Del: 19 Ottobre 2021 Di: Rebecca Pignatiello Commenti: 0
Il fenomeno Squid Game e la strapotenza sudcoreana nel mondo dell’intrattenimento

«Il fiore mugunghwa è sbocciato» pronuncia una gigantesca e inquietante bambola, di spalle, a una platea di 456 persone: è il nostro un, due, tre, stella! La canzoncina (무궁화 꽃이 피었습니다 mugunghwa kkochi piotsseumnida), che non si fatica ad imparare e che difficilmente si dimentica, è diventata l’emblema di queste ultime settimane, onnipresente sui social.

Uscita su Netflix lo scorso 17 settembre, Squid Game racconta la storia di un gruppo di persone disperate e indebitate che accettano di competere in gare segrete ispirate a giochi dell’infanzia, nella speranza di vincere un esagerato montepremi.

Il titolo di questa serie, composta da nove episodi, fa riferimento a un gioco per bambini famosissimo in tutta la Corea del Sud: il gioco del calamaro, che i bambini sudcoreani sono soliti giocare all’aperto, durante la ricreazione.

Il gioco del dalgona (una sorta di caramella fatta di zucchero fuso con l’aggiunta di bicarbonato), il più classico tiro alla fune e il gioco delle biglie sono solo alcuni dei giochi prettamente infantili che rendono Squid Game una serie distopica e innovativa, con dei tratti sadici e oscuri. Chi viene eliminato dai giochi, infatti, muore.

Il gioco del tiro alla fune
Il gioco del tiro alla fune

Ritraendo adulti alle prese con attività da bambini, l’intenzione del regista era quella di scrivere una storia che si avvicinasse a essere una fiaba sull’attuale società capitalista. Il sudcoreano Hwang Dong-Hyuk ci aveva provato per dieci anni, ma nessuno era stato disposto a finanziare la sua sceneggiatura. E chissà se tutti quelli che in passato hanno rifiutato oggi si stanno mangiando le mani.

La serie tv sudcoreana è forse la sorpresa di questo 2021 e con estremo stupore, anche da parte dei suoi produttori, è diventata la serie Netflix più vista di sempre.

Ha superato anche Bridgerton, la serie ambientata in un’utopica Inghilterra del 1800, che in un solo mese aveva fatto registrare 82 milioni di spettatori. Squid Game ha raggiunto l’incredibile cifra di 111 milioni di spettatori in soli 17 giorni dal suo lancio ed è stata la stessa Netflix ad annunciarlo sui propri canali social. Il vicepresidente di Netflix per i contenuti in Corea, Sud-est asiatico, Australia e Nuova Zelanda ha affermato che il successo dello spettacolo è andato «oltre i nostri sogni più sfrenati».

Non bisogna però sorprendersi troppo. Negli ultimi anni la Corea del Sud non fa altro che far parlare di sé: dal premio Oscar di Bong Joon-ho con Parasite alle candidature ai Grammys della boyband BTS, ad oggi uno dei gruppi musicali più famosi e influenti del mondo. La strapotenza sudcoreana nel mondo dell’intrattenimento globale non smette di primeggiare e Squid Game si aggiunge alla lista dei successi del Paese del calmo mattino.

Lo show, per molti sudcoreani, è fin troppo realistico: il crescente malcontento per l’aumento del debito personale, un mercato del lavoro sempre più competitivo e la forte disparità di reddito fanno vivere gran parte della popolazione della Corea del Sud in condizioni di instabilità, estrema povertà e costante stress. Non c’è da sorprendersi, quindi, se si scopre che in Corea del Sud una delle cause più frequenti di morte è il suicidio, con un tasso di 28,6 su 100.000 abitanti.

La storia di Squid Game, macabra e cruenta, ci racconta la disuguaglianza di classe. Molti la hanno paragonata al capolavoro Parasite, che ritrae perfettamente il divario tra due famiglie: una ricchissima, l’altra estremamente povera.

Entrambe le storie mettono in luce l’altra parte della medaglia del successo economico della Corea del Sud. In molti si sono rivisti nel protagonista, Gi-hun, divorziato e con una famiglia distrutta, indebitato e con problemi di gioco, o nel più pacato Ali, un immigrato pakistano che decide di entrare nel gioco per provvedere alla sua giovane famiglia dopo che il suo capo si è rifiutato di pagarlo per mesi. Al gioco partecipa anche Sae-byeok, disertrice nordcoreana che con tutte le proprie forze cerca di vincere per pagare un intermediario affinché possa recuperare i suoi familiari, rimasti nell’emblematica Corea del Nord.

Lee Jung-jae nei panni di Seong Gi-hun
Lee Jung-jae nei panni di Seong Gi-hun

E sul fenomeno Squid Game è intervenuta proprio la Corea del Nord, che descrive la serie come un esempio della «natura bestiale della società capitalistica sudcoreana».

La serie è già un cult e ci sono voluti soltanto pochi giorni per trasformare quello che si è visto su centinaia di milioni di schermi in tutto il mondo in un’esperienza vera e propria. Negli Emirati Arabi Squid Game è diventato realtà: il 12 ottobre ad Abu Dhabi due squadre si sono sfidate in giochi ispirati alla serie; il finale è stato molto meno macabro di quello della serie: nessuna violenza o spargimento di sangue. A Seul ci sono code infinite di persone che vogliono comprare le caramelle dalgona e a Parigi ha aperto addirittura uno Squid Game Center.

Ci sarà un seguito? Non c’è ancora nulla di certo, anche se il finale della serie rimane abbastanza aperto. Di sicuro se ci dovesse essere una seconda stagione il successo sarebbe già garantito.

Rebecca Pignatiello
Nata a Milano nel 1997, cresciuta a Bolzano. Torno a Milano per l’università e ritrovo una città completamente diversa, che ha saputo accogliermi a braccia aperte. Studio comunicazione, leggo, scrivo e ascolto musica. Innamorata dell’Asia. Preparo anche buonissimi dolci.

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