Del: 20 Novembre 2021 Di: Rebecca Pignatiello Commenti: 0
transgender day of remembrance

Il 28 novembre 1998, a Boston, una giovane donna viene brutalmente uccisa nel suo appartamento. Rita era nata nel 1963, cresciuta in Connecticut e come hanno raccontato i suoi familiari, non c’è mai stato un momento nella sua vita in cui lei non sia stata «Rita». 

Rita Hester aveva solo trentacinque anni e quella sera alcuni testimoni ricordano di averla vista uscire da un locale in compagnia di due persone. La polizia l’ha trovata sul pavimento di casa qualche ora dopo, in fin di vita e con il corpo martoriato da venti coltellate. Un delitto d’odio rimasto irrisolto, dato che i colpevoli non sono stati mai individuati. Quando i giornali hanno raccontato il crudele omicidio hanno affibbiato a Rita i pronomi maschili. Ma Rita da quei pronomi maschili non si sentiva rappresentata. Rita non era un uomo, Rita era una donna transgender. In quei pronomi, scritti con troppa superficialità, Rita muore una seconda volta. 

Il Transgender Day of Remembrance viene istituito il 20 novembre 1999, in onore di Rita e di tutte le vittime legate alla violenza di stampo transfobico. 

La transfobia è un dramma della nostra quotidianità di cui troppo poco si sente parlare. Per questo Matilde, Callisto e Margherita, tre giovan* ragazz* che frequentano l’università (Matilde e Callisto fanno parte dell’associazione QueerStatale dell’Università degli Studi di Milano), hanno deciso di dedicare un po’ del loro tempo ad inquadrare il delicato problema della violenza contro le persone trans, proprio in occasione del Transgender Day of Remembrance.

Il punto di partenza è il concetto di transfobia. L’enciclopedia Treccani definisce la transfobia come «l’avversione ossessiva nei confronti dei transessuali».  Per Matilde la transfobia nasce innanzitutto dalla paura e dalla non conoscenza: quello che non si conosce ci spaventa, ci porta ad essere aggressivi. 

Callisto si sofferma invece sulle dinamiche linguistiche attraverso le quali si può manifestare la discriminazione contro le persone trans. Infatti la parola transgender o l’abbreviazione trans, prese in prestito dall’inglese, nascono come aggettivi e non dovrebbero essere utilizzati come sostantivi. Parlare di una persona riferendosi alla stessa come «la trans» o «il trans», quindi facendo dell’aggettivo un sostantivo, potrebbe risultare offensivo. A questo si aggiunga che spesso questa definizione viene usata con delle connotazioni apertamente dispregiative: «È come se si perdesse la propria identità di persona e si diventasse soltanto un’etichetta» spiega Margherita. È per questo che sarebbe sempre meglio utilizzare forme come «una donna transgender» o «un uomo trans» quando ci si vuole riferire a chi non si identifica con il genere assegnato al momento della nascita. 

Bisognerebbe quindi ripensare prima di tutto il nostro modo di esprimerci e prestare più attenzione ai termini che utilizziamo nel parlato.

Impegniamoci ad usare le parole corrette e a non dare mai per scontati i pronomi di nessuno, ma anzi chiedere alla persona che abbiamo davanti quali pronomi preferisce: «è una questione di rispetto» dice Matilde. 

In occasione della giornata internazionale in ricordo delle vittime della transfobia il progetto di ricerca TvT ha pubblicato l’aggiornamento 2021 del Trans Murdering Monitoring: nell’ultimo anno sono stati registrati 375 omicidi. Un aumento del quasi 7% rispetto al 2020. Brasile, Stati Uniti e Messico si contendono il triste primato mondiale. 

Ma in Europa, in testa a questa terribile classifica, ci siamo noi.
Manuela De Cassia, Eduarda Pinheiro Da Silva Filho, Lara Argento, Francesca Galatro: sono solo alcuni dei nomi delle vittime della transfobia nel nostro Bel Paese. «Le persone trans che muoiono di più sono quasi sempre donne transgender» sottolinea Callisto.

La transfobia è spesso talmente radicata da non accontentarsi delle innumerevoli violenze e discriminazioni verso le persone trans, ma da toccare anche i loro affetti più cari. Come per la drammatica storia di Maria Paola, appena diciottenne, alla quale nel settembre del 2020 venne strappata la vita. La sua colpa? Amare un ragazzo transgender di nome Ciro. Il fratello di Maria Paola non riusciva ad accettarlo. Ha speronato lo scooter della sorella, provocandone la morte, e ha poi proceduto con il pestaggio di Ciro. Una morte assurda, inaccettabile. 

L’Italia è il paese più transfobico d’Europa e la cosa non stupisce. 

«In Italia la maggior parte delle persone sembra essere totalmente all’oscuro della situazione drammatica in cui versano le persone transgender» dice Matilde. L’affossamento del DDL Zan, che mirava ad inasprire le pene per i casi di violenza e di discriminazione per motivi di genere, sesso, disabilità ed orientamento sessuale, è forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la goccia che ci fa credere che, in fondo, la situazione di oggi non è tanto diversa da quella del 1998 a Boston.

Il Disegno di Legge poteva costituire una tutela per tanti, un’occasione per rendere il nostro paese più vivibile e più inclusivo per tutt*. Ma non è stato così. Qualcuno ha deciso di mettere un muro, di chiudere gli occhi e di tapparsi le orecchie. Quello che non si conosce fa paura e allora esultare come se si fosse allo stadio, festeggiando la morte di una legge per i diritti di tutt*, diventa l’emblema di un paese che davanti a quella paura, generatrice di odio e figlia dell’ignoranza, preferisce lavarsi le mani. 

«La cosa che mi permette di sopravvivere è il mio gruppo di amici. Passo tutto il mio tempo con loro e più minimizzo i contatti con il mondo esterno meglio è» afferma Callisto. E aggiunge: «Mi privo di molte cose, di molte esperienze perché non so mai chi posso trovare dall’altra parte».

Margherita racconta del suo percorso di transizione, delle sue paure e delle sue preoccupazioni:

«Ho paura a far sapere agli altri chi sono io. L’università preferisco farla online, ho paura di conoscere nuove persone perché ancora c’è diffidenza». 

Dai racconti di tutt* e tre emerge come l’ambiente universitario risulti essere comunque generalmente abbastanza inclusivo ed associazioni come QueerStatale rendono la vita universitaria più vivibile per i membri della comunità LGBTQ+. Rimangono però delle criticità importanti che minacciano la dignità e il rispetto delle persone trans. È il caso delle carriere alias, che dovrebbero garantire il riconoscimento di un’identità differente collegata all’identità anagrafica, ma dai racconti di Matilde, Margherita e Callisto, queste sono difficili da attivare e di conseguenza molto poco utilizzate. 

Margherita sottolinea l’importanza delle persone che le stanno vicine e le associazioni, trovate con tanta fatica, che la aiutano nel suo percorso di vita. «Non siamo persone sole, ma all’inizio del proprio percorso trovare i contatti giusti risulta difficile» commenta.

Nel concreto sono tante le cose che ognuno di noi può fare per rendere la nostra società più inclusiva per Callisto, per Matilde e per Margherita, ma anche per Rita Hester, vittime della transfobia, dell’odio e dell’ignoranza. 

Informiamoci, utilizziamo i pronomi corretti, portiamo rispetto per le scelte altrui. Si può sbagliare, l’importante è correggersi. Il cambiamento deve partire proprio da noi, tutt* noi, anche da chi non pensa di averne a che fare, anche da chi di questo mondo non ha mai sentito parlare.
Stiamo attenti alle nostre parole e ai nostri gesti: basta alle battute denigratorie, basta agli sguardi schifati per le strade, basta odio e basta discriminazione. Impegniamoci a rendere la nostra società più vivibile per le generazioni future, così che a nessuna persona vengano tagliate le ali prima di spiccare il volo.

Rebecca Pignatiello
Nata a Milano nel 1997, cresciuta a Bolzano. Torno a Milano per l’università e ritrovo una città completamente diversa, che ha saputo accogliermi a braccia aperte. Studio comunicazione, leggo, scrivo e ascolto musica. Innamorata dell’Asia. Preparo anche buonissimi dolci.

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