Corpus Domini. Il corpo in mostra a Palazzo Reale

Corpus Domini. Il corpo in mostra a Palazzo Reale

La pro­po­sta cul­tu­ra­le di Palaz­zo Rea­le ha ormai ripre­so a pie­no regi­me con una serie di mostre, tra cui Monet, Rea­li­smo Magi­coCor­pus Domi­ni, che dan­no la pos­si­bi­li­tà di inda­ga­re da vici­no tre momen­ti foca­li del­la sto­ria dell’arte ita­lia­na e inter­na­zio­na­le, dall’Ottocento a oggi: dall’Impressionismo, pas­san­do attra­ver­so la cor­ren­te arti­sti­ca del Rea­li­smo magi­co, si giun­ge all’Iperrealismo e alla Body Art, con una affer­ma­zio­ne sem­pre più deci­si­va del cor­po – ma tal­vol­ta, come si vedrà, anche del­la sua nega­zio­ne – qua­le ogget­to d’indagine da par­te dell’artista, fino a diven­ta­re il vero e pro­prio sup­por­to artistico.

Inau­gu­ra­ta il 27 otto­bre e visi­ta­bi­le fino al 30 gen­na­io 2022, l’avanguardistica mostra Cor­pus Domi­ni. Dal cor­po glo­rio­so alle rovi­ne dell’anima cura­ta da Fran­ce­sca Alfa­no Migliet­ti pre­sen­ta, in cir­ca 1000 m2 di super­fi­cie, 111 ope­re di 34 arti­sti con­tem­po­ra­nei. I lavo­ri inte­res­sa­no tut­ti i tipi di pro­du­zio­ni e di lin­guag­gi arti­sti­ci, con instal­la­zio­ni, scul­tu­re, dise­gni, foto­gra­fie, dipin­ti e videoin­stal­la­zio­ni, dan­do pro­va del­la poten­zia­li­tà dei vari sup­por­ti. Inol­tre, il fat­to che gli arti­sti coin­vol­ti pro­ven­ga­no da diver­se aree del mon­do è uti­le per ten­ta­re di allon­ta­nar­si da una nar­ra­zio­ne euro­cen­tri­ca domi­nan­te soprat­tut­to nel­la defi­ni­zio­ne di un idea­le di cor­pi standard.

L’espressione Corpus Domini è qui scevra del suo valore religioso e serve per approfondire il tema della presenza del corpo nell’arte e per l’arte, dagli anni Settanta a oggi, e di come il corpo venga inteso in senso materico e fisico, ma anche in una forma più evanescente e poetica, considerato simbolo di altro o analizzato nella sua assenza. 

Per quan­to con­cer­ne il rap­por­to tra arte e cor­po, in par­ti­co­la­re nel con­te­sto ita­lia­no, non si può non men­zio­na­re Lea Ver­gi­ne, impor­tan­te cri­ti­ca e cura­tri­ce d’arte, tra le pri­me ad occu­par­si di Body Art, arri­van­do a pub­bli­ca­re su que­sto tema il sag­gio Il cor­po come lin­guag­gio. La “Body-Art” e sto­rie simi­li (1974). Ver­gi­ne, fino alla sua mor­te, occor­sa il 20 otto­bre 2020, ha instan­ca­bil­men­te col­la­bo­ra­to con Fran­ce­sca Alfa­no Migliet­ti per la pro­get­ta­zio­ne del­la mostra in que­stio­ne, una con­cre­tiz­za­zio­ne degli stu­di da lei por­ta­ti avan­ti con pas­sio­ne. E pro­prio per que­sto, il per­cor­so espo­si­ti­vo par­te da una sala dedi­ca­ta alla sto­ri­ca dell’arte, una fine­stra sul­la sua men­te, rea­liz­za­ta gra­zie al con­tri­bu­to dell’Archivio Lea Ver­gi­ne: libri, docu­men­ti e foto­gra­fie sono un omag­gio alla sua figu­ra e alla sua vita. 

Già nel­la Sala Lea Ver­gi­ne, ini­zia il viag­gio attra­ver­so cor­pi veri e cor­pi fin­ti, pre­sen­ti o imma­gi­na­ti, glo­rio­si o rovi­ne dell’anima. Signi­fi­ca­ti­va la scel­ta di par­ti­re con i dise­gni di Carol Rama, in cui sono ritrat­ti cor­pi fem­mi­ni­li non con­for­mi, con espo­sti gli orga­ni ses­sua­li: la rego­la di Rama, qui, è la tra­sgres­sio­ne del­la nor­ma pre­sta­bi­li­ta, la distru­zio­ne di un model­lo che vuo­le il cor­po per­fet­ta­men­te abi­le, vesti­to (soprat­tut­to se fem­mi­ni­le) e posato.

Carol Rama, Appassionata, Collezione privata.
Carol Rama, Appas­sio­na­ta, Col­le­zio­ne privata. 

Pro­se­guen­do, gli oriz­zon­ti figu­ra­ti­vi si espan­do­no e cam­bia con­ti­nua­men­te l’esperienza este­ti­ca, in un’alternanza tra pre­sen­za e assen­za fisi­ca: a scrit­te al neon di Jose­ph Kosuth, qui espo­ste come sim­bo­lo del­la spa­ri­zio­ne del cor­po sosti­tui­to dal­la paro­la, seguo­no una sta­tua in cera raf­fi­gu­ran­te il filo­so­fo Lud­wig Witt­gen­stein rea­liz­za­ta da Gavin Turk e un’installazione sono­ra con la regi­stra­zio­ne di una risa­ta pro­ve­nien­te dall’alto, ope­ra di Gino De Domin­cis dal sug­ge­sti­vo tito­lo D’Io.

Corpus Domini è uno spazio laico, profano e concreto, ma che – per forza di cose – scivola nel metafisico e nel religioso.

E anco­ra, le scul­tu­re di resi­ne, polie­ste­re, mar­mo, sili­co­ne e capel­li natu­ra­li di Zhar­ko Bashe­ski: la masto­don­ti­ca Out Of… e la pic­co­la Self-por­trait 1 espri­mo­no il dram­ma di un cor­po che invec­chia e di una men­te che riflet­te sul­la pro­pria esi­sten­za. Da que­sta mas­si­ma con­cen­tra­zio­ne su di sé, lo sguar­do si allon­ta­na: l’uomo non è più visto in tut­te le sue rughe, in tut­ti i suoi par­ti­co­la­ri, ma diven­ta par­te indi­stin­gui­bi­le di un grup­po in movi­men­to, come si vede nel­le video instal­la­zio­ni di Michal Rov­ner. L’essere uma­no, qui, è pri­va­to del­la pro­pria indi­vi­dua­li­tà, dei suoi trat­ti carat­te­riz­zan­ti: gli indi­vi­dui sono tut­ti ugua­li, come dovreb­be essere.

Oltre alla raf­fi­gu­ra­zio­ne di ciò che il cor­po effet­ti­va­men­te è, con suoi i pro­di­gi e le sue brut­tu­re, si guar­da al futu­ro, a ciò che la scien­za può com­pie­re sui nostri cor­pi, cam­bian­do così anche cano­ni este­ti­ci e para­dig­mi di rife­ri­men­to. Marc Quinn, in Tho­mas Bea­tie, raf­fi­gu­ra un uomo incin­to, l’uomo tran­sgen­der che nel 2007 era riu­sci­to ad avvia­re una gra­vi­dan­za gra­zie all’inseminazione arti­fi­cia­le. Il cor­po è sì vul­ne­ra­bi­le, ma in poten­za con­tie­ne in sé anche una serie di pos­si­bi­li­tà pro­di­gio­se che pos­so­no esse­re dispiegate.

E una vol­ta scom­par­so il cor­po, cosa rima­ne? Cosa resta del nostro stru­men­to di espe­rien­za del mon­do? Riman­go­no i vesti­ti, ormai vuo­ti fan­toc­ci sen­za iden­ti­tà, come in MENS SUITS di Char­les LeDray, tan­ti pic­co­li abi­ti acca­ta­sta­ti e in minia­tu­ra, che riman­da­no, tra le altre cose, all’ormai inge­sti­bi­le ten­den­za all’accumulazione e al suo impat­to sull’ecosistema. La memo­ria è labi­le, la nostra sto­ria desti­na­ta a esse­re dimen­ti­ca­ta nel giro di poco tem­po: sia­mo posti di fron­te a que­sta cru­de­le leg­ge dall’installazione di Oscar Muñoz, in cui le linee di vol­ti pro­iet­ta­ti sul pavi­men­to spa­ri­sco­no in qual­che secon­do, risuc­chia­te da uno scarico.

Que­sta espo­si­zio­ne ricor­da quan­to l’arte sia costan­te­men­te in dia­lo­go con le altre for­me di sape­re, come la filo­so­fia, l’antropologia, la socio­lo­gia, un dia­lo­go sem­pre in dive­ni­re e neces­si­tan­te dell’apporto di cia­scu­no. In una socie­tà in cui il cor­po è cen­tra­le ed è visto come un mez­zo di espres­sio­ne per­so­na­le, la mostra per­met­te di osser­var­ci dall’esterno, stu­dian­do i resti lascia­ti dal nostro pas­sag­gio, pas­san­do in ras­se­gna i meta­mor­fi­ci modi di defi­ni­re (e ride­fi­ni­re) cano­ni este­ti­ci e giun­gen­do addi­rit­tu­ra all’invisibilità, all’annullamento del cor­po. Il pri­va­to del pro­prio cor­po non è mai sta­to così politico.

Imma­gi­ne di coper­ti­na: Zhar­ko Bashe­ski, “Out of… e Self-por­trait 1”. Foto­gra­fia di Edoar­do Val­le. Cour­te­sy Palaz­zo Rea­le, Milano. 

Con­di­vi­di:
Costanza Mazzucchelli
Clas­se 2000, stu­den­tes­sa di Let­te­re. Guar­do il mon­do attra­ver­so i miei occhia­li spes­si, ascol­to e leg­go, poi scri­vo di ciò che ho imparato.

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