Un magnifico universo di polvere e sovversione

1938: Author and illustrator Mervyn Peake (1911 - 1968) sketches a likeness of his wife painter Maeve Gilmour (Gilmore) while she is working at her easel. (Photo by General Photographic Agency/Getty Images)

C’è uno scrit­to­re scom­par­so dal cano­ne, igno­ra­to pres­so­ché dovun­que, che ha scrit­to una tri­lo­gia mera­vi­glio­sa capa­ce di com­pren­de­re in sé, con­tem­po­ra­nea­men­te, la sta­tua mar­mo­rea del­la tra­di­zio­ne e la fol­go­ran­te avven­tu­ra del­la sov­ver­sio­ne

Mer­vyn Pea­ke, l’autore, scris­se il pri­mo volu­me del­la tri­lo­gia, Tito di Gor­men­gha­st, negli anni Qua­ran­ta del Nove­cen­to, quan­do era un dise­gna­to­re noto e apprez­za­to, soprat­tut­to per aver illu­stra­to le ope­re di alcu­ni gran­di auto­ri ingle­si, da Dic­kens a Cole­rid­ge. Fu una sta­gio­ne fecon­da per il gene­re fan­ta­sti­co, che cono­sce­va spe­ri­men­ta­zio­ni ardi­te e dif­fu­sio­ne cre­scen­te. L’opera di Pea­ke si inne­sta per­fet­ta­men­te su que­sto ramo, ma in modo ano­ma­lo, tra­den­do­ne dal prin­ci­pio le pre­mes­se: il fan­ta­sy di Pea­ke è diver­so per­ché muo­ve da un ter­re­no di col­tu­ra diver­so. È più vici­no alle atmo­sfe­re enig­ma­ti­che e agli inter­ro­ga­ti­vi irri­sol­vi­bi­li di Kaf­ka e Bec­kett che agli intri­ghi avven­tu­ro­si di Tolkien.

Tito di Gor­men­gha­st è il sipa­rio che si alza sull’universo costrui­to da Pea­ke. L’atmosfera è al tem­po stes­so sur­rea­le e baroc­ca, goti­ca e fan­ta­sti­ca. In un cer­to sen­so, è un roman­zo per imma­gi­ni, qua­si visua­le: minu­zio­so e abba­ci­nan­te. I per­so­nag­gi vivo­no in un castel­lo lon­ta­no dal mon­do; emer­go­no, dal­la fis­si­tà del­la vita quo­ti­dia­na, i temi noda­li del racconto.

L’e­di­zio­ne dei tasca­bi­li Adelphi.

Da una par­te c’è la tra­di­zio­ne. Il con­te De’ Lamen­ti segue rigo­ro­sa­men­te un insie­me di rego­le vetu­ste e intra­mon­ta­bi­li – la Leg­ge – custo­di­te con gelo­sia e arro­gan­za. È una leg­ge di riti e costu­mi così anti­chi che nes­su­no sa più dir­ne le ragio­ni di esi­sten­za. Il castel­lo stes­so di Gor­men­gha­st, il pal­co­sce­ni­co sul qua­le tut­to si svol­ge, è l’immagine del­la tra­di­zio­ne: immen­so e ten­ta­co­la­re, stra­col­mo di cor­ri­doi, stan­ze, sca­le. Soprat­tut­to, pol­ve­ro­so; di una pol­ve­re spes­sa e inat­tac­ca­bi­le, che sem­bra avvol­ge­re i pavi­men­ti, il mobi­lio, per­si­no le ser­ra­tu­re. Anche quan­do Pea­ke non ne par­la, si fini­sce per per­ce­pi­re la pol­ve­re a mezz’aria, die­tro le por­te soc­chiu­se. Il castel­lo, que­sta infor­me strut­tu­ra arroc­ca­ta, rac­chiu­de in sé un uni­ver­so com­ple­ta­men­te auto­suf­fi­cien­te, un labi­rin­to in lar­ga par­te inco­no­sci­bi­le, vasto in lar­ghez­za e in altez­za, con i cor­ri­doi che cur­va­no, sal­go­no, scen­do­no, ma sem­bra­no non fini­re mai.

Ed è proprio la mole del castello, la sua atmosfera asfissiante, che produce un importante snodo narrativo: il rigido confine, mentale e fisico, tra chi è dentro e chi è fuori.

Nes­su­no può sfug­gi­re al castel­lo. Non solo: le descri­zio­ni di Pea­ke sono così det­ta­glia­te che il let­to­re stes­so fini­sce per esse­re impri­gio­na­to nel­la for­tez­za. L’intero roman­zo è costrui­to – archi­tet­to­ni­ca­men­te, si potreb­be dire – affin­ché emer­ga la sen­sa­zio­ne di gab­bia e di recin­to che carat­te­riz­za la vita all’interno del castel­lo. Il con­te, la sua fami­glia e i vari ser­vi­to­ri vivo­no all’interno, qua­si del tut­to igna­ri di ciò che acca­de fuo­ri, che appa­re lon­ta­no e insondabile.

Men­tre il let­to­re casca in que­sta trap­po­la clau­stro­fo­bi­ca appa­re il vero pro­ta­go­ni­sta del roman­zo. Il gio­va­ne Fer­ra­guz­zo – un nome qua­si alla Dumas – è così dinoc­co­la­to da incar­na­re la pro­pria mali­gni­tà. È un per­so­nag­gio lom­bro­sia­no: nel ritrat­to rea­liz­za­to dal­lo stes­so Pea­ke posto sul­la coper­ti­na dell’edizione Adel­phi, il vol­to è ema­cia­to e scar­no, cupo sino all’intollerabile, con la fron­te vasta, gib­bo­sa e voli­ti­va. Appa­re sul­la sce­na come sguat­te­ro di cuci­na; con il pas­sa­re del tem­po pro­ve­rà a for­za­re le rego­le del castel­lo e a rom­pe­re gli sche­mi seco­la­ri che reg­go­no la vita socia­le di quell’ambiente chiu­so e asfit­ti­co. Men­tre si ado­pe­ra per sov­ver­ti­re l’ordine, sog­ghi­gna in con­ti­nua­zio­ne, qua­si mor­bo­sa­men­te. Nel­le sue fughe e nel­le sue mac­chi­na­zio­ni, fini­sce per rap­pre­sen­ta­re il desi­de­rio inna­to di usci­re dal­le costri­zio­ni, di sgre­to­la­re l’orrendo recin­to che costrin­ge a resta­re den­tro e a non usci­re fuo­ri. Le meta­fo­re, natu­ral­men­te, si spre­ca­no; è una sov­ver­sio­ne psi­co­lo­gi­ca più che fisi­ca: una sov­ver­sio­ne di intenzioni.

Eppure la narrazione prosegue spedita, tra episodi dirompenti e colpi di scena. L’ironia feroce si alterna ai brividi dell’incubo.

Uno scrit­to­re che indu­ce con­tem­po­ra­nea­men­te que­ste sen­sa­zio­ni – il pove­ro let­to­re, sul­le mon­ta­gne rus­se, suda e ride sen­za logi­ca – non può che esse­re un gran­de scrit­to­re. La pro­sa è insie­me lie­ve e pos­sen­te, non lascia tre­gua; ripor­ta con­ti­nua­men­te il let­to­re a sfio­ra­re sen­sa­zio­ni irrea­li e sur­rea­li tipi­che del fan­ta­sti­co, ma si man­tie­ne ben ade­ren­te alla real­tà mate­ria­le e cor­po­rea. È come se la fan­ta­sia si rive­las­se per ciò che è: un ser­ba­to­io di atmo­sfe­re, dina­mi­che, paro­le che aleg­gia­no sul mon­do rea­le, lo influen­za­no, ma non lo con­ta­mi­na­no mai fino in fon­do. Un ser­ba­to­io cui ritor­na­re per anda­re al cuo­re del­le vicen­de umane.

La strut­tu­ra del roman­zo e lo sti­le di Pea­ke pro­du­co­no sen­sa­zio­ni con­tra­stan­ti di mera­vi­glia e pau­ra; lo sti­le goti­co è evo­ca­to, acca­rez­za­to; piut­to­sto, cre­sce con il pas­sa­re del­le pagi­ne una dimen­sio­ne di lot­ta tra le due oppo­ste pul­sio­ni, di dua­li­smo sfre­na­to tra la con­ser­va­zio­ne e il muta­men­to. Alla fine del libro si apre un’ultima ina­spet­ta­ta fine­stra, che costi­tui­rà il cen­tro del­la nar­ra­zio­ne dei due libri suc­ces­si­vi. Il figlio del con­te, nato all’inizio del roman­zo, com­pie due anni e si tro­va, lui stes­so gio­va­ne ere­de, al cen­tro del­le for­ze oppo­ste e con­tra­stan­ti del­la tra­di­zio­ne e del­la sovversione.

Tut­to ciò che Pea­ke met­te in sce­na con­tri­bui­sce all’atmosfera distur­ban­te del roman­zo. Usci­to dagli orro­ri del­la secon­da guer­ra mon­dia­le, Pea­ke ne reste­rà tur­ba­to per tut­ta la vita. Costrui­sce un uni­ver­so stor­to e imper­fet­to, che crea tur­ba­men­to e rima­ne magni­fi­co. Come ha det­to Miche­le Mari nel con­fes­sa­re la sua ammi­ra­zio­ne per la tri­lo­gia di Gor­men­gha­st, «se con­si­de­ro il caso di Mer­vyn Pea­ke il cano­ne è ini­quo, per­ché Pea­ke è scom­par­so». Nel­le pie­ghe di Gor­men­gha­st si nascon­de un uni­ver­so pol­ve­ro­so dav­ve­ro irre­si­sti­bi­le e sedu­cen­te: per una vol­ta, il cano­ne ha sbagliato.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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