“Africathletics”, un progetto per il Malawi del futuro

“Africathletics”, un progetto per il Malawi del futuro

«E voi, quan­te scar­pe acqui­sta­te in un anno?». Una doman­da sec­ca fa da dida­sca­lia a uno dei tan­ti post del­la pagi­na Insta­gram di Afri­ca­thle­tics: il ritrat­to di un bam­bi­no mala­wia­no, sedu­to con le gam­be a pen­zo­lo­ni su un ban­co di scuo­la e un paio di Mizu­no nuo­ve ai piedi. 

Una scar­pa da run­ning, in media, reg­ge 600–800 chi­lo­me­tri. Il che, tra­dot­to in ter­mi­ni di dura­ta del­la suo­la, signi­fi­ca parec­chie set­ti­ma­ne di ammor­tiz­za­zio­ne garan­ti­ta per chi va a cor­re­re ogni tan­to, e tre mesi sti­rac­chia­ti per i podi­sti incli­ni al fana­ti­smo. Per quan­to poi il mer­ca­to ci fac­cia cre­de­re che com­ple­ti­ni fluo e cap­pel­li con tor­cia per arran­ca­re la sera nel­la zol­la sot­to casa sia­no un kit indi­spen­sa­bi­le, in veri­tà qual­sia­si atle­ta o “tapa­scio­ne” che non voglia esse­re inse­gui­to dal demo­ne del­la fasci­te plan­ta­re deve solo atte­ner­si a due sem­pli­ci, inde­ro­ga­bi­li impe­ra­ti­vi dell’attrezzatura da jog­ging: com­pra­re un paio di cal­za­tu­re adat­te e cam­biar­le spes­so – pena le tor­tu­re del fisio­te­ra­pi­sta. E sosti­tui­re le scar­pe, che lo si fac­cia una o quat­tro vol­te l’anno, costa. 

Lo san­no bene i bam­bi­ni di Mon­key Bay, pro­ta­go­ni­sti del pro­get­to di Afri­ca­thle­tics: per pau­ra di rovi­na­re le suo­le ogni tan­to fan­no un allun­go a pie­di nudi. In un pae­se come il Mala­wi, in cui la mag­gior par­te del­la gen­te vive con meno di un dol­la­ro e mez­zo al gior­no, un paio di scar­pe da cor­sa è un teso­ro da con­su­ma­re cen­to metri alla vol­ta, riser­van­do­lo per le gare importanti.

Africathletics nasce nel 2015 da un’idea di Mario Pavan e Enrico Tirel, con lo scopo di garantire borse di studio e un futuro migliore ai ragazzini di una cittadina affacciata sul lago Malawi, nell’Africa sud-orientale: “crescere liberi, studiare e praticare uno sport” è il motto dell’iniziativa.

Come si leg­ge sul sito del­la onlus, in Mala­wi la scuo­la pri­ma­ria non è acces­si­bi­le a tut­ti, e spes­so i mae­stri si ritro­va­no a gesti­re da soli clas­si sovraf­fol­la­te. Inse­gna­re a due­cen­to bam­bi­ni per aula la lin­gua ingle­se, requi­si­to neces­sa­rio per poter­si iscri­ve­re alla scuo­la secon­da­ria, è mol­to dif­fi­ci­le, e alla fine nem­me­no il 10% dei pic­co­li iscrit­ti pro­se­gue gli studi. 

Il pro­gram­ma di Afri­ca­thle­tics intrec­cia all’aspet­to edu­ca­ti­vo, gesti­to con dopo­scuo­la, cor­si di for­ma­zio­ne per docen­ti e lezio­ni di ingle­se e mate­ma­ti­ca, altri due obiet­ti­vi: dif­fon­de­re i valo­ri del­lo sport e, tra una cor­sa e l’altra, edu­ca­re a un’alimentazione equi­li­bra­ta e con­sa­pe­vo­le. Corol­la­rio per nien­te scon­ta­to. La die­ta mala­wia­na, infat­ti, ten­de a sbi­lan­ciar­si ver­so i car­boi­dra­ti (si man­gia soprat­tut­to una sor­ta di polen­ta bian­ca chia­ma­ta nsi­ma), a sca­pi­to di un com­ple­to ma ben più costo­so appor­to pro­tei­co e vita­mi­ni­co. Così al Mufa­sa Eco Log­de, base ope­ra­ti­va del pro­get­to, ai ragaz­zi si for­ni­sco­no anche car­ne, pesce, ortag­gi e bevan­de a base di pol­ve­re di bao­bab, fon­da­men­ta­li per il rein­te­gro dei sali dopo lo sfor­zo fisico. 

Qual­che ora di lezio­ne e gli inse­gnan­ti diven­ta­no alle­na­to­ri: una vol­ta distri­bui­ti scar­pe e abbi­glia­men­to tec­ni­co, rac­col­ti dai col­la­bo­ra­to­ri in Ita­lia, si va tut­ti a maci­na­re miglia in mez­zo alle linee di ges­so del­la pista di atle­ti­ca, trac­cia­te un po’ stor­te sul­la ter­ra bat­tu­ta e ripas­sa­te a ogni scro­scio di piog­gia. Ai coach e ai mae­stri si affian­ca­no, nel­la gestio­ne del­le atti­vi­tà del cam­pus, i volon­ta­ri: per chi desi­de­ras­se con­tri­bui­re alla rac­col­ta fon­di o can­di­dar­si e pren­de­re par­te a que­sto micro­co­smo fat­to di cal­do tor­ri­do e spe­ran­za, basta con­sul­ta­re la sezio­ne appo­si­ta del sito.

Nei pae­si in via di svi­lup­po, afflit­ti da una tran­si­zio­ne demo­gra­fi­ca non anco­ra com­ple­ta­ta e da un’economia che non reg­ge la pres­sio­ne dei tas­si di nata­li­tà, il fat­to che l’istruzione sia un nodo cru­cia­le non è cer­to nuo­vo. Piut­to­sto, per­ché l’atletica leg­ge­ra? Anche in que­sto caso, il por­ta­le del pro­get­to par­la chia­ro: uno sport è un manua­le di vita, uno di quei libret­ti di istru­zio­ni per l’uso con poche rego­le a cui appi­gliar­si sempre.

Abi­tua­ti come sia­mo a con­fi­na­re il run­ning nell’area dei pas­sa­tem­pi di mas­sa per espia­re pec­ca­ti di gola, spes­so tra­scu­ria­mo la par­te dell’atletica che è l’ago­ni­smo, con la sua quo­ti­dia­ni­tà fat­ta di ripe­tu­te sfian­can­ti, rinun­ce, sod­di­sfa­zio­ni, sgob­ba­te a vol­te non paghe. 

Fare atle­ti­ca a livel­lo ago­ni­sti­co è uno sfor­zo indi­vi­dua­le che inse­gna la soli­da­rie­tà di una lot­ta con­ti­nua con se stes­si. Si impa­ra a cono­scer­si nei pro­pri limi­ti, a con­fron­tar­si cogli altri sen­za esse­re invi­dio­si, a lavo­ra­re su di sé con disci­pli­na, ricor­dan­do che sia­mo fal­li­bi­li, uma­ni, e che una pre­sta­zio­ne scar­sa non ci defi­ni­sce ma può dar­ci la spin­ta per miglio­ra­re – dopo­tut­to, per dir­la con Usain Bolt, «good enou­gh has never chan­ged the world». 

In una società che sta perdendo i suoi riti di passaggio, la pratica di uno sport è un percorso di formazione in cui avremmo bisogno di investire ancora. 

Cosa che inve­ce, qui in Ita­lia, non si fa abba­stan­za: l’attività ago­ni­sti­ca ado­le­scen­zia­le è anco­ra appan­nag­gio di rare crea­tu­re mito­lo­gi­che, cen­tau­ri mez­zi stu­dio­si e mez­zi cam­pio­ni, pro­tet­ti più dal­la for­tui­ta com­pren­sio­ne di qual­che inse­gnan­te che non da un siste­ma strut­tu­ra­to. Spro­na­ti trop­po spes­so dall’ambizione dei geni­to­ri o da risul­ta­ti pre­ma­tu­ri, non tan­to dal­la bel­lez­za del­lo sport in sé. Trop­pi ragaz­zi sono costret­ti a un bivio pri­ma del tem­po, come se stu­dia­re e pre­pa­ra­re un cam­pio­na­to nazio­na­le fos­se­ro due alter­na­ti­ve incon­ci­lia­bi­li; e così l’agonismo non è più un dirit­to di tut­ti, ma una cor­sia riser­va­ta a chi ha talen­to a suf­fi­cien­za per sogna­re le Olim­pia­di – altri­men­ti non ne vale la pena. 

Dall’altra par­te, la nar­ra­zio­ne sui per­cor­si sco­la­sti­ci con­ti­nua a esse­re impron­ta­ta alla cele­bra­zio­ne degli stu­den­ti pre­co­ci, pri­mi arri­va­ti che van­ta­no un liceo liqui­da­to in quat­tro anni e for­se, dal 2022, anche due lau­ree in con­tem­po­ra­nea, se potran­no per­met­ter­se­ne i costi. La nostra istru­zio­ne e il rifles­so che ne vedia­mo allo spec­chio dei media sono tutt’altro che un siste­ma pari­ta­rio di oppor­tu­ni­tà, miran­te a una for­ma­zio­ne soli­da e alla sal­va­guar­dia del­la meritocrazia. 

Dai valo­ri del­lo sport, poi, sia­mo parec­chio lon­ta­ni: l’agonismo è una fac­cen­da da tem­pi lun­ghi, meta a cui si arri­va con pazien­za, da gran­di, impa­ran­do anche a per­de­re. D’altronde, basta met­te­re pie­de sul tar­tan per capi­re che le clas­si­fi­che sono nume­ri super­flui, e l’aria che si respi­ra nei cam­pi di atle­ti­ca ha piut­to­sto qual­co­sa di fami­lia­re, col­let­ti­vo, acco­glien­te. Ci si sen­te come allac­cia­ti per le strin­ghe dal pri­mo all’ultimo, in una fati­ca con­di­vi­sa, com­pa­gni di squa­dra pri­ma che avver­sa­ri: a cor­re­re tut­ti insie­me, ince­spi­can­do di con­ti­nuo, quel­la dif­fi­ci­lis­si­ma mara­to­na a occhi chiu­si che è crescere. 

Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.
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Ostile al disordine e col cruccio di venire a capo dell’anarchia del mondo, per contrappasso nella vita studio storia.

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