Del: 4 Novembre 2021 Di: Lorenzo Cardano Commenti: 0

Il mondo non è fatto per l’uomo. In questo modo Lucrezio si oppone alla visione antropocentrica e provvidenzialistica tipica delle filosofie a stampo platonico e stoico. Ancora oggi tendiamo un po’ troppo spesso a credere che la tecnica e il dominio umano possano garantire il controllo del sistema ambientale a noi circostante. Non c’è illusione più grande a cui credere: in realtà l’essere umano – soprattutto se confrontato con l’immensità dell’universo che lo circonda – appare come un semplice puntino insignificante.

Per questo motivo, consapevole del messaggio scomodo ma originale dell’epicureismo, Lucrezio più volte nella sua opera, il De rerum natura, rimanda ad immagini che servono per esplicitare la piccolezza dell’individuo.

Il famoso passo finale della peste di Atene è probabilmente uno dei più celebri a riguardo: attraverso questo exemplum drammatico, il poeta mostra tutto il suo pessimismo a livello di poetica; l’uomo non può nulla contro le forze della natura. La rappresentazione di questo scenario apocalittico deriva dalla ricostruzione storiografica di Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Tuttavia, i modelli sono usati non solo per essere imitati, ma anche superati: Lucrezio, infatti, riporta dettagli molto più crudi e patetici, come si può evincere dalla descrizione dei signa mortis (vv. 1182-1196) o l’accatastamento dei cadaveri dei genitori e dei figli (vv. 1256-1258):

Allora apparivano numerosi presagi di morte:

la mente sconvolta e in preda al terrore e all’affanno,

il torvo cipiglio, lo sguardo demente e furioso,

e inoltre l’udito assillato da una folla di suoni,

il respiro affrettato, oppure lento e profondo,

il collo bagnato dal liquido di un sudore lucente,

rari e sottili gli sputi, amari, d’un giallo rossastro,

espulsi a fatica dalle fauci con rauchi insulsi di tosse.

I nervi delle mani non tardavano a contrarsi, e gli arti

a tremare, e man mano a succedere un gelo della pianta

dei piedi. E infine, nell’ora suprema, le nari sottili,

la punta del naso affilata, gli occhi infossati,

le concave tempie, la gelida pelle indurita,

sul volto un’immobile smorfia, la fronte tirata e gonfia.

Non molto più tardi le membra giacevano nella rigida morte.

[…]

Non di rado avresti veduto gli esamini corpi

dei padri giacere sugli esamini corpi dei figli,

e al contrario spirare la vita i figli sulle madri e sui padri.

Lucrezio, “De rerum natura”

L’idea che il mondo non sia fatto per l’uomo è ripresa anche nel quarto libro del De rerum natura (vv. 195-234). In questo contesto, si cerca di esporre come si sia sviluppato l’universo e quale rapporto ci sia tra uomo e ambiente. La tesi viene portata avanti attraverso tre blocchi distinti, corrispondenti a 3 prove diverse. La prima prova riguarda l’inospitalità dell’ambiente terrestre (vv. 200-217):

Anzitutto, di quanto ricopre lo slancio immenso del cielo,

una parte la occupano gli avidi monti e le selve abitate dalle fiere,

una parte la ingombrano rupi e desolate paludi

e il mare che vasto separa le rive delle terre.

Inoltre quasi due parti il calore rovente

e l’assidua caduta delle nevi le tolgono ai mortali.

Ciò che resta del suolo, la natura, se lasciata a se stessa,

tuttavia coprirebbe di rovi senza l’opera dell’uomo,

avvezzo, per durare la vita, a partire sul forte bidente

e a fendere la terra affondando nelle sue viscere l’aratro.

Se volgendo con il vomere le zolle feconde e domando il suolo

della terra, non lo sforziamo a destarsi e a elargire i suoi frutti,

questi non potrebbero crescere spontanei nell’aria limpida,

e pure, talvolta, guadagnati con grande fatica,

quando già per i campi ogni cosa frondeggia e fiorisce,

o li brucia l’etereo sole con ardori eccessivi

o li guastano piogge improvvise e gelide brine,

e raffiche di vento li schiantano con la furia del turbine.

Lucrezio, “De rerum natura”

La vita del genere umano è realizzabile, dunque, soltanto in una parte specifica della zona, quella temperata (quella non invasa dalle foreste o dalle montagne). Inoltre, come poi fa notare lo stesso poeta, la natura non produce frutti spontaneamente. Sarà l’uomo a doverli strappare con immane sforzo dalla terra.

La seconda (vv. 218-221) accenna ai mali che caratterizzano da sempre l’esistenza umana:

Inoltre le temibili razze ferine, nemiche degli uomini,

perché la natura in terra e in mare le nutre

e le accresce? Perché le stagioni dell’anno

apportano i morbi? Perché la morte prematura imperversa?

Lucrezio, “De rerum natura”

In questo passaggio si può notare il tema – celeberrimo dal punto di vista filosofico – della mors immatura. E, sempre di ispirazione alla diatriba stoico-cinica, anche la serie di interrogative dirette che rappresentano, quasi ironicamente, i dubbi e le perplessità dell’uomo comune.

La terza (vv. 222-234) si concentra sull’immagine del neonato (che si lamenta appena vede la luce) in contrapposizione ai cuccioli degli altri animali, che sembra non abbiano bisogno di alcun tipo di aiuto:

Ed ecco il fanciullo, come un naufrago buttato a riva

dalle onde infuriate, giace nudo sul suolo, incapace di parlare,

bisognoso d’ogni aiuto vitale appena la natura lo getta

sulle prode della vita, con doglie del grembo materno,

e riempie lo spazio d’un disperato vagire, come è giusto che faccia

colui cui in vita è serbato il passare per tante sventure.

Invece hanno crescita agevole le greggi, gli armenti, le fiere,

e non hanno bisogno di ninnoli, a nessun loro esemplare

si addice che dolce sussurri e balbetti la cara nutrice,

non cercano vesti diverse secondo i climi del cielo,

né infine abbisognano d’armi o di alte muraglie

per proteggere i loro beni, poiché la terra stessa

e la natura creatrice producono tutto in gran copia per tutti.

Lucrezio, “De rerum natura”

Dunque il tema del pessimismo cosmico – che raggiungerà l’apice con la poetica leopardiana – è importante per poter, forse, vedere con molto più disincanto il mondo che ci circonda. Se ci sono riusciti gli antichi grazie a Lucrezio, allora è possibile farlo.

Lorenzo Cardano
Studente di Lettere Classiche, da sempre innamorato degli infiniti modi che l'essere umano ha di esprimere se stesso, il suo entusiasmo e il suo tormento.

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