Del: 28 Ottobre 2021 Di: Andrea Marcianò Commenti: 0
Da rivedere per la prima volta: Blood Feast

Se diciamo “Halloween” ci vengono in mente molte cose, una di queste è l’horror: un cinema fatto di paura, ma anche massacri, sangue, assassini e vittime sacrificali che muoiono per il nostro intrattenimento. Ebbene, se oggi possiamo parlare di splatter e godere del suo stile più eversivo, lo dobbiamo anche (e soprattutto) al cinema anni ’60.

Grazie, infatti, al new horror e body horror, due generi di per sé rivoluzionari con a capo maestri del cinema del calibro di Wes Craven e David Cronenberg, e a pellicole figlie degli anni del secondo dopoguerra, lo splatter si afferma passando dall’iconologia anticonformista al grande pubblico a partire attivamente dagli anni ’90.

Esso entra ufficialmente nella cultura di massa grazie all’influenza pulp prima letteraria e poi tarantiniana al cinema: oggi diamo per scontato che in un film horror il sangue scorra a fiumi, ma prima tutto ciò era, invece, sporadico e scandaloso.

Il cinema degli anni ’60 mostra quindi un’importante punto di svolta nel genere horror, a partire da La notte dei morti viventi (1968) di George Romero, il quale consacrerà ufficialmente l’inizio di un nuovo tipo di horror specchio delle inquietudini sessantottine. Ma prima di ciò, un giovane Herschell Gordon Lewis dirige Blood Feast (1963), film cult con il lucido obiettivo di disgustare un certo pubblico d’élite, prima di tutto, anticipando non solo il genere splatter ma anche quella stessa New Hollywood, che proprio con i movimenti del ’68 troverà un target ideale.

Blood Feast narra la storia di una donna, Dorothy Fremont (Lyn Bolton), la quale si rivolge a Fuad Ramses (Mal Arnold) per organizzare una sorta di banchetto in onore della figlia Suzette Fremont (Connie Mason). Ramses, il cui nome è esemplare, è un bottegaio di origini egiziane e propone alla matrona Fremont di organizzare una festa con un rito religioso dell’antico Egitto, il cui scopo è in realtà quello di sacrificare vittime per risvegliare l’antica Dea Ishtar.

Ispirandosi in parte al giallo classico, la sceneggiatrice A. Louise Downe, insieme a Herschell, portano sullo schermo una storia orrorifica elevata all’ennesima potenza: sbudellamenti, pezzi di cadaveri in primo piano, morti con gli occhi sbarrati che guardano inquietantemente un punto vuoto, e soprattutto la coraggiosissima scelta di filmare con una pellicola a colori, facendo risaltare l’eccessiva quantità di sangue presente. Anche qui, sembrerà scontato ai nostri occhi fare un film horror a colori, ma ciò non lo era al tempo: per far capire, neanche a un regista già affermato come Hitchcock avevano concesso di girare il suo Psycho a colori, proprio per snaturare il colore del sangue, troppo disturbante per gli spettatori ancora “vergini” dell’horror crudo.

Tutti questi elementi portano l’horror a un livello mai visto prima. Herschell si concentra sui dettagli specifici delle carneficine, spostandosi in angoscianti e lenti movimenti di macchina che mirano a disgustare lo spettatore.

Il suo obiettivo, che porterà avanti anche con film successivi, è quello di distanziarsi da un tipo di cinema horror ormai troppo rilegato nel passato: l’espressionismo tedesco ha influenzato Hollywood per tutta la prima metà del Novecento, e ancora ai tempi in cui esce Blood Feast, il cinema horror è tipicamente relegato al genere tedesco e al suo tipico gusto gotico. Per ritornare all’esempio precedente: il successo di Psycho, e uno degli elementi che lo rendono tutt’oggi un capolavoro, è anche il suo bianco e nero molto vicino alle idee espressioniste.

Herschell e Downe invece preferiscono trattare l’horror partendo dal giallo, il film d’investigazione o anche conosciuto come noir in America, che si concentrava sulla ferocità dei carnefici tralasciando però la parte cruda e reale degli omicidi. La genialità che sta dietro Blood Feast è proprio quella di prendere un genere molto popolare all’epoca, il noir e il thriller appunto, e unirla alla crudità tipica del serial killer, anticipando così anche la cronaca più nera degli Stati Uniti anni ’70.

Blood Feast è un cult, dunque, non per la sua scandalosa trucidità fine a sé stessa, considerando soprattutto la messinscena a bassissimo budget che rende il film abbastanza invecchiato; ma è bensì avanguardista nel suo genere sia perché è il primo film splatter della storia, sia perché è uno di quei pochi film che hanno influenzato grandi maestri – e la stessa New Hollywood – dagli anni ’70 in poi: Romero, Cronenberg, Craven ma anche Hooper non esisterebbero senza l’opera di Herschell. Neppure grandi registi attualissimi come Sam Raimi e Peter Jackson (per non parlare della prolifica corrente giapponese e coreana dagli anni ’80 in poi) si sarebbero approcciati al cinema allo stesso modo senza quello sperimentalismo, magari azzardato, e con parecchi difetti, ma coraggioso abbastanza da rivoluzionare un intero genere.

Andrea Marcianò
Classe '99, nato sul Lago di Como, studente in scienze della comunicazione, amante di cinema e televisione. Mi piace osservare il mondo dall'esterno come uno spettatore.

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