Depardon e Steinberg in mostra alla Triennale

Depardon e Steinberg in mostra alla Triennale

Oggi inau­gu­ria­mo due mostre straor­di­na­rie, che, nel­la loro dif­fe­ren­za, si inse­ri­sco­no nel sol­co dell’attività che Trien­na­le sta por­tan­do avan­ti da qual­che anno in due modi prin­ci­pa­li: da un lato Trien­na­le ha pun­ta­to mol­to su una serie di par­ter­ship basa­te su fina­li­tà cul­tu­ra­li, l’altro lato è lega­to a un pro­fi­lo uma­ni­sti­co che Trien­na­le ha scel­to in que­sti ulti­mi anni, se ci pen­sa­te infat­ti abbia­mo lavo­ra­to soprat­tut­to sul­la rico­stru­zio­ne di alcu­ne bio­gra­fie com­ples­se, cer­can­do sem­pre di resti­tui­re il lato uma­no insie­me alla docu­men­ta­zio­ne sto­ri­ca, ai mate­ria­li, alle sin­go­le opere. 

Così esor­di­sce Ste­fa­no Boe­ri, pre­si­den­te di Trien­na­le Mila­no, alla con­fe­ren­za di inau­gu­ra­zio­ne del­le due nuo­ve mostre che apro­no al pub­bli­co il 15 Otto­bre: Ray­mond Depar­don: La vita moder­naSaul Stein­berg: Mila­no New York.

La prima è dedicata a Raymond Depardon, fotografo e cineasta francese che nel corso della sua carriera ha, tra l’altro, dedicato ampi servizi all’attualità e a tematiche politiche.

La mostra si apre con degli scat­ti pae­sag­gi­sti­ci: pano­ra­mi, scor­ci di cit­tà, ma soprat­tut­to stra­de scon­fi­na­te. Il con­cet­to di “erran­za” è il filo con­dut­to­re del per­cor­so espo­si­ti­vo, che si sno­da attra­ver­so imma­gi­ni di vie, di rota­ie, di pae­sag­gi che si astrag­go­no volu­ta­men­te da qual­sia­si pre­ci­sa loca­liz­za­zio­ne. Ed è pro­prio que­sta erran­za ad aver per­mes­so a Depar­don di “vive­re nel pre­sen­te”, ossia di sce­glie­re la quo­ti­dia­ni­tà rispet­to a momen­ti pri­vi­le­gia­ti o istan­ti deci­si­vi, di sce­glie­re lo spo­sta­men­to sen­za la destinazione. 

Non man­ca­no, tut­ta­via, gli scat­ti dei sog­get­ti. Ecco allo­ra che tro­via­mo le sce­ne di vita di una cupa Gla­sgow: un uomo che lava i vetri, dei sen­za­tet­to che si scal­da­no davan­ti a un fuo­co, i bam­bi­ni che gio­ca­no per stra­da. Par­ti­co­la­ris­si­mo poi il modo con cui sce­glie di ritrar­re le per­so­ne che attra­ver­sa­no l’eclettica Man­hat­tan: Depar­don deci­de di cam­mi­na­re tut­to il gior­no con la mac­chi­na foto­gra­fi­ca appe­sa al col­lo, riser­van­do­si così la sor­pre­sa di un’inquadratura volu­ta­men­te non ricercata.

Per gen­ti­le con­ces­sio­ne di Trien­na­le Milano.

«Nel­la mia vita ho fat­to una sola cosa: cer­ca­re del­le pro­ve di vita» affer­ma Depar­don alla con­fe­ren­za stam­pa. E le pro­ve di vita più for­ti da lui rac­col­te le tro­via­mo pro­prio alla fine del per­cor­so, con le foto­gra­fie dei pazien­ti psi­chia­tri­ci scat­ta­te all’interno degli ospe­da­li ita­lia­ni. «Ave­vo biso­gno di foto­gra­fa­re que­sta pau­ra che ave­vo di esse­re rin­chiu­so», pro­se­gue, «così mi sono reca­to a Trie­ste». Lì Depar­don conob­be Fran­co Basa­glia ed entrò in con­tat­to con i meto­di del­la psi­chia­tria alter­na­ti­va, pro­po­nen­do­si lo sco­po di far cono­sce­re anche in Fran­cia, attra­ver­so le sue imma­gi­ni, quest’esperienza straor­di­na­ria che riguar­da­va l’Italia inte­ra. «Sono dav­ve­ro con­ten­to che con que­sta mostra – che for­se è un’autobiografia – si sia mes­so ordi­ne in que­ste pro­ve di vita» conclude. 

La seconda mostra riguarda invece uno dei più celebri illustratori del Novecento: Saul Steinberg. 

Nato nel 1914 in Roma­nia, si tra­sfe­rì negli Anni Tren­ta in Ita­lia, dove si lau­reò in archi­tet­tu­ra al Poli­tec­ni­co di Mila­no e ini­ziò la sua car­rie­ra da vignet­ti­sta. Suc­ces­si­va­men­te a cau­sa del­le leg­gi raz­zia­li emi­grò negli USA; lì ini­ziò una lun­ga e frut­tuo­sa col­la­bo­ra­zio­ne con la rivi­sta The New Yor­ker. Le sue vignet­te e i suoi dise­gni iro­ni­ci e fan­ta­sio­si furo­no inol­tre pub­bli­ca­ti su mol­te altre pre­sti­gio­se rivi­ste e su vari album, e la sua fama lo accom­pa­gnò fino alla mor­te, avve­nu­ta a New York nel 1999.

Per gen­ti­le con­ces­sio­ne di Trien­na­le Milano.

Il per­cor­so espo­si­ti­vo con­ta cir­ca 350 ope­re: dise­gni a mati­ta, a pen­na, a pastel­lo, ope­re con tim­bri e ad acque­rel­lo, masche­re di car­to­ne, scul­tu­re, stof­fe e col­la­ge, a testi­mo­nian­za del­lo straor­di­na­rio eclet­ti­smo del dise­gna­to­re. Accan­to alle ope­re, vie­ne dedi­ca­to spa­zio anche al mate­ria­le docu­men­ta­le, in par­ti­co­la­re con rife­ri­men­to a una sele­zio­ne accu­ra­ta di rivi­ste e libri ori­gi­na­li con pub­bli­ca­zio­ni dell’artista, tra cui le note coper­ti­ne di The New Yorker.

L’arte di Stein­berg appa­re come un calei­do­sco­pio di idee, colo­ri, evo­ca­zio­ni. E nono­stan­te ciò non risul­ta mai cao­ti­ca: non a caso, Art Spie­gel­man gli rico­nob­be pro­prio la dote di saper «pren­de­re un’idea com­ples­sa e distil­lar­la in una sin­go­la imma­gi­ne». La mostra resti­tui­sce bril­lan­te­men­te la per­so­na­li­tà sfac­cet­ta­ta e com­ples­sa del dise­gna­to­re, che tro­va pro­prio nell’eclettismo il suo pun­to di for­za. Lo stes­so Stein­berg dis­se di sé: «Non appar­ten­go pro­pria­men­te né al mon­do dell’arte, né ai fumet­ti, e nem­me­no a quel­lo del­le rivi­ste, per­ciò il mon­do dell’arte non sa dove piaz­zar­mi», e anco­ra «Par­lo sei lin­gue e nes­su­na cor­ret­ta­men­te: la linea è la mia vera lingua».

Imma­gi­ne in coper­ti­na di Andrea Ros­set­ti, per gen­ti­le con­ces­sio­ne di Trien­na­le Milano.

Con­di­vi­di:
Chiara Di Brigida
Stu­den­tes­sa di Giu­ri­spru­den­za con la par­lan­ti­na sciol­ta e la pole­mi­ca faci­le. Attual­men­te spo­sa­ta con la caf­fei­na, ado­ra i fio­ri, i libri di filo­so­fia e gli U2. Perio­di­ca­men­te (di soli­to in ses­sio­ne) sogna di mol­la­re tut­to e apri­re un chi­rin­gui­to a Cuba. In real­tà vor­reb­be fare la gior­na­li­sta, quin­di tie­ne duro e ritor­na sui libri.

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