Del: 17 Novembre 2021 Di: Chiara Del Corno Commenti: 0
Il metaverso sarà la nuova frontiera di internet?

Se avessimo detto ai nostri nonni quando erano giovani che l’uomo sarebbe stato in grado di raggiungere il livello tecnologico che oggi abbiamo di fatto raggiunto, ci avrebbero guardati straniti e perplessi. E guardando forse ancora più indietro, le immense potenzialità attuali della rete e di internet erano solo appannaggio dei libri di fantascienza che, tra fantasia e intuizione, hanno sempre giocato a interrogarsi su come l’uomo avrebbe vissuto o su cosa sarebbe stato in grado di fare nel futuro. L’ultimo capitolo di risposta a queste domande è proprio il chiacchieratissimo metaverso.

Ma cosa sappiamo davvero del metaverso? E di quanta realtà e di quanta fantascienza possiamo parlare?

“Metaverso” è un termine che appare per la prima volta nel 1992 in un romanzo di fantascienza postcyberpunk di Neal Stephenson, SnowCrash. Sulla fine del XX secolo, in un’America in rovina, l’uomo ha come dimensione di via di fuga il metaverso, una sorta di realtà virtuale abitata da avatar tridimensionali corrispondenti alle persone. Realtà analoghe, possiamo anche ritrovarle in molte piattaforme di giochi online: si pensi solo a popolari videogiochi come The Sims o Fortnite.

Il concetto si è dipartito dalla fantascienza da quando, il 28 ottobre scorso, Mark Zuckerberg ha annunciato il cambio del nome di Facebook in “Meta”, presentando il metaverso come la nuova frontiera di internet, nonché come un concreto obiettivo per l’azienda, che ha comportato, tra l’altro, un investimento di oltre 10 miliardi solo in questo 2021. Il cambio repentino di logo è in parte da considerarsi associato allo scandalo dei Facebook Papers: la whistleblower è stata Frances Haugen, una ex-dipendente di Facebook, che ha pubblicato dei documenti di Facebook da cui si evinceva che l’azienda non aveva tutelato gli utenti da contenuti di incitamento all’odio, disinformazione e violenza a vantaggio di un maggior guadagno o per incapacità tecnica. Parrebbe quindi che Meta voglia tentare di lasciarsi alle spalle questo gravissimo danno d’immagine oltre che, naturalmente, umano, strizzando l’occhio all’ultimo fiore all’occhiello di tecno-utopia: il metaverso.

Ma cos’è davvero il metaverso? Esso consisterebbe in uno spazio 3D di realtà interamente digitale, i cui protagonisti sarebbero nostri avatar tridimensionali, costituiti da ologrammi.

Esso realizza quindi quello che Meta, nella sua Founder’s letter, definisce “il sogno ultimo della tecnologia”, ovvero quello di restituire la sensazione di presenza e copresenza virtuale in uno spazio “concretamente” condiviso. L’obiettivo è costruire una dimensione immersiva e pervasiva virtualmente che permetta di percepire come reali persone, luoghi e ambienti che nella realtà fisica non esistono o sono lontani, ma che nel metaverso diventano, quindi, accessibili.

I confini tra concreto e virtuale diventano sempre meno netti e gli esempi che riporta Meta sono i più svariati; per esempio, si potrà andare ad un concerto dall’altra parte del mondo, superare i libri di testo entrando virtualmente nell’universo per compilare una ricerca, lavorare con colleghi che non sono presenti fisicamente o trasportarsi in un ambiente costruito ad hoc secondo i vezzi della nostra fantasia digitale per interagire con gli amici. L’obiettivo è rivoluzionare le dimensioni dell’istruzione, del fitness, degli acquisti e così via.

Il metaverso sarà una dimensione sempre presente a qualunque ora, senza un inizio e senza una fine, cui si avrà accesso tramite dei visori di realtà aumentata, anche se le prime perplessità partono proprio da questo. L’unico modo che pare realizzabile per entrare in questa altra dimensione virtuale sarebbe quello di stare seduti con guanti per il rilevamento del movimento e occhiali VR e, di per sé, ad oggi, questa condizione appare quantomeno innaturale, a differenza per esempio di Instagram, cui si può accedere in qualsiasi momento e luogo.

Le remore più consistenti arrivano anche dal punto di vista della privacy, in quanto non è chiaro come si riesca a garantire la sicurezza online tutelando i più giovani e, in generale, gli utenti, limitando i contenuti dannosi (molestie, abusi, contenuti d’odio etc.).

Su questa linea, bisogna ulteriormente considerare che il metaverso viene presentato da Meta quasi come un’altra, nuova dimensione di internet, senza tenere conto che, di fatto, non è un’alterità dalla rete, bensì un suo enorme potenziamento che, quindi, amplificherebbe tutti quei turbamenti psicologici che anche Instagram o Facebook hanno creato. “Instagram non è la vita vera” è il mantra che forse non sempre abbiamo appropriatamente interiorizzato, con conseguenti sentimenti di malessere, percezione di non essere abbastanza, depressione etc.

Siamo pronti per un metaverso, culla di escapismi potenzialmente pericolosi, in cui ci si può ricreare un’intera vita?

Inoltre, vi è il consistente rischio che sia nient’altro che un’amplificazione in negativo di quel meccanismo algoritmico per cui già ora su Instagram e Facebook ogni scroll, like o altra interazione viene tradotta in dato e di qui viene associata ad un profilo utente con pubblicità mirata o suggerimenti di contenuti. Nel metaverso si analizzeranno comportamenti umani a 360° e di qui la domanda è: cosa succederebbe se un’intera nostra vita fosse in toto un dato e ogni nostra azione venisse monetizzata?

Ad oggi, pare quasi un sogno (o incubo?) fantascientifico e l’imminenza del metaverso pare quanto mai lontana, ma, di fatto, a partire da Meta, vale la pena dipanarne le implicazioni, le potenzialità e i limiti… giusto per non trovarci teletrasportabili fra qualche anno nel metaverso facendoci cogliere impreparati.

Chiara Del Corno
Studio Lettere, ma non saprei scegliere il mio libro preferito, adoro i bei film e fosse per me in sottofondo avrei sempre musica. Se sono a zonzo, mi trovate sempre in bicicletta, amo scrivere perché mi rende curiosa e amo curiosare perché poi mi fa venire voglia di scrivere.

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