Del: 25 Novembre 2021 Di: Giulia Ariti Commenti: 0

L’Italia è tra i Paesi in Europa a contare il maggiore numero di animali da compagnia, in particolare cani e gatti. Il 63% delle famiglie, in Italia, considera il proprio animale domestico come parte integrante del nucleo familiare – ma il dato non deve apparire confortante: l’Italia, infatti, è anche uno dei tre paesi Europei a presentare il più alto tasso di randagismo. Nel 2020, il Ministero della salute ha fornito un quadro regione per regione relativo agli ingressi nei canili sanitari e nei rifugi, considerando anche il numero di animali adottati: emergono 76.192 ingressi in canili sanitari, 42.665 in canili rifugio e 42.360 adozioni di cani randagi. I numeri, tuttavia, sono da prendere con estrema cautela: come comunicano LAV, Lega Anti-Vivisezione, e ENPA, Ente Nazionale Protezione Animali, questi dati includono anche gli animali smarriti, ospitati nei canili e ritrovati dai padroni; inoltre, non forniscono alcun dato preciso circa gli abbandoni e il randagismo. Oipa, Organizzazione internazionale protezione animali, stima oltre 150.000 animali abbandonati ogni anno, di cui l’80% muore sulle strade entro i 20 giorni dall’abbandono. 

Questo fenomeno non è un problema di tutti i paesi dell’Unione: è proprio l’area meridionale – Italia, Spagna e Grecia – a presentare un alto tasso di randagismo. L’Olanda, ad esempio, può contare ormai un numero di randagi azzerato. Non è stato un percorso privo di difficoltà, ma la legislazione olandese è intervenuta direttamente sul problema dopo che, negli anni Novanta, il numero di abbandoni era divenuto fuori controllo. Oggi, le attività dei gruppi animalisti permettono un capillare intervento su tutto il suolo olandese, intervenendo direttamente nel recupero e nel salvataggio: ogni animale, di qualunque età, viene seguito nelle terapie necessarie alla sua cura, non richiedono alcun costo aggiuntivo da parte dell’adottante. Inoltre, le pratiche di castrazione e sterilizzazione sono obbligatorie e non prevedono costi; allo stesso modo, in alcuni mesi, le vaccinazioni sono eseguibili gratuitamente. 

Questi due interventi sono mirati proprio al contrasto della diffusione dell’abbandono e del randagismo in Italia.

«Il problema principale – ha detto Claudia Taccani, responsabile legale di Oipa, al Post – soprattutto per quanto riguarda il Sud Italia e in particolar modo le zone rurali, è quello della mancanza di attenzione nella custodia dei cani. Gli animali, spessissimo senza microchip di identificazione, vengono lasciati liberi di girare per conto proprio e si riproducono, non essendo sterilizzati. Quello della non sterilizzazione è un altro punto critico. I cuccioli che sopravvivono diventano randagi, a loro volta senza sterilizzazione».

«Purtroppo, molti proprietari di cani non voglio farli sterilizzare anche solo per non pagare il costo al veterinario – continua Taccani – Si potrebbe così pensare a incentivi a livello economico. Un’altra cosa fondamentale sarebbe effettuare a tappeto i controlli applicando le sanzioni che in realtà sono ora decisamente blande».

Nel 2019, si stimava che i cani randagi fossero tra i 500 e i 700 mila. Oggi il numero pare essere in allarmante aumento, tanto che Sicilia e Calabria, nel report del Ministero della Salute sopracitato, non hanno fornito cifre chiare. Nel 2018, la Commissione speciale d’inchiesta sul fenomeno del randagismo in Sicilia ha comunicato che tre quarti del fenomeno del randagismo europeo è concentrato nella sola Sicilia. Il dato italiano subisce il forte impatto della diffusione della criminalità organizzata: secondo l’analisi della Coldiretti su dati Osservatorio Agromafie in occasione della Giornata mondiale del cane 2021 il traffico illecito di animali da compagnia copre oltre 300milioni di euro, coinvolgendo circa 400mila cuccioli. 

A questo si affianca il mercato nero con animali importati illegalmente dall’estero con contraffatti documenti che ne attestano l’origine italiana e profilassi mediche mai eseguite: si tratta di cani di poche settimane, spesso che non hanno ancora terminato il ciclo di svezzamento, venduti per cifre che arrivano fino a 1.200 euro. In molti vengono addirittura imbottiti di medicinali per apparire più sani e trasportati nascosti e pressati dentro contenitori, doppi fondi ed altri ambienti chiusi, stipati in furgoni e camion che percorrono lunghi tragitti; queste condizioni sono spesso la causa di morte precoce per molti di loro. 

«Quello dei cuccioli clandestini – sottolinea la Coldiretti – è un commercio che talvolta si realizza anche con la complicità di alcuni allevatori e negozianti italiani che “riciclano” nel mercato legale animali di provenienza illegale. Il traffico di animali da compagnia costituisce un danno per tutte le parti coinvolte, ad eccezione di chi lo gestisce. Ad esserne colpiti sono, oltre che gli allevatori ed i rivenditori onesti, in primo luogo gli animali stessi, vittime quasi sempre di maltrattamenti ed abusi».

Esistono poi fenomeni ancora più estremi, dei così detti “canili lager”.

Si tratta di canili privati che stipulano accordi con lo Stato, così da ricevere fondi in base al numero di randagi accolti. Tuttavia, i soldi non vengono spesi nella cura dei cani, ma vengono intascati dai gestori della struttura, dove gli animali vivono in stati di degrado e fame, troppo spesso in gabbie sovraffollate. «Una storia – ha sostenuto la Lega Nazionale per la Difesa del Cane – che è sotto gli occhi di tutti ma che in pochi vedono e che pure dovrebbe riguardare ogni cittadino, se non altro per lo sperpero di denaro pubblico che vi sta dietro. Una storia dove gli attori sono tanti: amministratori comunali, forze dell’ordine, veterinari Asl. E, a volte, anche criminalità organizzata. Ma è una storia di cui si parla poco perché, alla fine, il silenzio conviene a tutti: a chi non deve impegnarsi a risolvere il problema e a chi, su questo problema, continua a lucrare.”

«La problematica dei canili lager – chiarisce Fabrizia Zotta, volontaria dell’associazione Gli Amici di Pisolo per i Randagi – è un forte ostacolo alla soluzione del problema del randagismo. Il gioco della criminalità organizzata, troppo spesso in accordo con la politica, è quello di mantenere in vita il randagismo per lucrare sul sovraffollamento dei canili: per ogni randagio che viene raccolto e portato in canili privati e, quindi, non municipali, i comuni pagano una retta giornaliera. Si parla da cifre di scarso valore, come 2.50 euro ai 10 euro al giorno. E’ chiaro che, parlando di centinaia e migliaia di cani, il guadagno sia importante. All’interno di questi canili i cani vengono mantenuti in vita al limite, in quanto ognuno porta soldi».

In Italia, il fenomeno del randagismo è sempre stato molto consistente e le leggi mai davvero mirate alla soluzione del problema. Fino al 1991, i canili erano strutture di prevenzione anti-rabbica: i cani ritrovati venivano sottoposti a periodi di quarantena di 10 giorni e, allo scadere di questi, se nessuno si fosse trovato a reclamarne la proprietà, il trovatello veniva sottoposto ad eutanasia. Nel 1991, con la Legge Quadro 281/91, avvenne la svolta: fu vietata l’eutanasia sistematica e venne introdotto il modello di canile così come lo conosciamo oggi. Tuttavia, oggi, queste misure non sono più sufficienti.  

Continua Zotta: «L’unica soluzione è agire da Nord, dove il problema esiste sebbene con numeri meno impressionanti, a Sud: unire le grandi associazioni, ENPA, LAV, OIPA, con quelle più piccole e locali, in modo da agire sulla politica e fare pressione per una legge che imponga la sterilizzazione. Il problema è, in particolare, dei meticci: si vedono sempre più spesso cani soggetti a malformazioni genetiche, perché magari frutto dell’unione di consanguinei o di incroci assurdi tra razze. Penso sia l’unica soluzione: imporre la sterilizzazione e permettere la riproduzione controllata, solo ad allevatori autorizzati».

Amici di Pisolo per i Randagi, con sede a Forenza, in Basilicata, è una delle numerosissime realtà locali gestite da volontari e che si impegna del raccogliere i randagi e toglierli dal pericolo della strada, per dare loro cibo e cure mediche. 

«Attualmente abbiamo circa settanta cani – spiega Zotta – Nel giro di 15 giorni abbiamo recuperato dieci cuccioli e due cani adulti; i recuperi dipendono molto dai periodi delle cucciolate, che talvolta contano anche otto cuccioli. Quest’anno c’è stato un boom di ritrovamenti di cani adulti con problematiche molto serie che vanno, naturalmente, aiutati con spese mediche talvolta molto costose. Grazie alle donazioni riusciamo ad aiutarli e pagare la clinica, ma se dovessero venire a mancare ci troveremmo in forte difficoltà: strappare sostegno alle istituzioni è spesso difficile, essendo molto influente la volontà politica».

Giulia Ariti
Studentessa di Filosofia che insegue il sogno del giornalismo. Sempre con gli occhi sulla realtà di oggi e la mente verso il domani.

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