgha­ni­stan) agli Sta­ti Uni­ti,  il pro­get­to del­la Bro­wn Uni­ver­si­ty di Prin­ce­ton “Costs of war” sti­ma 5 800 miliar­di di dol­la­ri uti­liz­za­ti per finan­zia­re la lot­ta al ter­ro­ri­smo post 11 set­tem­bre 2001. La cifra com­pren­de non solo le spe­se bel­li­che, ma anche le futu­re spe­se medi­che e assi­sten­zia­li per i vete­ra­ni e quel­le per la pre­ven­zio­ne del ter­ro­ri­smo sul ter­ri­to­rio nazio­na­le (solo que­ste han­no richie­sto 1 117 miliar­di di dol­la­ri). Il pro­get­to del­la Bro­wn non ha tenu­to con­to solo di que­sti costi finan­zia­ri, ma anche del com­pu­to del­le vit­ti­me, sti­ma­te a 801mila tra civi­li e mili­ta­ri in Afgha­ni­stan, Iraq, Yemen, Paki­stan, Siria e altri Paesi.

A un costo sostenuto da qualcuno corrisponde poi un guadagno per qualcun altro. 

Già nel 1935 il gene­ra­le dei Mari­nes Smed­ley D. Butler, non facen­do segre­to del fat­to che dal­la guer­ra deri­vas­se­ro gran­di pro­fit­ti per alcu­ni, soste­ne­va che: «La Guer­ra è un rac­ket. […] L’unico i cui gua­da­gni si con­ta­no in dol­la­ri, e le per­di­te in vite umane.»

Dai dati del­lo Stoc­kholm Inter­na­tio­nal Pea­ce Research Insti­tu­te (SIPRI) riguar­do i pro­dut­to­ri di armi, è pos­si­bi­le osser­va­re quan­to, se tan­to gran­di sono le spe­se da par­te degli Sta­ti in guer­ra, altret­tan­to lo sono i pro­fit­ti del­le com­pa­gnie che for­ni­sco­no i mez­zi per com­bat­ter­la. Tra le pri­me die­ci del­la lista pre­sen­ta­ta dal Glo­bal Research rien­tra anche l’italiana Fin­mec­ca­ni­ca SPA, al nono posto con 100 milio­ni di dol­la­ri di pro­fit­ti nel 2013. Al pri­mo posto si tro­va inve­ce l’Americana Loc­keed Mar­tin, che con­ta 3 miliar­di di dol­la­ri in pro­fit­ti otte­nu­ti gra­zie alla pro­du­zio­ne di aerei da com­bat­ti­men­to e mis­si­li marit­ti­mi e terrestri. 

Per rispon­de­re, quin­di, alla doman­da se sia cor­ret­to par­la­re di “costo di una guer­ra”, pos­sia­mo ora affer­ma­re che, se ci atte­nes­si­mo alla defi­ni­zio­ne dell’economia poli­ti­ca, dovrem­mo con­si­de­ra­re all’interno dell’espressione sola­men­te i costi finan­zia­ri, anche se sicu­ra­men­te a livel­lo comu­ni­ca­ti­vo risul­ta par­ti­co­lar­men­te effi­ca­ce uti­liz­za­re l’espressione in sen­so lato, in ter­mi­ni non solo eco­no­mi­ci, ma anche di sfor­zi e sacri­fi­ci che l’impegno bel­li­co richiede.

Con­di­vi­di:
Martina Di Paolantonio
Dal 1999 fac­cio con­cor­ren­za all’a­gen­zia di pro­mo­zio­ne turi­sti­ca abruz­ze­se, nel tem­po libe­ro mi lamen­to per qual­sia­si cosa.

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