1947, quando la Palestina si divise e cominciò la nakba

La voce dal suo­no metal­li­co del­le vec­chie tra­smis­sio­ni radio scor­re uno a uno i pae­si dell’Assemblea qua­si fos­se un appel­lo. 33 “Sì” ven­go­no pro­nun­cia­ti, 13 “No” e 10 sono i pae­si aste­nu­ti. I mem­bri del­la Com­mis­sio­ne si alza­no dal­le pol­tro­ne e scop­pia­no in un rumo­ro­so applau­so. È fat­ta dun­que. È il 29 novem­bre 1947 e il popo­lo pale­sti­ne­se vede l’ombra del­la nak­ba, la “cata­stro­fe”, pale­sar­si nel­la pro­pria vita, sot­to for­ma di un nuo­vo pia­no di spar­ti­zio­ne del ter­ri­to­rio ara­bo impo­sto dall’Assemblea del­le Nazio­ni Unite. 

Pale­sti­na e pae­si ara­bi soli­da­riz­za­no con­tro quel­lo che di fat­to è inter­pre­ta­bi­le con le paro­le di Maxi­me Rodin­son, come un “feno­me­no colo­nia­le”, che anco­ra oggi non ha rag­giun­to una vera fine. Sono fre­sche le imma­gi­ni dei bom­bar­da­men­ti del­lo scor­so mag­gio; sono anco­ra in atto deci­sio­ni su sgom­be­ri del­le fami­glie pale­sti­ne­si, come quel­le di Shei­kh Jarah, su deci­sio­ne di una Cor­te Supre­ma che non le rap­pre­sen­ta, che è quel­la di Israele.

Tra il ‘48 e il ‘49 c’è una vera e pro­pria guer­ra tra un’organizzata neo-nazio­ne, che gode oltre che del soste­gno euro­peo e sta­tu­ni­ten­se, dell’insolito aiu­to del colos­so sovie­ti­co (ingo­lo­si­to dall’allontanamento bri­tan­ni­co) e un popo­lo ral­len­ta­to dal­la scar­sa orga­niz­za­zio­ne bel­li­ca, inca­pa­ce di cor­teg­gia­re l’opinione pub­bli­ca occi­den­ta­le e lace­ra­to dai pat­ti di sud­di­vi­so­ne ter­ri­to­ria­le segre­ti che coin­vol­go­no gli stes­si eser­ci­ti ara­bi, come la Legio­ne ara­ba dell’emiro Abdal­lah di Gior­da­nia che in un col­lo­quio con Ben Gurion, neo­pre­si­den­te del Con­si­glio nazio­na­le israe­lia­no, si spar­ti­sce de fac­to il ter­ri­to­rio pale­sti­ne­se. Come scri­ve con una nota di ama­ro in boc­ca Alain Gresh: «La disfat­ta ara­ba era dun­que scrit­ta nei rap­por­ti di forze». 

Fac­cia­mo un pas­so indie­tro. È il 14 mag­gio e Gurion si accin­ge a pro­cla­ma­re la nasci­ta del­lo Sta­to di Israe­le. Mano sini­stra sal­da alla base del foglio, capel­li bian­chi, sguar­do cor­ruc­cia­to che tran­si­ta dal­le paro­le da leg­ge­re alla pla­tea di ascol­ta­to­ri; il ritrat­to di Theo­dor Herzl sul­la pare­te di sfon­do, al cen­tro, tra due stel­le di Davi­de che sem­bra­no qua­si pro­teg­ger­lo. Non è un caso che il vol­to di Herzl si tro­vi alle spal­le del neo­pre­si­den­te. Fu il gior­na­li­sta che in gio­va­ne età riguar­do alla riu­nio­ne di Basi­lea, il 29 ago­sto 1897, scris­se di aver «fon­da­to lo sta­to ebrai­co […] entro cinquant’anni se ne ren­de­ran­no con­to tut­ti». Uno tra i padri fon­da­to­ri del sio­ni­smo, soste­ni­to­re del «pro­ces­so di espro­pria­zio­ne e di tra­sfe­ri­men­to» del popo­lo pale­sti­ne­se. Scris­se in una let­te­ra a Cecil Rho­des «Il mio pro­gram­ma è un pro­gram­ma coloniale».

Bisogna chiedersi se sia giusto dipingere la nascita di Israele come un concreto “fenomeno coloniale”. 

Rima­ne però poco spa­zio inter­pre­ta­ti­vo, soprat­tut­to alla luce degli archi­vi oggi dispo­ni­bi­li che non nascon­do­no le azio­ni intra­pre­se da Israe­le. Gurion pre­se il testi­mo­ne degli inten­ti di Herzl, lo pre­se con vigo­re e tena­cia. Tra le sue affer­ma­zio­ni nel cor­so del tem­po non è dif­fi­ci­le tro­va­re rife­ri­men­ti alla guer­ra e all’espropriazione ter­ri­to­ria­le come mez­zi legit­ti­mi per il suo popo­lo. Non è dif­fi­ci­le incon­tra­re l’insoddisfazione per l’originario pia­no di spar­ti­zio­ne di quel 29 novem­bre 1947. Yitza­hk Rabin nel­le sue Memo­rie, rife­ren­do­si alla con­qui­sta di Lyd­da e Ram­leh, scrive: 

Ci diri­gem­mo fuo­ri al fian­co di Ben Gurion. Allon ripe­té la doman­da: “Che cosa dob­bia­mo fare del­la popo­la­zio­ne?” Gurion agi­tò la mano con un gesto che signi­fi­ca­va “Cac­cia­te­li” […] Non c’era altro modo che uti­liz­za­re la for­za e i tiri di avver­ti­men­to per costrin­ge­re gli abitanti. 

In quei due anni di guer­ra, per mano dei grup­pi sio­ni­sti e dell’esercito uffi­cia­le di Israe­le, i pale­sti­ne­si furo­no vit­ti­me di una vera e pro­pria puli­zia etni­ca. Il mas­sa­cro di Deir Yas­sin, per mano dell’Irgun e del Lehi, soste­nu­ti dal­la Haga­nah e i mol­te­pli­ci altri epi­so­di ne sono la pro­va. I rap­por­ti a riguar­do dei diri­gen­ti israe­lia­ni non lascia­no dub­bi. Jose­ph Nach­ma­ni scri­ve: «Entra­ro­no nel vil­lag­gio di Saf­sas, i cui abi­tan­ti ave­va­no alza­to ban­die­ra bian­ca. Sepa­ra­ro­no le don­ne dagli uomi­ni, lega­ro­no le mani di 50–60 con­ta­di­ni e li ucci­se­ro, li sep­pel­li­ro­no in una fos­sa comu­ne. Vio­len­ta­ro­no anche mol­te donne».

Biso­gna per for­za ora pen­sa­re però a un pre­ce­den­te sto­ri­co non tra­scu­ra­bi­le. Stia­mo par­lan­do del­la sor­te toc­ca­ta a milio­ni di ebrei duran­te la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Ora, a riguar­do Alain Gresh, con il soste­gno del­le paro­le di Edward Said coglie il pun­to. Sen­za voler mini­miz­za­re la tra­gi­ca sto­ria del popo­lo ebrai­co negli anni dell’Olocausto, è inne­ga­bi­le che si giun­se a una rot­tu­ra con il rispet­to sto­ri­co dell’accaduto, appro­dan­do a un suo uso a dife­sa del pro­get­to israe­lia­no (alme­no tra le fran­ge più estre­me di Israe­le, anche se non solo). 

L’uomo ha mar­ca­to la sto­ria più e più vol­te, tal­vol­ta con gesti dai qua­li non si libe­re­rà mai. Met­ter­si oggi come allo­ra a favo­re o con­tro Israe­le ha pre­so la fun­zio­ne di distin­zio­ne tra nuo­vi “anti­se­mi­ti” e non. La nazio­ne ebrai­ca rifiu­ta qua­lun­que rim­pro­ve­ro riguar­dan­te i dirit­ti uma­ni. Ai suoi occhi la Pale­sti­na dovreb­be pren­de­re vera coscien­za dell’Olocausto e lascia­re a Israe­le la pro­pria ter­ra. Ma il discri­mi­ne sta pro­prio qui. Pren­de­re coscien­za vera del­la Shoah, com­pren­der­la in quan­to feno­me­no sto­ri­co, legit­ti­ma le pro­te­ste e le dife­se del popo­lo pale­sti­ne­se.

Nel 1970 Oria­na Fal­la­ci pas­sa una not­te docu­men­ta­ta sui suoi dia­ri per­so­na­li sul fron­te ara­bo tra i Fedayy­in di Al-Fatah, l’organizzazione mili­tan­te che pren­de­rà le redi­ni dell’Organizzazione di Libe­ra­zio­ne per la Pale­sti­na. Uno di loro, tra i più gio­va­ni, la avvi­ci­na duran­te una bre­ve inter­vi­sta con un altro sol­da­to. Pren­de paro­la: «Tu dici che vuoi bene agli ebrei. Ma allo­ra tu vuoi bene a noi. Per­ché gli israe­lia­ni non sono più gli ebrei. Gli ebrei, oggi, sia­mo noi».

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Marco Fradegrada
Stu­dio filo­so­fia, mi affa­sci­na la psi­co­lo­gia, impaz­zi­sco per gli aned­do­ti nel­le bio­gra­fie. Mi inte­res­sa­no le vicen­de del­l’E­st euro­peo, Orien­te e Medio Orien­te. Ascol­to tan­ta musi­ca, suo­no e vado mat­to per i cani.

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