Del: 24 Novembre 2021 Di: Lorenzo Cardano Commenti: 0

L’Inno a Dioniso è uno dei trentatré componimenti che rientra nel gruppo degli Inni omerici, ovvero composizioni in esametri che hanno come tratto comune la dedica a una specifica divinità.  Nel caso qui preso in considerazione, a Dioniso.

Egli stava seduto; splendevano
gli occhi azzurri ridenti. Il pilota
subito intese; esortò i suoi compagni, e disse:
Amici, un dio avete preso potente;
e volete legarlo? neppure tenerlo
può questa solida nave. È Zeus costui
o Apollo dall’arco d’argento o Poseidone:
figura non ha di un mortale; ai numi somiglia
che all’Olimpo alto dimorano eterni.
Lasciamolo subito andare; ritorni
a terra, non gettategli addosso le mani;
che non susciti, irato, la furia dei venti
e su di noi si precipiti orrenda tempesta.

In questo componimento Dioniso appare sulla nave di alcuni pirati e viene erroneamente visto da alcuni di loro come un figlio di un re, un giovane molto ricco. A questo punto, i pirati pensano di essere scaltri perché iniziano a elaborare un modo per sequestrarlo e chiederne un riscatto molto costoso. All’inizio Dioniso si presenta come un soggetto passivo (si lascia prendere, legare e non parla), ma sorride. Questo dettaglio è importante: anche nelle Baccanti  di Euripide quando Penteo aveva imprigionato Dioniso, quest’ultimo rideva. 

Il riso non è dovuto alla felicità, ma alla superiorità: la divinità è superiore ontologicamente all’essere umano. 

Da questa prospettiva, l’Inno a Dioniso è il più rappresentativo nel delineare l’abissale differenza tra gli uomini, soprattutto quelli stolti, che si credono furbi nel loro agire quasi un po’ goffo, e la divinità, che non ha bisogno delle parole, che fanno parte del linguaggio (strumento sostanzialmente umano). Dioniso è come se avesse voluto volontariamente farsi catturare e legare: come se volesse farsi beffa dei pirati stessi. 

L’unico che riconosce la natura divina di Dioniso, nonostante quest’ultimo sia travestito da umano, è il timoniere, che non viene però né creduto né ascoltato. Sempre ritornando alle Baccanti, anche qui le figure di Cadmo e Tiresia non vengono ascoltate, sebbene riconoscano la natura divina o comunque la pericolosità del dio. Le persone più sveglie iniziano già a percepire questo tratto di pericolosità, ma non vengono credute. 

Nell’Inno il capo della nave è l’uomo tracotante, caratterizzato dall’ὕβρις, che pensa di essere più furbo e di riuscire ad imporsi anche attraverso un atteggiamento meschino. Tuttavia, a un certo punto dell’Inno Dioniso rivela la sua vera natura: da soggetto passivo passa ad attivo. Sul ponte della nave inizia a scorrere del vino; edera e viti cariche di grappoli si intrecciano sull’albero; il dio si trasforma in leone, avventandosi sul capitano; i pirati si gettano in mare, trasformandosi in delfini. L’unico a cui Dioniso assicura salvezza e felicità è proprio il timoniere: 

[…] Ma il nume 

ebbe pietà del pilota: dono gli fece

di una sorte felice, e gli disse così: 

«Sta’ di buon animo, tu caro al mio cuore. 

Io sono Dioniso, di strepiti amante: 

la madre Semele, figlia di Cadmo, in amore

congiuntasi a Zeus, mi diede alla luce». 

La composizione ad anello è presente sia nella parte iniziale che nella parte finale: la menzione – ripetuta – di Dioniso come figlio di Semele segnala agli ascoltatori la conclusione del brano. 

Lorenzo Cardano
Studente di Lettere Classiche, da sempre innamorato degli infiniti modi che l'essere umano ha di esprimere se stesso, il suo entusiasmo e il suo tormento.

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