Transgender Day of Remembrance: un momento di ricordo e confronto

transgender day of remembrance

Il 28 novem­bre 1998, a Boston, una gio­va­ne don­na vie­ne bru­tal­men­te ucci­sa nel suo appar­ta­men­to. Rita era nata nel 1963, cre­sciu­ta in Con­nec­ti­cut e come han­no rac­con­ta­to i suoi fami­lia­ri, non c’è mai sta­to un momen­to nel­la sua vita in cui lei non sia sta­ta «Rita». 

Rita Hester ave­va solo tren­ta­cin­que anni e quel­la sera alcu­ni testi­mo­ni ricor­da­no di aver­la vista usci­re da un loca­le in com­pa­gnia di due per­so­ne. La poli­zia l’ha tro­va­ta sul pavi­men­to di casa qual­che ora dopo, in fin di vita e con il cor­po mar­to­ria­to da ven­ti col­tel­la­te. Un delit­to d’odio rima­sto irri­sol­to, dato che i col­pe­vo­li non sono sta­ti mai indi­vi­dua­ti. Quan­do i gior­na­li han­no rac­con­ta­to il cru­de­le omi­ci­dio han­no affib­bia­to a Rita i pro­no­mi maschi­li. Ma Rita da quei pro­no­mi maschi­li non si sen­ti­va rap­pre­sen­ta­ta. Rita non era un uomo, Rita era una don­na tran­sgen­der. In quei pro­no­mi, scrit­ti con trop­pa super­fi­cia­li­tà, Rita muo­re una secon­da volta. 

Il Transgender Day of Remembrance viene istituito il 20 novembre 1999, in onore di Rita e di tutte le vittime legate alla violenza di stampo transfobico. 

La tran­sfo­bia è un dram­ma del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà di cui trop­po poco si sen­te par­la­re. Per que­sto Matil­de, Cal­li­sto e Mar­ghe­ri­ta, tre gio­van* ragazz* che fre­quen­ta­no l’università (Matil­de e Cal­li­sto fan­no par­te dell’associazione Queer­Sta­ta­le dell’Università degli Stu­di di Mila­no), han­no deci­so di dedi­ca­re un po’ del loro tem­po ad inqua­dra­re il deli­ca­to pro­ble­ma del­la vio­len­za con­tro le per­so­ne trans, pro­prio in occa­sio­ne del Tran­sgen­der Day of Remem­bran­ce.

Il pun­to di par­ten­za è il con­cet­to di tran­sfo­bia. L’enciclopedia Trec­ca­ni defi­ni­sce la tran­sfo­bia come «l’avversione osses­si­va nei con­fron­ti dei tran­ses­sua­li».  Per Matil­de la tran­sfo­bia nasce innan­zi­tut­to dal­la pau­ra e dal­la non cono­scen­za: quel­lo che non si cono­sce ci spa­ven­ta, ci por­ta ad esse­re aggressivi. 

Cal­li­sto si sof­fer­ma inve­ce sul­le dina­mi­che lin­gui­sti­che attra­ver­so le qua­li si può mani­fe­sta­re la discri­mi­na­zio­ne con­tro le per­so­ne trans. Infat­ti la paro­la tran­sgen­der o l’abbreviazione trans, pre­se in pre­sti­to dall’inglese, nasco­no come agget­ti­vi e non dovreb­be­ro esse­re uti­liz­za­ti come sostan­ti­vi. Par­la­re di una per­so­na rife­ren­do­si alla stes­sa come «la trans» o «il trans», quin­di facen­do dell’aggettivo un sostan­ti­vo, potreb­be risul­ta­re offen­si­vo. A que­sto si aggiun­ga che spes­so que­sta defi­ni­zio­ne vie­ne usa­ta con del­le con­no­ta­zio­ni aper­ta­men­te dispre­gia­ti­ve: «È come se si per­des­se la pro­pria iden­ti­tà di per­so­na e si diven­tas­se sol­tan­to un’etichetta» spie­ga Mar­ghe­ri­ta. È per que­sto che sareb­be sem­pre meglio uti­liz­za­re for­me come «una don­na tran­sgen­der» o «un uomo trans» quan­do ci si vuo­le rife­ri­re a chi non si iden­ti­fi­ca con il gene­re asse­gna­to al momen­to del­la nascita. 

Bisognerebbe quindi ripensare prima di tutto il nostro modo di esprimerci e prestare più attenzione ai termini che utilizziamo nel parlato.

Impe­gnia­mo­ci ad usa­re le paro­le cor­ret­te e a non dare mai per scon­ta­ti i pro­no­mi di nes­su­no, ma anzi chie­de­re alla per­so­na che abbia­mo davan­ti qua­li pro­no­mi pre­fe­ri­sce: «è una que­stio­ne di rispet­to» dice Matilde. 

In occa­sio­ne del­la gior­na­ta inter­na­zio­na­le in ricor­do del­le vit­ti­me del­la tran­sfo­bia il pro­get­to di ricer­ca TvT ha pub­bli­ca­to l’aggiornamento 2021 del Trans Mur­de­ring Moni­to­ring: nell’ultimo anno sono sta­ti regi­stra­ti 375 omi­ci­di. Un aumen­to del qua­si 7% rispet­to al 2020. Bra­si­le, Sta­ti Uni­ti e Mes­si­co si con­ten­do­no il tri­ste pri­ma­to mondiale. 

Ma in Euro­pa, in testa a que­sta ter­ri­bi­le clas­si­fi­ca, ci sia­mo noi.
Manue­la De Cas­sia, Eduar­da Pin­hei­ro Da Sil­va Filho, Lara Argen­to, Fran­ce­sca Gala­tro: sono solo alcu­ni dei nomi del­le vit­ti­me del­la tran­sfo­bia nel nostro Bel Pae­se. «Le per­so­ne trans che muo­io­no di più sono qua­si sem­pre don­ne tran­sgen­der» sot­to­li­nea Callisto.

La tran­sfo­bia è spes­so tal­men­te radi­ca­ta da non accon­ten­tar­si del­le innu­me­re­vo­li vio­len­ze e discri­mi­na­zio­ni ver­so le per­so­ne trans, ma da toc­ca­re anche i loro affet­ti più cari. Come per la dram­ma­ti­ca sto­ria di Maria Pao­la, appe­na diciot­ten­ne, alla qua­le nel set­tem­bre del 2020 ven­ne strap­pa­ta la vita. La sua col­pa? Ama­re un ragaz­zo tran­sgen­der di nome Ciro. Il fra­tel­lo di Maria Pao­la non riu­sci­va ad accet­tar­lo. Ha spe­ro­na­to lo scoo­ter del­la sorel­la, pro­vo­can­do­ne la mor­te, e ha poi pro­ce­du­to con il pestag­gio di Ciro. Una mor­te assur­da, inaccettabile. 

L’Italia è il paese più transfobico d’Europa e la cosa non stupisce. 

«In Ita­lia la mag­gior par­te del­le per­so­ne sem­bra esse­re total­men­te all’oscuro del­la situa­zio­ne dram­ma­ti­ca in cui ver­sa­no le per­so­ne tran­sgen­der» dice Matil­de. L’affossamento del DDL Zan, che mira­va ad ina­spri­re le pene per i casi di vio­len­za e di discri­mi­na­zio­ne per moti­vi di gene­re, ses­so, disa­bi­li­tà ed orien­ta­men­to ses­sua­le, è for­se la goc­cia che ha fat­to tra­boc­ca­re il vaso, la goc­cia che ci fa cre­de­re che, in fon­do, la situa­zio­ne di oggi non è tan­to diver­sa da quel­la del 1998 a Boston.

Il Dise­gno di Leg­ge pote­va costi­tui­re una tute­la per tan­ti, un’occasione per ren­de­re il nostro pae­se più vivi­bi­le e più inclu­si­vo per tutt*. Ma non è sta­to così. Qual­cu­no ha deci­so di met­te­re un muro, di chiu­de­re gli occhi e di tap­par­si le orec­chie. Quel­lo che non si cono­sce fa pau­ra e allo­ra esul­ta­re come se si fos­se allo sta­dio, festeg­gian­do la mor­te di una leg­ge per i dirit­ti di tutt*, diven­ta l’emblema di un pae­se che davan­ti a quel­la pau­ra, gene­ra­tri­ce di odio e figlia dell’ignoranza, pre­fe­ri­sce lavar­si le mani. 

«La cosa che mi per­met­te di soprav­vi­ve­re è il mio grup­po di ami­ci. Pas­so tut­to il mio tem­po con loro e più mini­miz­zo i con­tat­ti con il mon­do ester­no meglio è» affer­ma Cal­li­sto. E aggiun­ge: «Mi pri­vo di mol­te cose, di mol­te espe­rien­ze per­ché non so mai chi pos­so tro­va­re dall’altra parte».

Mar­ghe­ri­ta rac­con­ta del suo per­cor­so di tran­si­zio­ne, del­le sue pau­re e del­le sue preoccupazioni: 

«Ho paura a far sapere agli altri chi sono io. L’università preferisco farla online, ho paura di conoscere nuove persone perché ancora c’è diffidenza». 

Dai rac­con­ti di tutt* e tre emer­ge come l’ambiente uni­ver­si­ta­rio risul­ti esse­re comun­que gene­ral­men­te abba­stan­za inclu­si­vo ed asso­cia­zio­ni come Queer­Sta­ta­le ren­do­no la vita uni­ver­si­ta­ria più vivi­bi­le per i mem­bri del­la comu­ni­tà LGBTQ+. Riman­go­no però del­le cri­ti­ci­tà impor­tan­ti che minac­cia­no la digni­tà e il rispet­to del­le per­so­ne trans. È il caso del­le car­rie­re alias, che dovreb­be­ro garan­ti­re il rico­no­sci­men­to di un’identità dif­fe­ren­te col­le­ga­ta all’identità ana­gra­fi­ca, ma dai rac­con­ti di Matil­de, Mar­ghe­ri­ta e Cal­li­sto, que­ste sono dif­fi­ci­li da atti­va­re e di con­se­guen­za mol­to poco utilizzate. 

Mar­ghe­ri­ta sot­to­li­nea l’importanza del­le per­so­ne che le stan­no vici­ne e le asso­cia­zio­ni, tro­va­te con tan­ta fati­ca, che la aiu­ta­no nel suo per­cor­so di vita. «Non sia­mo per­so­ne sole, ma all’inizio del pro­prio per­cor­so tro­va­re i con­tat­ti giu­sti risul­ta dif­fi­ci­le» com­men­ta.

Nel con­cre­to sono tan­te le cose che ognu­no di noi può fare per ren­de­re la nostra socie­tà più inclu­si­va per Cal­li­sto, per Matil­de e per Mar­ghe­ri­ta, ma anche per Rita Hester, vit­ti­me del­la tran­sfo­bia, dell’odio e dell’ignoranza. 

Infor­mia­mo­ci, uti­liz­zia­mo i pro­no­mi cor­ret­ti, por­tia­mo rispet­to per le scel­te altrui. Si può sba­glia­re, l’importante è cor­reg­ger­si. Il cam­bia­men­to deve par­ti­re pro­prio da noi, tutt* noi, anche da chi non pen­sa di aver­ne a che fare, anche da chi di que­sto mon­do non ha mai sen­ti­to par­la­re.
Stia­mo atten­ti alle nostre paro­le e ai nostri gesti: basta alle bat­tu­te deni­gra­to­rie, basta agli sguar­di schi­fa­ti per le stra­de, basta odio e basta discri­mi­na­zio­ne. Impe­gnia­mo­ci a ren­de­re la nostra socie­tà più vivi­bi­le per le gene­ra­zio­ni futu­re, così che a nes­su­na per­so­na ven­ga­no taglia­te le ali pri­ma di spic­ca­re il volo.

Con­di­vi­di:
Rebecca Pignatiello
Nata a Mila­no nel 1997, cre­sciu­ta a Bol­za­no. Tor­no a Mila­no per l’università e ritro­vo una cit­tà com­ple­ta­men­te diver­sa, che ha sapu­to acco­glier­mi a brac­cia aper­te. Stu­dio comu­ni­ca­zio­ne, leg­go, scri­vo e ascol­to musi­ca. Inna­mo­ra­ta dell’Asia. Pre­pa­ro anche buo­nis­si­mi dolci.

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