Afghanistan, genesi e sviluppo della crisi: Cecilia Sala in Statale

Afghanistan, genesi e sviluppo della crisi: Cecilia Sala in Statale

«A Kabul ricor­do di esse­re pas­sa­ta davan­ti a un liceo, quan­do anco­ra i tale­ba­ni non si era­no impa­dro­ni­ti del­la cit­tà. All’uscita, le stu­den­tes­se, non anco­ra don­ne ma non più bam­bi­ne, dice­va­no di voler imbrac­cia­re i kala­sh­ni­kov e par­ti­re per difen­de­re la Repub­bli­ca. Un kala­sh­ni­kov pro­ba­bil­men­te non lo ave­va­no nem­me­no mai visto. Mol­te vostre coe­ta­nee lì han­no scel­to di non spo­sar­si, entran­do in con­flit­to con le fami­glie, ma di stu­dia­re e quin­di lavo­ra­re. Ora che ci sono i Tale­ba­ni non le vuo­le più nes­su­no, sono mac­chia­te da un’onta. Cosa dovrem­mo dire a que­ste ragaz­ze? Cosa dovrem­mo dire ai milio­ni di gio­va­ni afga­ni? Lì non è come qua in Ita­lia, è un pae­se pie­no zep­po di gio­va­ni. Non pos­so pen­sa­re che fini­sca tut­to così». 

Cecilia Sala, giornalista specializzata in inchieste e reportage internazionali per Il FoglioWILLita, conclude così il suo intervento del 22 ottobre dal titolo “Afghanistan: genesi e sviluppo della crisi”, tenutosi all’Università degli Studi di Milano e organizzato da Unilab UniMI. 

Paro­le di chi non si accon­ten­ta di segui­re gli even­ti da lon­ta­no, ma di una pro­fes­sio­ni­sta corag­gio­sa, in pri­ma fila duran­te i gior­ni che han­no por­ta­to alla fati­di­ca data del 15 ago­sto.

Pro­prio il gior­no di Fer­ra­go­sto di quest’anno, i tale­ba­ni entra­va­no a Kabul, dopo un’offensiva-lampo ini­zia­ta a mag­gio, men­tre il Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Isla­mi­ca del­l’Af­gha­ni­stan Gha­ni fug­gi­va negli Emi­ra­ti Ara­bi. La stra­da era sta­ta spia­na­ta dagli Accor­di di Doha del feb­bra­io 2020, fir­ma­ti da Donald Trump con i rap­pre­sen­tan­ti dei tale­ba­ni, pre­di­spo­nen­do il riti­ro tota­le del­le trup­pe sta­tu­ni­ten­si dall’Afghanistan. Un tota­le disco­no­sci­men­to nei con­fron­ti del gover­no repub­bli­ca­no che gli occi­den­ta­li ave­va­no mes­so in pie­di nel 2001.

Fac­cia­mo un sal­to indie­tro nel tem­po: all’indomani del­l’at­ten­ta­to del­le Tor­ri Gemel­le, Geor­ge Bush chie­se a gran voce la testa di Bin Laden, rifu­gia­to­si nell’Emirato dell’Afghanistan. Il Regi­me tale­ba­no instau­ra­to nel 1996, infat­ti, finan­zia­va diret­ta­men­te Al Qae­da e ave­va tra­sfor­ma­to il pae­se in un ter­re­no fer­ti­le per la Jihad: gran­de era la pre­sen­za di cam­pi d’addestramento nei qua­li, con tut­ta pro­ba­bi­li­tà, era­no sta­ti for­ma­ti anche gli atten­ta­to­ri dell’11 settembre. 

Il 7 set­tem­bre 2001 le trup­pe anglo-ame­ri­ca­ne ini­zia­ro­no un vio­len­to bom­bar­da­men­to, al qua­le seguì l’inva­sio­ne di ter­ra che si risol­se, a novem­bre, nel­la pre­sa di Kabul. Si instau­rò la Repub­bli­ca e nel 2004 si svol­se­ro le pri­me ele­zio­ni libe­re, men­tre i Pae­si occi­den­ta­li – com­pre­sa l’Italia – avvia­va­no mis­sio­ni di pace­kee­ping e di con­trol­lo, desti­na­te a dura­re due decenni. 

E nel frat­tem­po cos’hanno fat­to i tale­ba­ni, chie­do­no dal pub­bli­co. «Si sono riti­ra­ti sul­le mon­ta­gne e han­no fat­to ciò che meglio sape­va­no fare: han­no aspet­ta­to. “Voi ave­te gli oro­lo­gi ma noi abbia­mo il tem­po”» affer­ma Sala citan­do l’antico pro­ver­bio afghano. 

«Sono sta­ti per­se­ve­ran­ti nell’atten­de­re il momen­to giu­sto, per­ché con­sa­pe­vo­li che chi si arren­de non vin­ce. Han­no avu­to l’appog­gio dal Paki­stan, ma soprat­tut­to han­no fat­to atten­ta­ti». Con­tro gli ame­ri­ca­ni, gli ita­lia­ni, con­tro gli scii­ti e la mino­ran­za haza­ra. Han­no fat­to esat­ta­men­te ciò che fa il ramo afgha­no dell’Isis, l’Isis‑K, dal qua­le ora sono i tale­ba­ni a dover­si difendere. 

«La Rete Haq­qa­ni, poten­te clan da cui pro­ve­ni­va il capo tale­ba­no Mul­lah Omar, oggi com­bat­te l’Isis, anche se pri­ma era­va­mo noi a dare la cac­cia a loro. Abbia­mo appal­ta­to la sicu­rez­za dell’Afghanistan a quel­li che fino a ieri con­si­de­ra­va­mo ter­ro­ri­sti e non si vede come pos­sa­no risol­ve­re que­sto pro­ble­ma coi mez­zi che hanno.»

Quan­do a mag­gio è ini­zia­ta l’offen­si­va tale­ba­na nes­su­no si aspet­ta­va che sareb­be suc­ces­so tut­to così in fret­ta. Nes­sun eser­ci­to occi­den­ta­le ave­va pre­ven­ti­va­to di riti­rar­si d’estate, sareb­be sta­to un rega­lo per i tale­ba­ni. In inver­no l’Afghanistan diven­ta ina­gi­bi­le per il cli­ma e con­dur­re un’avanzata come quel­la di giu­gno-luglio non sareb­be sta­to pen­sa­bi­le. Eppu­re tra luglio e ago­sto in Afgha­ni­stan era­no rima­ste solo le for­ze euro­pee e sta­tu­ni­ten­si neces­sa­rie per con­dur­re l’eva­cua­zio­ne – disa­stro­sa –, le cui imma­gi­ni sono fin trop­po pre­sen­ti a tutti. 

Gli ame­ri­ca­ni han­no sem­pre det­to che le for­ze rego­la­ri afgha­ne avreb­be­ro potu­to resi­ste­re due anni pri­ma che i tale­ba­ni entras­se­ro a Kabul. Sala ha un’idea diver­sa «Dicia­mo­ce­la tut­ta, nes­su­no cre­de­va dav­ve­ro che l’esercito avreb­be resi­sti­to. I tale­ba­ni dislo­ca­ti nel­le pro­vin­ce cono­sco­no per­so­nal­men­te i sol­da­ti, minac­cia­no le loro fami­glie. Han­no una vio­len­za e uno zelo che è impos­si­bi­le tro­va­re in un eser­ci­to regolare». 

A chi le chie­de come abbia fat­to ad acce­de­re a quel pae­se spac­ca­to e divi­so dal­la guer­ra, Sala rispon­de: «Sono riu­sci­ta for­tu­no­sa­men­te ad otte­ne­re il visto – me lo ha fir­ma­to un segre­ta­rio del gover­no dimis­sio­na­rio in mez­zo alla stra­da – e sono entra­ta tra­mi­te un con­tat­to uzbe­ko ed uno afgha­no, che mi avvi­sa­va­no sul­la situa­zio­ne alla fron­tie­ra. Dove sarei sta­ta? Chi mi avreb­be con­dot­to in giro? Ave­vo pau­ra. I fixer, le gui­de loca­li per i gior­na­li­sti, in quan­to col­la­bo­ra­to­ri occi­den­ta­li era­no tut­ti anda­ti via.»

Ride, quan­do le chie­do­no se le pro­mes­se di tol­le­ran­za e dirit­ti civi­li sia­no sta­te rispet­ta­te dai tale­ba­ni. «Dopo l’incontro con gli ame­ri­ca­ni, gli emis­sa­ri sta­tu­ni­ten­si li han­no defi­ni­ti “clean and can­did”, addi­rit­tu­ra si sono impe­gna­ti in pri­ma fila con­tro il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co». Ora a ride­re è tut­ta l’aula.

Han­no pro­mes­so che le don­ne avreb­be­ro potu­to lavo­ra­re e anda­re a scuo­la, ma dopo la pre­sa di Kabul non han­no per­so tem­po ad affer­ma­re che “potreb­be esse­re peri­co­lo­so per una don­na esse­re vista da un tale­ba­no in giro da sola. Non sono abituati”. 

Mol­ti di loro sono anal­fa­be­ti e non han­no alcu­na idea di come si gesti­sca un pae­se: «al con­trol­lo pas­sa­por­ti un tale­ba­no mi ha pre­so il docu­men­to, ma lo tene­va al con­tra­rio. Capi­sco non saper leg­ge­re, ma non saper distin­gue­re il drit­to dal rovescio…».

Han­no pro­mes­so che avreb­be­ro rispar­mia­to i col­la­bo­ra­to­ri occi­den­ta­li. «Dipen­de da dove: a Kabul for­se sì, è una gran­de cit­tà. A Jala­la­bad, nel ter­ri­to­rio con­trol­la­to dagli Haq­qa­ni, ho inter­vi­sta­to la fami­glia di un ragaz­zo ammaz­za­to poi­ché avvo­ca­to che col­la­bo­ra­va col gover­no repub­bli­ca­no. Han­no rastrel­la­to casa per casa, inca­te­nan­do a mor­te chi trovavano.» 

Cosa possiamo aspettarci adesso? «Non lo so, è una domanda complessa. I talebani sono bravi nella guerriglia, meno a governare. 

Sono fram­men­ta­ti, bel­li­co­si tra loro e non con­trol­la­no il ter­ri­to­rio: l’ISIS‑K, gli Aza­ri, la Resi­sten­za del Nord di Mas­sud, il Leo­ne del Pan­shir sono minac­ce al loro pote­re. L’unica cosa che san­no fare è impu­gna­re un fuci­le e pro­met­te­re la sicu­rez­za agli afgha­ni, ma se gli atten­ta­ti con­ti­nue­ran­no come ora, per­de­reb­be­ro il con­sen­so. Non esclu­do che avran­no seri pro­ble­mi a governare.»

Ceci­lia Sala, ter­mi­na­ta la con­fe­ren­za, sem­bra non voler­se­ne anda­re. Rima­ne a lun­go a par­la­re coi pre­sen­ti e non si sot­trae fino a quan­do non dico­no che biso­gna chiu­de­re l’aula; poi, con­ti­nua a rispon­de­re alle doman­de anche fuo­ri dall’Università.

Arti­co­lo di Edoar­do Arcidiacono. 

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