Del: 2 Novembre 2021 Di: Giulia Riva Commenti: 0
La proposta che renderebbe possibile iscriversi a più Cdl contemporaneamente è stata approvata dalla Camera. Vediamo i pro e i contro di tale provvedimento.

È notizia dell’ultimo mese l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati e all’unanimità, di un provvedimento volto ad abrogare l’art. 142 del Regio Decreto 1592/1933 e recitante: «salvo il disposto dell’art. 39, primo comma, lett. c), è vietata l’iscrizione contemporanea a diverse Università e a diversi Istituti di istruzione superiore, a diverse Facoltà o Scuole della stessa Università o dello stesso Istituto e a diversi corsi di laurea o di diploma della stessa Facoltà o Scuola»; laddove l’eccezione indicata era relativa alla possibilità di una contemporanea iscrizione presso scuole speciali e di perfezionamento di cultura militare.

La norma (nonostante più volte emendata) risale infatti al pieno fascismo totalitario, anno 1933. La sua ratio era quella di meglio impiegare le forze dei pochi studenti universitari, evitando un inutile spreco di energie e percorsi per così dire dispersivi, sempre nell’ottica di perseguire il successo economico (in un periodo che, non a caso, vide un impennarsi dell’interventismo Statale in economia).

Un divieto “attempato”, forse? Un po’ anacronistico, ormai privo della sua originaria ragion d’essere?

Di certo è quanto sostenuto, tra gli altri, dal relatore e membro della Commissione Cultura Alessandro Fusacchia e dalla ministra dell’Università Maria Cristina Messa. Questi hanno elogiato il risultato ottenuto alla Camera e il “salto verso il futuro” che si renderebbe possibile per gli studenti italiani nel caso in cui l’abrogazione fosse resa effettiva ottenendo l’approvazione anche in Senato (eventualità rispetto alla quale si sono detti ottimisti).

Se la proposta giunge per la prima volta alle orecchie di molti, bisogna però sapere che non si tratta di una novità assoluta; e che anzi il dibattito risale ai primi anni 2000. È infatti l’europarlamentare Giovanni Pittella (membro del Partito democratico italiano e del raggruppamento del PSE in Unione Europea) che, nel 2003, rivolge alla Commissione un’interrogazione scritta, chiedendo che essa si esprima su tale divieto. Questo, come precisa, anche in virtù del proposito, adottato in Ue, di «divenire l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica duratura accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale».

Ma la risposta della Commissione è chiara: «secondo quanto disposto dall’articolo 149, paragrafo 1, del trattato CE, non è di competenza comunitaria, bensì degli Stati membri». Un intervento dell’Unione sulla norma italiana, dunque, non può in alcun modo prospettarsi poiché lederebbe gli spazi di autonomia riservati alla sovranità dei singoli membri; risulterebbe insomma illegittimo.

Nei quasi vent’anni che seguono, svariati sono i tentativi di “sbloccare” questa situazione, che continua a ostacolare gli studenti italiani (svantaggiati rispetto ai colleghi del resto dell’Unione, che godono di maggiore libertà e flessibilità nella costruzione del proprio percorso di studi), ma non si compie alcun passo in avanti. Le battaglie legali di singoli studenti e le mozioni avanzate dal Comitato Nazionale Studenti Universitari non raggiungono l’obiettivo.

È solo nel marzo 2018 che giunge la proposta di legge per l’abrogazione del divieto di contemporanea iscrizione, ad opera di tre deputati del Gruppo Misto, appartenenti alla circoscrizione del Trentino Alto Adige-Sudtirol: Schullian Manfred, Gebhard Renate e Plangger Albrecht.

Nel novembre dello stesso anno l’allora Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, si pronuncia favorevole, sostenendo il diritto per gli studenti di accedere a una formazione il più possibile interdisciplinare in modo da potersi adattare più agevolmente al complesso mondo del lavoro. Segue l’esame in Commissione (iniziato il 13 novembre 2019 e concluso il 21 luglio 2021) e infine la discussione alla Camera che ha portato all’approvazione della proposta (11-12 ottobre 2021).

L’eventuale abrogazione del divieto, comunque, risulta chiaroscurale; e già nel 2019 il giurista Giovanni Pascuzzi metteva in guardia dalla possibile deriva di una “bulimia educativa” (o, potremmo dire, dal pericolo di “mettere troppa carne al fuoco”), non in grado peraltro di far dialogare i saperi (un conto è la multidisciplinarietà, specificava, mero accumulo o giustapposizione di conoscenze, e un conto l’interdisciplinarietà).

Un altro parere fortemente negativo appare nell’articolo della sociologa e giurista Iside Gjergji, pubblicato su Il Fatto Quotidiano lo scorso 16 ottobre.

Fermo restando che l’ampliamento delle libertà individuali è sempre ben accetto, la Gjergji evidenzia però che per favorire il rientro dei cervelli, aumentare la percentuale di laureati (l’Italia si colloca infatti al penultimo posto nella graduatoria europea) e incrementarne l’occupazione (anch’essa molto scarsa) servirebbe ben altro. Ad esempio, l’aumento delle borse di studio e la riduzione delle tasse universitarie, la costruzione di alloggi gratuiti e di un maggior numero di biblioteche, il sostegno alla ricerca e così via.

Attacca poi l’ulteriore pressione sociale che questa proposta di legge andrebbe a scaricare sui giovani, costretti in tal modo a dimostrarsi «all’altezza delle aspettative del mercato e dei suoi schizofrenici mutamenti»; tant’è che uno degli espliciti obiettivi del provvedimento è quello di ottenere «risultati migliori in tempi più rapidi per essere maggiormente competitivi sul mercato».  

Infine, ci ricorda che la legge deve risultare “a costo zero per lo Stato”; all’art. 3 del testo unificato, infatti, si precisa che i servizi e strumenti per il diritto allo studio potranno applicarsi ad una singola iscrizione (l’esenzione dal pagamento delle tasse varrebbe invece per ambedue le iscrizioni); mentre l’art. 6 (clausola di invarianza finanziaria) recita che dal provvedimento «non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».

Abbiamo quindi pensato di raccogliere le vostre opinioni a proposito tramite sondaggio.

Su un totale di 63 partecipanti il 71,4% si è dichiarato a conoscenza della proposta di legge, il 28,6% no. Il 79,4% si è poi dichiarato favorevole all’abrogazione del divieto, il 7,9% contrario, il 12,7% incerto.

Grafici

Inoltre, 34 persone hanno scelto di spiegare meglio la propria posizione: alcuni hanno elogiato l’ampliamento della libertà personale, l’apertura di percorsi che garantiscano maggiori e complementari competenze, la possibilità di trovare più facilmente la propria strada (soprattutto se indecisi tra diversi ambiti di studio), nonché l’opportunità per gli Atenei di rivedere i posti disponibili per CdL (in particolare quelli soggetti al tanto discusso numero chiuso). Soprattutto è condivisa l’opinione che il sapere debba essere libero e che non vada in alcun modo ostacolato lo studente volenteroso che possa e voglia scegliere un doppio percorso universitario.

Altri hanno invece avanzato le proprie perplessità: il rischio di intraprendere uno studio troppo multiforme e dispersivo e dunque la difficoltà per lo studente di riuscire a gestirlo al meglio, dal momento che già un singolo CdL richiede molto impegno e concentrazione, configurandosi in certo senso come “esclusivo”; la verosimile eventualità di ritrovarsi impossibilitati a dedicare il giusto tempo ad ambedue i percorsi selezionati, di fare insomma un po’ di tutto e di tutto un po’, senza riuscire a stratificare e consolidare conoscenze e competenze apprese; infine qualcuno osserva che, per quanto la proposta di legge possa essere condivisibile, il Parlamento avrebbe ben altre priorità, problemi più urgenti da affrontare.

Quali conclusioni si possono quindi trarre?

In definitiva, l’abrogazione del divieto prospetta alcuni indubbi miglioramenti per i giovani: maggiori possibilità di scelta e maggiore libertà nella costruzione del proprio percorso di studi e di vita, così come nell’accostamento di campi del sapere tra loro anche molto lontani, utile tra l’altro nell’eventualità in cui non si abbiano le idee ben chiare rispetto al Corso di Laurea da intraprendere.

A fronte, però, di numerosi punti a sfavore: per prima cosa, il pagamento della doppia retta, che non risparmia neppure il diritto allo studio. Quanti studenti potrebbero permetterselo? La doppia iscrizione non verrebbe così a rappresentare un percorso elitario e per così dire uno status symbol? In secondo luogo, il rischio concreto di non riuscire a gestire un doppio CdL (doppi corsi, doppie lezioni, doppio studio, doppi esami) e a completarlo, a meno di strutturali modifiche interne alle Università volte ad affiancare e favorire lo studente che volesse scegliere in questo senso.

Infine, l’angosciante prospettiva di un mondo a velocità aumentata che plasma la realtà e le persone al solo scopo di trarre profitto, pretendendo sempre di più (prestazioni sempre maggiori, competenze sempre più multiformi) ma scaricando il peso di queste richieste sui singoli e sulle loro sole forze; giungendo più o meno esplicitamente a negare dignità ad alcuni percorsi di studio, considerati troppo astratti e troppo poco redditizi, e che si vorrebbero forse affiancati da altri più “utili” sul mercato del lavoro.

Giulia Riva
Studentessa presso la triennale di storia, amo trovare nel passato le radici di oggi. Mi appassionano la politica e l’attualità, la buona letteratura, le menti creative e ogni storia che valga la pena di essere raccontata. Scrivere per professione è il mio sogno nel cassetto.

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