Del: 10 Ottobre 2021 Di: Redazione Commenti: 0
Turchia, la più grande prigione al mondo per giornalisti

Il primo comma dell’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea recita: «Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera».

Un principio tanto essenziale quanto – purtroppo – ignorato in gran parte del mondo, dove, soprattutto negli ultimi anni, si sta assistendo a una crescente tendenza alla soppressione del libero giornalismo.

Ne è chiara testimonianza la Turchia, il cui governo ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che prevedrà sanzioni penali, sino alla pena detentiva, per chi diffonde “disinformazione” onlineUna simile legge rafforzerebbe il controllo governativo sulle notizie reperibili sul web, uno degli ultimi spazi di informazione liberi del Paese, e potrebbe indurre i social media ad imporre una ancor più stringente censura.

Questi possibili risvolti sono stati evidenziati nel corso della missione internazionale che l’International Press Institute (IPI) ha condotto ad Ankara e Istanbul: alla missione hanno partecipato dodici gruppi di esperti sulla libertà di stampa, tra cui editori, giornalisti, diplomatici, ufficiali dell’Unione Europea, esponenti di partiti locali, rappresentanti di diverse organizzazioni e i membri della Corte Costituzionale turca. La missione ha portato al riscontro di un allarmante aumento degli sforzi del governo per screditare i media indipendenti che ricevono finanziamenti stranieri, nonché della crescita di multe e divieti di trasmissione per i canali televisivi indipendenti.

Inoltre, ha evidenziato come nel paese vengano spesso condotti procedimenti giudiziari contro giornalisti in modo arbitrario e assiduo: recentemente, ad esempio, il Ministro della Salute Selahattin Aydin ha intentato cause per diffamazione contro i quotidiani dell’opposizione che hanno trattato delle accuse di corruzione mosse in Parlamento contro di lui. Il mese scorso, inoltre, la Corte Costituzionale turca ha condannato al carcere cinque giornalisti per aver sostenuto il tentativo di colpo di stato del 2016 tramite la loro attività di reportage. Quasi tutti i gruppi hanno individuato proprio nell’assenza di una magistratura indipendente la radice dei problemi del libero giornalismo. 

La Turchia era già da tempo nel mirino per quanto riguarda il tema delle violazioni della libertà di stampa e di informazione: secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ), nel 2020 si trovava al secondo posto fra i Paesi con più reporter incarcerati, 47 dei 250 imprigionati in tutto il mondo. Di questi, quasi tutti sono stati condannati per essersi occupati di storie riguardanti il proprio Paese.

Nei quattro anni precedenti la Turchia aveva guidato la classifica, arrivando ad essere definita da Amnesty International come la più grande prigione al mondo per giornalisti”.

La questione però non è limitata al singolo Paese e sta interessando, sebbene in modi diversi, tutto il mondo: la stessa Corte Costituzionale italiana con un comunicato ha annunciato che «le norme vigenti che obbligano il giudice a punire con il carcere il reato di diffamazione a mezzo della stampa o della radiotelevisione, aggravata dall’attribuzione di un fatto determinato, sono incostituzionali perché contrastano con la libertà di manifestazione del pensiero».

Inoltre, la centralità del tema e la sua portata globale sono tali che quest’anno il Nobel per la Pace è stato conferito ai giornalisti Maria Ressa e Dmitry Muratov «per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è una precondizione per la democrazia e una pace duratura».

Articolo di Sofia Carra.

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