Del: 15 Novembre 2021 Di: Redazione Commenti: 1

Come ormai è noto, lo scorso 4 novembre, alle 6 del mattino, diversi agenti appartenenti alla forza pubblica (carabinieri, polizia, Digos) sono entrati nella sede della Statale in via Festa del Perdono (di seguito denominata FdP) per porre fine all’occupazione – notturna e diurna – di alcuni uffici che affacciano sul Cortile Legnaia. 

L’occupazione, iniziata lo scorso 19 ottobre, era portata avanti da un nuovo collettivo, C.r.i.c. (Collettivo rottura in corso), macro-gruppo composto di elementi provenienti da diverse realtà studentesche di estrema sinistra. I membri hanno preso possesso di 5 studi – quattro del Dipartimento di Studi Letterari, uno del Dipartimento di Studi Storici – recentemente interessati da alcuni lavori di ristrutturazione; questi si erano appena conclusi e la riapertura degli spazi, da restituire alle rispettive docenze, era prevista per la settimana successiva. 

Al contrario, gli studi sono stati occupati dal Collettivo, con l’impegno di metterli a disposizione di chiunque ne avesse bisogno. Alcuni dei membri hanno anche trascorso all’interno dell’Università le notti dal 19 ottobre al 4 novembre.

Elena Lott, portavoce di C.r.i.c. e del Collettivo Cambiare Rotta, ha affermato che la necessità di «nuovi spazi per studiare e confrontarsi» rimane una questione improrogabile, al fine di promuovere non soltanto la didattica ma anche «occasioni di socialità, aggregazione, crescita politica e culturale» e di combattere così la «crescente frammentazione del corpo studentesco» in un’Università ridotta a mero “esamificio”. D’altra parte, osserva la portavoce, ampi spazi vengono già concessi a realtà esterne: un esempio su tutti, il Fuori Salone tenutosi in settembre in sede FdP.

Non è un mistero che gli spazi a disposizione degli studenti, in sede FdP ma non solo, siano insufficienti, come non è un caso che tutti i rappresentanti delle liste riconosciute abbiano fatto di questo tema un punto cruciale dei propri programmi, dialogando con gli organi competenti e riuscendo a ottenere alcuni successi. È infatti dello scorso 9 novembre la comunicazione del prolungamento dell’orario delle biblioteche universitarie: per due di queste, l’una in FdP e l’altra in Città Studi, addirittura fino alle 23.00. 

Il Collettivo C.r.i.c. non sembra contare tra i suoi membri dei rappresentanti eletti, infatti non è un’associazione riconosciuta dall’Università. Per la legge, tuttavia, le associazioni non devono godere necessariamente del riconoscimento per essere considerate tali. Come numerosi altri collettivi autonomi, C.r.i.c. porta avanti le sue rivendicazioni con un modus operandi estraneo alle logiche istituzionali proprie dell’Ateneo: tra queste il classico modello di occupazione. 

Ma cosa sono le occupazioni e perché è grave che le forze dell’ordine entrino negli atenei? 

L’ateneo è storicamente un luogo indipendente; tuttavia, l’occupazione, tanto del suolo pubblico quanto del suolo privato, costituisce un reato ex. art. 633 cod. pen. Questo giustifica l’intervento della forza pubblica per mettere fine alla situazione di occupazione, nonché le 29 denunce che sono state avanzate nella giornata di giovedì 4 ai danni degli occupanti.

D’altro canto la Corte di Cassazione in passato si è dimostrata tollerante nei confronti delle occupazioni studentesche, sia notturne sia diurne, ritenendo che queste non possano integrare gli estremi del reato di occupazione quando l’intento degli occupanti non sia quello di prendere stabilmente possesso degli edifici, bensì di usarli come leva per le proprie rivendicazioni. Tale orientamento è stato recentemente modificato dalla stessa Cassazione, che nel 2016 ha affermato che quando la contestazione lede ad altri diritti costituzionalmente protetti – come quelli allo studio o al lavoro – allora integra la fattispecie delittuosa. La questione non è ben sedimentata in giurisprudenza: risale al 2021 l’archiviazione, da parte della Procura di Roma, di un processo per occupazione in favore di alcuni studenti delle superiori, basata proprio sulla giurisprudenza più risalente della Cassazione.

Ancora più complessa è la questione relativa alla configurazione del reato di interruzione di pubblico servizio, previsto all’art. 340 cod. pen. Lo stesso collettivo è stato infatti accusato dal Rettore Elio Franzini di aver prodotto un «grave danno per il regolare funzionamento delle attività didattiche e scientifiche del dipartimento interessato (N.d.R. dall’occupazione)», come si legge in una mail del 27 ottobre divulgata sui social dal Collettivo.

Nella stessa mail il Rettore si dichiarava ben disposto a discutere la questione sollevata dagli studenti e a «valutare attentamente le ragioni di fondo» che hanno spinto all’occupazione, seppur soltanto in un contesto di ristabilita legalità. La mail inoltre rifiutava l’invito avanzato da C.r.i.c. di partecipare a un’assemblea aperta che si sarebbe tenuta proprio il 4 novembre: questa pare essere stata l’unica richiesta di colloquio avanzata dal Collettivo. Anche per questo motivo, il Rettore ha espresso il dubbio che non vi fosse una reale volontà di dialogo, poiché gli sarebbe stato richiesto un incontro informale e non pubblico soltanto a sgombero avvenuto. Inoltre, secondo Franzini, il fatto che nella notte tra il 3 e il 4 novembre il numero degli occupanti fosse salito da quattro persone circa a ventotto sarebbe indice della volontà, da parte del Collettivo stesso, di mettere in atto prove di forza. 

L’accusa di aver ostacolato la regolare attività del dipartimento non è secondaria: secondo la giurisprudenza, se l’occupazione non lede effettivamente allo svolgimento dell’attività accademica, i suoi attori non possono essere considerati responsabili per il reato di cui all’art. 340. La già citata Elena Lott ha affermato che gli uffici intorno alle sale dell’occupazione, nonché le sale stesse, erano tutti chiusi ormai da tempo per degli interventi di ristrutturazione. Occupandoli quindi gli studenti non avrebbero impedito lo svolgimento delle attività solitamente ospitate in quegli spazi, che erano di fatto vuote. Al contrario, C.r.i.c. sostiene di aver restituito agli studenti uno spazio utile per le proprie attività accademiche, in un’Università in cui tali spazi sono estremamente carenti. 

Il Rettore, da noi intervistato l’11 novembre, ha negato questa ricostruzione dei fatti.

Gli uffici, ha spiegato, sarebbero stati restituiti ai docenti al termine dei lavori di rifacimento della pavimentazione e delle pareti. Quegli spazi non erano vuoti prima dell’inizio dei lavori, pertanto la loro occupazione, causando l’interruzione del cantiere nonché alcuni danni al cantiere stesso e agli oggetti contenuti nelle stanze, avrebbe causato anche il ritardo nella ripresa delle attività accademiche a cui gli uffici erano destinati. Egli ha sottolineato che non avrebbe avallato un intervento in divisa, come quello del 4 novembre, se gli spazi occupati fossero stati effettivamente inutilizzati:

Se si occupano spazi vuoti in attesa di lavori, è chiaro che sia colpa nostra averli lasciati tali. È la prima volta che vengono occupati degli spazi regolarmente abitati da gente che ci lavora, quindi danneggiando oggettivamente la possibilità di offrire dei servizi. Quando, prima del Covid, è stata occupata per settimane la stanza che adesso è la direzione di Studi Letterari, io non ho detto nulla. Quando è stata occupata la sala per i seminari, oggettivamente mai utilizzata durante il Covid, non ho detto nulla.

Ad ogni modo, l’intervento della forza pubblica all’interno delle Università è un fatto che desta sempre un certo scalpore: basti pensare ai disordini in Grecia dello scorso febbraio o agli scontri che si sono verificati a Bologna dopo uno sgombero in Università nel 2017.

Da secoli e in tutto il mondo si tende a salvaguardare l’indipendenza dell’università impedendo alla forza pubblica di accedere agli spazi accademici; per questo è prassi di molti campus esteri dotarsi di un proprio corpo di vigilanza interno, che renda superfluo l’accesso delle forze governative all’interno dell’ateneo.

In Italia è accettato che in casi di necessità ed urgenza la forza pubblica possa entrare negli spazi universitari; in molti però sono stati sorpresi dall’intervento degli agenti nei chiostri, allo scopo di mettere fine adun’occupazione in fondo pacifica. È bene sottolineare comunque che lo sgombero è avvenuto senza scontri, in un clima teso ma privo di violenza da ambedue le parti. 

Non è del resto la prima volta che in Statale viene posta fine ad un’occupazione: le forze dell’ordine sono intervenute all’interno della Statale nel 2013, quando si verificarono dei violenti scontri seguiti allo sgombero di una ex biblioteca vuota da tempo, amministrata anche in questo caso da un collettivo autonomo, che l’aveva trasformata in sala studio e centro di scambio di dispense.

In conclusione, secondo quanto ci è stato riportato dal Rettore, le motivazioni che hanno determinato l’adozione di una misura tanto forte e che ha destato numerose perplessità e proteste, sono state essenzialmente tre: innanzitutto, il fatto che gli spazi avrebbero dovuto presto tornare a essere utilizzati da docenti, personale tecnico-amministrativo e dottorandi, per un totale di dodici persone coinvolte; in secondo luogo, la volontà di evitare che si potesse sviluppare un cluster all’interno dell’Ateneo, non essendovi la possibilità, soprattutto nelle ore notturne, di effettuare controlli circa il possesso del Greenpass e l’uso di mascherine da parte degli occupanti; infine, per garantire la stessa sicurezza di questi ultimi, dal momento che, per entrare e uscire dall’Università durante le ore notturne, i membri del Collettivo spesso si trovavano ad attraversare aree di cantiere. 

Resta da chiarire l’esistenza di una volontà di dialogo sia da parte del Collettivo che da parte del Rettore. 

Da un lato, infatti, quest’ultimo ha dichiarato di avere immediatamente allertato le forze dell’ordine, essendo in corso un reato; dall’altro ha affermato di aver cercato, per vie informali, di comprendere se la vicenda avrebbe potuto concludersi in maniera maggiormente pacifica, chiarendo però allo stesso tempo che modalità e tempi dello sgombero siano dipesi da esigenze interne alla forza pubblica, e non dalla sua volontà. Per quanto abbiamo potuto capire, dunque, lo sgombero avrebbe potuto verificarsi anche nei giorni immediatamente successivi all’inizio dell’occupazione, andando a precludere ogni possibilità di dialogo con il Collettivo. 

Possibilità di dialogo che, in verità, non sembra però sia stata fornita al Rettore neppure dagli occupanti stessi, dal momento che l’unica richiesta di incontro avanzata pare essere quella sopra menzionata, relativa alla partecipazione a un’assemblea pubblica. Inoltre, pur essendo una tradizionale forma di espressione del dissenso studentesco, in questo caso l’occupazione non è sembrata utile a veicolare le rivendicazioni degli studenti negli organi di potere dell’Università, che non sono stati contattati.  Cosicché la vicenda, più che altro, sembra essersi ridotta a un mero braccio di ferro tra istituzioni e collettivi, tra ordine e disordine.

Articolo di Cristina Delli Carri, Giulia Riva e Angela Perego.

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