Squid Game e la strapotenza sudcoreana nel mondo dell’intrattenimento

Il fenomeno Squid Game e la strapotenza sudcoreana nel mondo dell’intrattenimento

«Il fio­re mugun­gh­wa è sboc­cia­to» pro­nun­cia una gigan­te­sca e inquie­tan­te bam­bo­la, di spal­le, a una pla­tea di 456 per­so­ne: è il nostro un, due, tre, stel­la! La can­zon­ci­na (무궁화 꽃이 피었습니다 mugun­gh­wa kko­chi pio­ts­seum­ni­da), che non si fati­ca ad impa­ra­re e che dif­fi­cil­men­te si dimen­ti­ca, è diven­ta­ta l’emblema di que­ste ulti­me set­ti­ma­ne, onni­pre­sen­te sui social. 

Uscita su Netflix lo scorso 17 settembre, Squid Game racconta la storia di un gruppo di persone disperate e indebitate che accettano di competere in gare segrete ispirate a giochi dell’infanzia, nella speranza di vincere un esagerato montepremi. 

Il tito­lo di que­sta serie, com­po­sta da nove epi­so­di, fa rife­ri­men­to a un gio­co per bam­bi­ni famo­sis­si­mo in tut­ta la Corea del Sud: il gio­co del cala­ma­ro, che i bam­bi­ni sud­co­rea­ni sono soli­ti gio­ca­re all’aperto, duran­te la ricreazione.

Il gio­co del dal­go­na (una sor­ta di cara­mel­la fat­ta di zuc­che­ro fuso con l’aggiunta di bicar­bo­na­to), il più clas­si­co tiro alla fune e il gio­co del­le biglie sono solo alcu­ni dei gio­chi pret­ta­men­te infan­ti­li che ren­do­no Squid Game una serie disto­pi­ca e inno­va­ti­va, con dei trat­ti sadi­ci e oscu­ri. Chi vie­ne eli­mi­na­to dai gio­chi, infat­ti, muore.

Il gioco del tiro alla fune
Il gio­co del tiro alla fune

Ritraen­do adul­ti alle pre­se con atti­vi­tà da bam­bi­ni, l’intenzione del regi­sta era quel­la di scri­ve­re una sto­ria che si avvi­ci­nas­se a esse­re una fia­ba sull’attuale socie­tà capi­ta­li­sta. Il sud­co­rea­no Hwang Dong-Hyuk ci ave­va pro­va­to per die­ci anni, ma nes­su­no era sta­to dispo­sto a finan­zia­re la sua sce­neg­gia­tu­ra. E chis­sà se tut­ti quel­li che in pas­sa­to han­no rifiu­ta­to oggi si stan­no man­gian­do le mani. 

La serie tv sudcoreana è forse la sorpresa di questo 2021 e con estremo stupore, anche da parte dei suoi produttori, è diventata la serie Netflix più vista di sempre. 

Ha supe­ra­to anche Brid­ger­ton, la serie ambien­ta­ta in un’utopica Inghil­ter­ra del 1800, che in un solo mese ave­va fat­to regi­stra­re 82 milio­ni di spet­ta­to­ri. Squid Game ha rag­giun­to l’incredibile cifra di 111 milio­ni di spet­ta­to­ri in soli 17 gior­ni dal suo lan­cio ed è sta­ta la stes­sa Net­flix ad annun­ciar­lo sui pro­pri cana­li social. Il vice­pre­si­den­te di Net­flix per i con­te­nu­ti in Corea, Sud-est asia­ti­co, Austra­lia e Nuo­va Zelan­da ha affer­ma­to che il suc­ces­so del­lo spet­ta­co­lo è anda­to «oltre i nostri sogni più sfrenati».

Non biso­gna però sor­pren­der­si trop­po. Negli ulti­mi anni la Corea del Sud non fa altro che far par­la­re di sé: dal pre­mio Oscar di Bong Joon-ho con Para­si­te alle can­di­da­tu­re ai Gram­mys del­la boy­band BTS, ad oggi uno dei grup­pi musi­ca­li più famo­si e influen­ti del mon­do. La stra­po­ten­za sud­co­rea­na nel mon­do dell’intrattenimento glo­ba­le non smet­te di pri­meg­gia­re e Squid Game si aggiun­ge alla lista dei suc­ces­si del Pae­se del cal­mo mattino. 

Lo show, per mol­ti sud­co­rea­ni, è fin trop­po rea­li­sti­co: il cre­scen­te mal­con­ten­to per l’aumento del debi­to per­so­na­le, un mer­ca­to del lavo­ro sem­pre più com­pe­ti­ti­vo e la for­te dispa­ri­tà di red­di­to fan­no vive­re gran par­te del­la popo­la­zio­ne del­la Corea del Sud in con­di­zio­ni di insta­bi­li­tà, estre­ma pover­tà e costan­te stress. Non c’è da sor­pren­der­si, quin­di, se si sco­pre che in Corea del Sud una del­le cau­se più fre­quen­ti di mor­te è il sui­ci­dio, con un tas­so di 28,6 su 100.000 abitanti.

La storia di Squid Game, macabra e cruenta, ci racconta la disuguaglianza di classe. Molti la hanno paragonata al capolavoro Parasite, che ritrae perfettamente il divario tra due famiglie: una ricchissima, l’altra estremamente povera. 

Entram­be le sto­rie met­to­no in luce l’altra par­te del­la meda­glia del suc­ces­so eco­no­mi­co del­la Corea del Sud. In mol­ti si sono rivi­sti nel pro­ta­go­ni­sta, Gi-hun, divor­zia­to e con una fami­glia distrut­ta, inde­bi­ta­to e con pro­ble­mi di gio­co, o nel più paca­to Ali, un immi­gra­to paki­sta­no che deci­de di entra­re nel gio­co per prov­ve­de­re alla sua gio­va­ne fami­glia dopo che il suo capo si è rifiu­ta­to di pagar­lo per mesi. Al gio­co par­te­ci­pa anche Sae-byeok, diser­tri­ce nor­d­co­rea­na che con tut­te le pro­prie for­ze cer­ca di vin­ce­re per paga­re un inter­me­dia­rio affin­ché pos­sa recu­pe­ra­re i suoi fami­lia­ri, rima­sti nell’emblematica Corea del Nord. 

Lee Jung-jae nei panni di Seong Gi-hun
Lee Jung-jae nei pan­ni di Seong Gi-hun

E sul feno­me­no Squid Game è inter­ve­nu­ta pro­prio la Corea del Nord, che descri­ve la serie come un esem­pio del­la «natu­ra bestia­le del­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca sudcoreana». 

La serie è già un cult e ci sono volu­ti sol­tan­to pochi gior­ni per tra­sfor­ma­re quel­lo che si è visto su cen­ti­na­ia di milio­ni di scher­mi in tut­to il mon­do in un’espe­rien­za vera e pro­pria. Negli Emi­ra­ti Ara­bi Squid Game è diven­ta­to real­tà: il 12 otto­bre ad Abu Dha­bi due squa­dre si sono sfi­da­te in gio­chi ispi­ra­ti alla serie; il fina­le è sta­to mol­to meno maca­bro di quel­lo del­la serie: nes­su­na vio­len­za o spar­gi­men­to di san­gue. A Seul ci sono code infi­ni­te di per­so­ne che voglio­no com­pra­re le cara­mel­le dal­go­na e a Pari­gi ha aper­to addi­rit­tu­ra uno Squid Game Center. 

Ci sarà un segui­to? Non c’è anco­ra nul­la di cer­to, anche se il fina­le del­la serie rima­ne abba­stan­za aper­to. Di sicu­ro se ci doves­se esse­re una secon­da sta­gio­ne il suc­ces­so sareb­be già garantito. 

Rebecca Pignatiello
Nata a Mila­no nel 1997, cre­sciu­ta a Bol­za­no. Tor­no a Mila­no per l’università e ritro­vo una cit­tà com­ple­ta­men­te diver­sa, che ha sapu­to acco­glier­mi a brac­cia aper­te. Stu­dio comu­ni­ca­zio­ne, leg­go, scri­vo e ascol­to musi­ca. Inna­mo­ra­ta dell’Asia. Pre­pa­ro anche buo­nis­si­mi dolci.
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Nata a Milano nel 1997, cresciuta a Bolzano. Torno a Milano per l’università e ritrovo una città completamente diversa, che ha saputo accogliermi a braccia aperte. Studio comunicazione, leggo, scrivo e ascolto musica. Innamorata dell’Asia. Preparo anche buonissimi dolci.

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