Del: 3 Novembre 2021 Di: Francesco Pio Calabretta Commenti: 0

È esplosivo e travolgente, divertente ed emozionante. Si chiama Freaks Out ed è la nuova opera cinematografica di Gabriele Mainetti, già noto per Lo chiamavano Jeeg Robot. Presentato e premiato alla 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il kolossal italiano diretto dal giovane regista funziona e travolge lo spettatore per tutta la sua durata (140′). 

Quattro amici: Matilde, Cencio, Fulvio e Mario, legati tra di loro come fratelli, lavorano in un circo nella Roma del 1943, sotto il dominio nazista. Il circo è gestito da Israel, che più che un capo è per i tre una sorta di figura paterna. Quando quest’ultimo cerca di trovare un via di fuga per portarli lontani dal conflitto, sparisce misteriosamente, lasciandoli da soli. Senza Israel e senza tendone i quattro sono soltanto fenomeni da baraccone con poteri straordinari, nella città eterna che, intanto, inizia a crollare sotto i colpi bellici. 

Il film, che per costi e realizzazione è un vero e proprio kolossal italiano, è diretto con cura magistrale da Gabriele Mainetti, che si occupa anche della sceneggiatura e delle musiche, insieme rispettivamente a Nicola Guaglianone e Michele Braga. I personaggi sono interpretati in maniera impeccabile, invece, da Claudio Santamaria (Fulvio), Aurora Giovinazzo (Matilde), Pietro Castellitto(Cencio), Giancarlo Martini (Mario), Giorgio Tirabassi (Israel) e infine Franz Rogowski, nel ruolo del super nemico Nazista annebbiato dalla droga e convinto di conoscere il futuro. Degna di nota è anche l’interpretazione di Max Mazzotta come Partigiano gobbo. Il film, nonostante la sua relativa lunghezza, si lascia vedere dall’inizio alla fine, con un ruolo fondamentale delle musiche e degli effetti speciali. La prima riesce a scandire perfettamente il ritmo dell’azione e la accompagna rendendo il tutto molto più nitido. Gli effetti speciali (CGI, VFX), nonostante la massiccia presenza di effetti realizzati in scena, rendono la storia magica ed accentuano le capacità sovrannaturali dei protagonisti, mostrando il film come un ottimo esempio di come la tecnologia debba essere usata e relazionata al reale.

L’opera, realizzata tra Lazio e Calabria, ha poco da invidiare alle grandi produzioni d’oltreoceano, mantenendo comunque la sua italianità come caposaldo dell’opera, sia nei luoghi sfruttati per le riprese che per l’uso dei dialetti (romano e calabrese).

Tra i protagonisti, tre uomini e una donna, spetta proprio alla giovane Matilde il compito di fare da anello di congiunzione tra la magia e l’umanità: in un mondo fatto di ricerca ossessionata del successo e della sopravvivenza, la ragazza mantiene l’altruismo e l’amore che le permettono di lottare con i propri demoni oltre che con quelli tedeschi. È un voler inviare un messaggio positivo, anche attraverso le battute divertenti dei personaggi e le gag, in una storia che di per sé dovrebbe essere triste per l’epoca in cui il film è ambientato. 

La pellicola, per quanto l’attenzione ai dettagli sia maniacale, ha al suo interno dei piccoli difetti, tra cui l’assenza di informazioni precedenti alla storia sui personaggi, ed alcune situazioni che potevano essere risolte in tempi più brevi. Nonostante piccoli difetti, Mainetti realizza un film che funziona perfettamente e coinvolge anche lo spettatore più scettico per il tema trattato e per la straordinaria interpretazione del cast, godibile dal primo all’ultimo frame ed assolutamente da vedere.

Francesco Pio Calabretta
Classe 2000, studio Scienze dei beni culturali. Mi godo il momento ma penso al futuro. Per adesso invece imparo, esploro e bevo birra.

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