Intervista a Enrico Bonavera, l’Arlecchino al Piccolo Teatro

È in sce­na al Pic­co­lo Tea­tro di Mila­no l’Arlec­chi­no ser­vi­to­re di due padro­ni con pro­ta­go­ni­sta l’at­to­re Enri­co Bona­ve­ra. Vul­ca­no lo ha inter­vi­sta­to, inda­gan­do la sua espe­rien­za di atto­re, le figu­re che lo han­no influen­za­to e la sua opi­nio­ne sul­la fun­zio­ne del tea­tro nel­la socie­tà moderna.


Che stu­di ha fat­to? Che eser­ci­zi fa per pre­pa­rar­si allo spettacolo?

Io ho una for­ma­zio­ne poco acca­de­mi­ca, nel sen­so che ven­go più da un’esperienza lega­ta al ter­zo tea­tro: Bar­ba, Gro­to­w­ski, sei/sette anni con un grup­po con cui abbia­mo svi­lup­pa­to una nostra ricer­ca, un nostro stu­dio; poi sono entra­to in una com­pa­gnia vene­ta diret­ta da Car­lo Bosio e lì sono entra­to nel­la com­me­dia dell’arte. Di eser­ci­zi sono ora­mai più di 30 anni che pra­ti­co tai­ji­quan e chi kung.

Sul­la bro­chu­re dell’Arlec­chi­no ser­vi­to­re di due padro­ni si leg­ge che la com­me­dia dell’arte e le masche­re l’hanno inse­gui­ta nel­la sua vita, in che senso?

Dicia­mo che quan­do io ero al liceo e all’università pro­prio la com­me­dia dell’arte non inte­res­sa­va, la lega­vo mol­to a Gol­do­ni e lui era un auto­re che al di là del diver­ti­men­to non mi attrae­va, mi inte­res­sa­va tutt’altro: tea­tro poli­ti­co soprat­tut­to, mi pia­ce­va­no la ricer­ca e la spe­ri­men­ta­zio­ne, soprat­tut­to all’Odin Tea­tret ed in gene­ra­le tut­to que­sto mon­do, anche per­ché ave­vo tut­ta una pro­spet­ti­va e visio­ne del futu­ro, anche uto­pi­sti­ca (e pro­fe­ti­ca visto quel­lo che fac­cio oggi). Però sì, son le masche­re che mi han­no inseguito. 

Chi è o cos’è Arlec­chi­no secon­do lei Arlecchino?

È un po’ come il tao, non si può defi­ni­re. Nel sen­so che è un tipo di per­so­nag­gio mol­to anti­co, mol­to naif: il tipo di psi­co­lo­gia di Arlec­chi­no è mol­to più vici­na a quel­la di tan­ti ragaz­zi extra­co­mu­ni­ta­ri che arri­va­no e han­no per­so tut­to, che si pos­so­no basa­re sol­tan­to sul­le pro­prie risor­se, se ne han­no: altri­men­ti si van­no a per­de­re. C’è una sto­ria che mi ha mol­to com­mos­so del gio­ca­to­re del Genoa, squa­dra per cui tifo, Kal­lon: a 14 anni è sta­to man­da­to via dal­la fami­glia per­ché dove vive­va rischia­va di diven­ta­re un ragaz­zi­no sol­da­to, gli han­no dato quat­tro sol­di e lui ha comin­cia­to a cor­re­re ver­so il nord, è riu­sci­to ad arri­va­re in Libia (si è sal­va­to lui rispet­to ad altri suoi com­pa­gni che sono mor­ti duran­te il viag­gio), lì è riu­sci­to a rac­co­glie­re i sol­di per poter paga­re il bar­co­ne ma glie­li han­no ruba­ti, ha rico­min­cia­to e ha visto di tut­to, è sta­to anche for­tu­na­to per­ché si è imbar­ca­to in un bar­co­ne che nel giro di pochi gior­ni è arri­va­to in Ita­lia, dove è sta­to pre­so e accu­di­to, ma è riu­sci­to dopo 8 mesi a chia­ma­re casa: per ben 8 mesi i suoi non sape­va­no nul­la di lui! Stu­diò e impa­rò l’italiano e sic­co­me era mol­to bra­vo a gio­ca­re a pal­lo­ne è riu­sci­to a entra­re in serie A; quan­do vidi l’intervista che gli fece­ro a pro­po­si­to mi sor­pre­se parec­chio come da alle­gro e gio­io­so pas­sò a scu­ris­si­mo: è una sto­ria di dolo­re e tra­ge­dia. Ecco, dicia­mo che in Arlec­chi­no c’è una tra­ge­dia del vive­re che lui risol­ve con otti­mi­smo, con voglia di esse­re nel pre­sen­te, ma non fa ipo­te­si sul futu­ro per­ché non ne ha pos­si­bi­li­tà, pren­de del­le basto­na­te e poi si dà una scrollatina.

Com’è e cosa vuol dire per lei inter­pre­ta­re que­sto per­so­nag­gio? Anche visto che lei fu allie­vo di bot­te­ga di Sole­ri e que­sto per­so­nag­gio l’aveva già fat­to in pas­sa­to per poi tor­nar­ci negli anni 2000

È un’esperienza uma­na inter­pre­ta­re Arlec­chi­no. Sai, quan­do si ini­zia un lavo­ro maga­ri si è già alla fine, nel sen­so che bec­chi subi­to le cose giu­ste; poi nel pro­ces­so di appren­di­men­to ti per­di per­ché è una per­di­ta di sen­so appren­de­re un’arte, poi que­sta la si recu­pe­ra quan­do si ha una matu­ri­tà. È un tipo di per­cor­so un po’ anti­co que­sto, per­ché il per­cor­so di un allie­vo di bot­te­ga è diver­so da quel­lo del­lo stu­dio di un intel­let­tua­le, anche se cre­do che anche in un per­cor­so di uni­ver­si­tà si dovreb­be pen­sa­re ad un tipo di per­cor­so più pra­ti­co dove pos­si­bi­le, voglio dire a let­te­re non ti fa scri­ve­re nes­su­no fino alla tesi, non c’è esercitazione.

Men­tre è Arlec­chi­no, dov’è Enri­co Bonavera? 

Lo segue e lo gui­da. Si dice che un atto­re deve ave­re più di un cer­vel­lo, cioè deve uti­liz­za­re diver­se par­ti del cer­vel­lo che nor­mal­men­te non si uti­liz­za­no nel quo­ti­dia­no, mi spie­go meglio: devi segui­re il tuo per­so­nag­gio e lasciar­si attra­ver­sa­re, ma devi con­dur­lo in rela­zio­ne agli altri per­so­nag­gi, fon­da­men­tal­men­te reci­ta­re signi­fi­ca ascol­ta­re e rea­gi­re a quel­lo che ti arri­va, non tan­to fare qual­co­sa; ma allo stes­so tem­po c’è il pro­ble­ma dell’ascolto del pub­bli­co: biso­gna esse­re al cen­tro di tut­to que­sto. Quan­do pre­va­le un aspet­to, per esem­pio vedo che va tut­to bene e pre­va­le Enri­co, devo sta­re atten­to per­ché se no arlec­chi­no mi fre­ga… è dif­fi­ci­le da spie­ga­re a parole.

Sic­co­me Arlec­chi­no è una masche­ra immor­ta­le e come tale rie­sce a dire qual­co­sa al suo pub­bli­co in ogni epo­ca, secon­do lei cosa rie­sce a dire alla nostra epoca?

In par­te rispo­si anche pri­ma, Arlec­chi­no è una fun­zio­ne un po’ arche­ti­pi­ca: il fat­to che sia così rico­no­sciu­to anche all’estero è per­ché va a coin­ci­de­re con l’archetipo del buf­fo­ne, del­la scim­mia pri­mor­dia­le, dell’uomo quand’è nato insom­ma, come la scim­mia in 2001 Odis­sea nel­lo spa­zio se voglia­mo, però la sua for­za sta nel­la sua rige­ne­ra­zio­ne e nel suo modo di affron­ta­re la real­tà, di meta­bo­liz­za­re l’esperienza per pro­se­gui­re nel­la sua espe­rien­za di vita: è lo stu­po­re che qui è impor­tan­te, che noi ci per­dia­mo mol­to per­ché per­si con il cel­lu­la­re e con le cose, sia­mo sì infor­ma­ti ma rischia­mo di non stu­pir­ci più: lo stu­po­re richie­de silen­zio; una cosa che mi pia­ce mol­to è la sen­sa­zio­ne che il pub­bli­co sia tor­na­to bambino. 

Poi die­tro c’è anche l’archetipo del tea­tro e in que­sto il ser­vi­to­re di due padro­ni è pro­prio un sim­bo­lo, cioè muo­re e rina­sce: spes­so si pen­sa, e di que­sto io sono mol­to con­ten­to, che l’Arlecchino ser­vi­to­re di due padro­ni sic­co­me è nato nel 1947 sia una spe­cie di museo, si dice sia uno spet­ta­co­lo cal­li­gra­fi­co: inve­ce la sfi­da è di ren­der­lo vita­le, che rina­sce ogni vol­ta. Altra cosa è che diver­sa­men­te da chi mi ha pre­ce­du­to, che era vera­men­te un mito, io non pos­so esse­re quel mito lì: quel­lo che pos­so por­tar­mi die­tro è il sen­so di comu­ni­tà, il tea­tro e la com­pa­gnia tea­tra­le è un’ideale di comu­ni­tà, dif­fi­ci­le per­ché ognu­no ha il pro­prio carat­te­re, ma poi a vin­ce­re è la squa­dra, all’interno del qua­le ci sono ruo­li diver­si e respon­sa­bi­li­tà dif­fe­ren­ti ma que­sta sen­sa­zio­ne del tea­tro come qual­co­sa che si fa insie­me, sì rispet­tan­do le dif­fe­ren­ze di gerar­chie ma insie­me, que­sta è una cosa impor­tan­te: in una socie­tà che ti vuo­le indi­vi­dua­li­sta in cui devi esse­re vin­cen­te e lo devi esse­re tu solo, ma si è vin­cen­te quan­do si è insieme.

Pri­ma ha nomi­na­to Fer­ruc­cio Sole­ri, lei ha mai sen­ti­to il peso di ere­di­ta­re que­sto ruolo?

Sì, sì, aven­do un mae­stro così for­te ed essen­do io chia­ma­to a fare quel­le azio­ni, mi sono con­fron­ta­to con una fisi­ci­tà, psi­co­lo­gia e modo com­por­ta­men­ta­le diver­so da me e que­sto mi ha mes­so abba­stan­za in cri­si. Nel­la sua ecce­zio­na­li­tà è un model­lo dif­fi­ci­le da rag­giun­ge­re, un po’ come il bam­bi­no con il papà e che vuo­le esse­re come il papà: per esser­lo deve anche esse­re se stes­so; ades­so ho capi­to che le cose sono tor­na­te ad un Arlec­chi­no mio, ho capi­to cosa vole­vo quan­do ini­ziai e mi sono libe­ra­to da quell’immagine… in par­te me ne sono libe­ra­to, è un per­cor­so anco­ra in dive­ni­re; però ecco non puoi esse­re vita­le se non accet­ti di esse­re te stes­so, esse­re te stes­so signi­fi­ca anche esse­re diverso. 

Mi son chie­sto mol­te vol­te per­ché Sole­ri aves­se scel­to me come sosti­tu­to: fisi­ca­men­te diver­so, carat­te­rial­men­te dif­fe­ren­te, poi mi dis­si che se ha scel­to me un moti­vo ci sarà: non me lo ha mai det­to, era una per­so­na silen­zio­sis­si­ma e mol­to mili­ta­re, l’unico vero com­pli­men­to che mi ha fat­to duran­te il per­cor­so me lo fece dopo una repli­ca a Pari­gi in cui io nel­la pome­ri­dia­na face­vo Arlec­chi­no e nel­la sera­le era inve­ce Sole­ri l’Arlecchino ed io Bri­ghel­la, fini­ta la pome­ri­dia­na sono scap­pa­to per­ché teme­vo ciò che mi avreb­be det­to; tor­na­to die­tro le quin­te mi vesto da Bri­ghel­la e die­tro mi sen­to tira­re, mi giro ed era lui: mi ha fat­to il pol­li­ce in su. Cono­scen­do il suo carat­te­re e la sua ritua­li­tà è sta­to un gran­dis­si­mo com­pli­men­to, i vec­chi com­me­dian­ti eran così eh: mica teneri.

Enri­co Bona­ve­ra in scena

Secon­do lei que­sto spet­ta­co­lo è più gol­do­nia­no o stre­hle­ria­no? Oppu­re que­sti due si amalgamano?

Dun­que, io ho fat­to mol­ti spet­ta­co­li come atto­re gol­do­nia­no, anche se non mi pia­ce­va ai tem­pi. Que­sto è uno spet­ta­co­lo in cui vera­men­te Gol­do­ni e Stre­hler si fon­do­no, non è uno spet­ta­co­lo qual­sia­si e né un testo qual­sia­si: è un testo anti­co, arche­ti­pi­co, secon­do me è medie­va­le, non è un testo ita­lia­no ma deri­va da un cano­vac­cio fran­ce­se che Sac­co affi­dò a Gol­do­ni e pro­ba­bil­men­te il cano­vac­cio si rifà a del­le buf­fo­ne­rie, mol­to inso­li­to anche ai tem­pi per­ché nor­mal­men­te Arlec­chi­no non era un pro­ta­go­ni­sta, face­va del­le sce­ne ma non era mai così pre­sen­te come qui. Vi sono degli arche­ti­pi den­tro allo spet­ta­co­lo che se si van­no a cer­ca­re sono poten­tis­si­mi: mor­te e rige­ne­ra­zio­ne, i gemel­li e la don­na che si tra­ve­ste da uomo, l’uomo e il rap­por­to con il fem­mi­ni­le, il rap­por­to con la locan­da, la cuci­na come luo­go alche­mi­co… ci sono tan­te robe den­tro e Stre­hler le ha bec­ca­te tut­te, istin­ti­va­men­te e for­se non razio­nal­men­te; per cui potrei dire anche che l’Arlecchino ser­vi­to­re di due padro­ni, che in ori­gi­ne era solo Il Ser­vi­to­re di due padro­ni (e que­sto ser­vi­to­re volen­do è il dia­vo­lo), è qual­co­sa che non appar­tie­ne né a Gol­do­ni né a Stre­hler ma li pre­ce­de, loro sono entram­bi riu­sci­ti a crea­re un mar­chin­ge­gno tra infer­no e paradiso.

Secon­do lei nell’Arlecchino di oggi è anco­ra pul­san­te il magi­ste­ro di Strehler?

Asso­lu­ta­men­te sì, tut­ti sen­tia­mo una devo­zio­ne per lui. Per­so­nal­men­te non amo le cele­bra­zio­ni però cre­do che il modo giu­sto per cele­brar­lo sia rico­no­sce­re in quel­lo che fac­cia­mo il suo magi­ste­ro, la sua poe­ti­ca. Io entrai al pic­co­lo la pri­ma vol­ta nel 1987 con l’edizione dell’Addio che, secon­do me, era la sum­ma di Stre­hler: que­sta capa­ci­tà di met­te­re in sce­na le ombre del­le masche­re, sug­ge­ri­re l’invisibile; que­sto ha poco a che fare con l’edizione di ades­so ma lo sen­to comun­que nel fina­le con i can­de­la­bri e nell’ultimissimo momen­to, pri­ma di spe­gne­re l’ultima can­de­la, sen­to mol­to que­sto fat­to, una spe­cie di nostal­gia… fini­rà però rico­min­ce­rà. Ecco secon­do me la masche­ra è melan­co­nia, Sta­ro­bin­ski nel suo libro Ritrat­to dell’Artista da Sal­tim­ban­co, par­lan­do di vari arti­sti, par­la del­la melan­co­nia come una por­ta che por­ta ver­so altro, come l’armadio di Nar­nia che ti fa entra­re in un tem­po altro. Per que­sto secon­do me è inso­sti­tui­bi­le il tea­tro, non ce ne libe­re­re­mo tan­to facilmente.

Il mot­to del Pic­co­lo: “un tea­tro d’arte per tut­ti” lei cosa pen­sa di que­sta fra­se? È uto­pia o realtà?

Doman­da mol­to gros­sa que­sta. Io spo­so la fra­se mol­to come poe­ti­ca: dovreb­be cioè esse­re un tea­tro d’arte per tut­ti in una visio­ne, come quel­la di Stre­hler, pro­to­so­cia­li­sta e uto­pi­sti­ca, come pun­to di rife­ri­men­to in cui si vor­reb­be fare que­sto; anche pri­ma di veni­re al Pic­co­lo io vole­vo fare un tea­tro per cui anche il mio vici­no di casa, di un quar­tie­re popo­la­re, lo segue: qual­sia­si cosa io fac­cia devo emo­zio­na­re, devo arri­va­re. Il mot­to del pic­co­lo lo sen­to asso­lu­ta­men­te mio, che poi ci si rie­sca è altro discor­so, ma biso­gna lavo­ra­re per quel­lo; ci si scon­tra spes­so con il pro­ble­ma del­la socio­lo­gia degli atto­ri e dei regi­sti: la loro estra­zio­ne, cer­te vol­te il nar­ci­si­smo degli atto­ri ti por­ta lon­ta­no da que­sto motto.

Nel­la sto­ria l’attore è sta­to spes­so vit­ti­ma di accu­se mora­li, secon­do lei sono anco­ra vivi dei pre­giu­di­zi lega­ti agli atto­ri? Cosa rischia­no oggi gli attori?

Allo­ra, qui è cam­bia­to tan­to, la figu­ra dell’attore si è mol­to imbor­ghe­si­ta: le com­pa­gnie han­no cer­ca­to la sta­bi­li­tà, gli atto­ri il rico­no­sci­men­to socia­le ed eco­no­mi­co, que­sto tra­mi­te il cine­ma e la tele­vi­sio­ne; quin­di, c’è sta­ta un’osmosi for­tis­si­ma tra tea­tro e tv, così il con­te­sto di imma­gi­na­zio­ne dell’attore si è un po’ disciol­to: le tour­nèe sono diven­ta­te sem­pre più rare e que­ste era­no la dimen­sio­ne del­la pre­ca­rie­tà, ma tol­te quel­le sem­bra di esse­re un impie­ga­to. Però esi­ste tan­to tea­tro indi­pen­den­te in que­sta dimen­sio­ne, ora si pen­sa mol­to di più ai tea­tri isti­tu­zio­na­li che alle com­pa­gnie e gli atto­ri. Que­sti pic­co­li grup­pi se la vedo­no anco­ra come un’avventura e per far­lo ci vuo­le tan­to corag­gio e tan­ta scor­za. Il pro­ble­ma è di soprav­vi­ven­za, in que­sto mon­do sem­pre più digi­ta­le, nel momen­to in cui ci saran­no degli olo­gram­mi eco­no­mi­ci non si avrà più biso­gno degli atto­ri: si potrà far reci­ta­re degli atto­ri dece­du­ti sul palco. 

Ma sarà dei pic­co­li grup­pi la spe­ran­za e il ruo­lo di tene­re una pre­sen­za car­na­le: fac­cio l’attore anche per­ché vidi uno spet­ta­co­lo che mi segnò pro­fon­da­men­te, Apo­ca­lyp­sis cum figu­ris di Gro­to­w­ski, lo vidi nel 79 e ne rima­si scon­vol­to, comin­ciai a sin­ghioz­za­re per­ché mi sen­tì abban­do­na­to, fini­to lo spet­ta­co­lo mi resi con­to che la mia pre­sen­za era tal­men­te vibran­te e for­te che non sareb­be più tor­na­ta, quel­le emo­zio­ni e l’essere lì den­tro dif­fi­cil­men­te mi son riac­ca­du­ti. Que­sta emo­zio­ne appar­tie­ne solo al tea­tro, ser­ve la pre­sen­za viva e richie­de mol­ta sag­gez­za e com­pe­ten­za, secon­do me è meglio se fat­to in spa­zi pic­co­li. Nel tea­tro gre­co il pub­bli­co avvol­ge­va l’attore, è la comu­ni­tà che si spec­chia tra­mi­te le gran­di gesta dei per­so­nag­gi, il tea­tro diven­ta anche un luo­go in cui il con­cet­to di spet­ta­co­lo è limi­tan­te: esso deve esse­re un’occasione intor­no allo spet­ta­co­lo, in cui le per­so­ne pos­so­no incon­trar­si, sco­pri­re e con­di­vi­de­re emo­zio­ni, poter­ne discu­te­re, un’agorà in cui lo spet­ta­co­lo è il momen­to di respi­ro emo­zio­na­le: mi pia­ce mol­to il chio­stro del Pic­co­lo per­ché cer­ca di com­pie­re questo.

Qual è la for­za del tea­tro oggi?

Rida­re valo­re alle emo­zio­ni con­di­vi­se. Cer­to, oggi sui social si può par­la­re e met­te­re le pro­prie emo­zio­ni, ma l’essere insie­me è altro; nel­lo spet­ta­co­lo dell’Arlecchino una cosa bel­lis­si­ma è vede­re i non­ni, i nipo­ti e i geni­to­ri che rido­no, rido­no anco­ra veden­do i vici­ni ride­re: lì vivia­mo tut­ti la stes­sa emo­zio­ne. Il tea­tro dovreb­be con­ta­gia­re, esse­re un biso­gno, lavo­ra­re ver­so uno spet­ta­to­re a cui ser­ve il teatro.

Con­di­vi­di:
Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.

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