Del: 4 Dicembre 2021 Di: Arianna Locatelli Commenti: 0

Si è finalmente conclusa la vicenda giudiziaria che ha visto protagonista la coppia di volontari Lorena Fornasin e Gian Andrea Franchi, i coniugi triestini indagati per favoreggiamento dell’immigrazione e dell’emigrazione clandestina. I due volontari sono i fondatori di Linea D’ombra, un’associazione nata a Trieste nel 2019 per fornire aiuto ai migranti in transito per la città vicinissima al confine sloveno, luogo dove si conclude la rotta balcanica, ad oggi la principale via della migrazione attraverso cui si accede all’Europa.

Nel febbraio del 2021 era stato perquisita l’abitazione privata di Franchi e Fornasin e la sede dell’organizzazione: la coppia era così venuta a sapere di essere ormai da tempo oggetto d’osservazione da parte della Procura triestina all’interno di una più ampia inchiesta relativa a un’organizzazione internazionale dedita al traffico di migranti. La causa scatenante per l’inizio delle indagini risalirebbe all’aiuto e all’ospitalità che la coppia di volontari aveva fornito a una famiglia curda di origine iraniana giunta a Trieste nel luglio del 2019. Pochi giorni fa però il G.I.P. del Tribunale di Bologna ha disposto l’archiviazione del caso: la famiglia aveva infatti preso contatto con la coppia solo dopo essere entrata in territorio italiano e l’aiuto di Fornasin e Franchi era consistito esclusivamente in un sostegno logistico e solidale senza fini di lucro.

Questa vicenda processuale rientra all’interno di una serie di casi spesso definiti “criminalizzazione della solidarietà”.

Nel nostro Paese, e non solo, sono stati numerosi negli ultimi anni i casi affini, processi intentati nei confronti di chi offre aiuti umanitari o interviene in situazioni di emergenza: è il caso di tutti le accuse mosse contro i soccorsi in mare a opera delle ONG, come la famosa vicenda di Carola Rackete, comandante della Sea Watch che nel giugno del 2019 decise di forzare la chiusura del porto di Lampedusa per far sbarcare i 42 migranti a bordo della nave, in seguito accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza a navi da guerra, accuse archiviate dalla Procura di Agrigento nel 2021. Ancora più recente e sconcertante il caso di Mimmo Lucano, condannato a 13 anni e due mesi di reclusione, quasi il doppio della richiesta avanzata dai pm, con l’accusa di essere il promotore di un’associazione a delinquere che sarebbe stata presente all’interno di quello che era stato battezzato “il paese dell’accoglienza”, il sistema di accoglienza e integrazione dei migranti organizzato a Riace, comune di cui Mimmo Lucano era sindaco.

È proprio in questa serie di accuse che si inserisce il caso della coppia triestina. Ma di cosa si occupa precisamente Linea d’Ombra? Vulcano ne ha parlato con Paola Spinelli, collaboratrice volontaria dell’associazione. 

Linea d’Ombra viene fondata nel 2019 con lo scopo di prestare cure mediche e beni di prima necessità a tutti i migranti in transito per Trieste, con il fine ultimo di raccogliere fondi per sostenere tutte le persone che intraprendono la rotta balcanica. Tutti i pomeriggi, in piazza Libertà, la piazza adiacente alla stazione ferroviaria di Trieste, i volontari offrono il loro aiuto ai migranti che passano da qui con l’obiettivo di proseguire verso Milano da dove tenteranno di accedere alla Germania, alla Francia o ad altri Paesi dell’Unione Europea. Il flusso degli arrivi è difficile da prevedere: rallentati dai respingimenti e dai rigidi inverni, possono raggiungere quote 60/100 giornalieri durante i mesi primaverili ed estivi. Come ci ha spiegato Paola Spinelli, i migranti giungono a Trieste dopo aver percorso viaggi infiniti, disumani, arrivando nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia con i piedi martoriati dalle centinaia di chilometri percorse a piedi, spesso privi di cibo da giorni.

La rotta balcanica si arena infatti alle porte dell’Unione Europea, in particolare sui confini tra Bosnia Erzegovina e Croazia: qui migliaia di persone sono accalcate in campi di fortuna, in condizioni precarie e insostenibili in particolare durante il rigido inverno balcanico (in Bosnia in inverno le temperature arrivano a toccare -20 gradi). Negli ultimi anni, svariati campi sono stati chiusi perché dichiarati inagibili e così sono tantissimi i migranti che sono costretti a rifugiarsi nelle foreste sul confine o in case abbandonate in cui creare ripari abusivi, spesso sgomberate con la forza dalla polizia. Sono numerosi anche i profughi che scelgono di rimanere fuori dai campi, privi così di qualsiasi tipo di sostegno ma con la possibilità si mantenere un certo grado di autonomia che viene meno all’interno di queste strutture. Linea D’Ombra, in supporto di alcune associazioni che operano in questi luoghi come NoNameKitchen, è riuscita a raccogliere in questi anni oltre 60000 euro che proprio Lorena Fornasin e Gian Andrea Franchi hanno portato in Bosnia come aiuti diretti alle realtà autonome locali durante i viaggi che l’associazione organizza quasi mensilmente. 

Alle condizioni disumane in cui i migranti si trovano a vivere nei lunghi periodi che trascorrono bloccati sul confine, si aggiungono le violenze fisiche e psicologiche perpetuate dalla polizia croata, finanziata infatti da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e dall’Unione Europea. Sono numerose le testimonianze riportate da giornalisti e reporter che lavorano al confine bosniaco-croato e che raccontano le drammatiche vicende di uomini, donne e bambini soggetti a vessazioni nell’indifferenza europea.

Tra le vicende che arrivano dal confine ci sono anche numerose storie di vite spezzate: i migranti chiamano il tratto di rotta balcanica tra la Bosnia e l’Italia “the Game”, un appellativo già di per sé piuttosto eloquente.

Passando attraverso le foreste croate devono sopravvivere alle rigide temperature e ai fenomeni naturali che caratterizzano questa zona, tentando di sfuggire alle violenze della polizia e al tracciamento che viene effettuato attraverso droni, rilevatori termici ma anche attraverso l’impiego di cani, tutti mezzi finanziati dall’Unione Europea. Oltre a ciò, fino a gennaio 2021, i migranti dovevano affrontare anche l’enorme ostacolo delle riammissioni informali che avvenivano sul confine italo-sloveno: i profughi venivano respinti illegalmente dai confini italiani e riammessi in Slovenia, da qui riconsegnati nelle mani della polizia croata e riportati poi in Bosnia. A tal proposito Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’Immigrazione, quest’anno ha esaminato un’ordinanza adottata dal Tribunale di Roma con cui è stato accolto il ricorso presentato da un cittadino pakistano riammesso nel luglio del 2020 dall’Italia alla Slovenia: il caso ha messo in luce l’illegalità di tale prassi sulla base di accordi italiani, internazionali e dell’Unione Europea come il trattato di Dublino, e in base alla dichiarata possibilità di entrare in Italia al fine di presentare la domanda di protezione internazionale. In seguito proprio alla sentenza del tribunale di Roma, da gennaio di quest’anno, le riammissioni informali dall’Italia sono sospese e nonostante si sia più volte minacciato di riprenderle, tutt’oggi non risultano nuovi casi.

Un vero e proprio percorso a ostacoli tra difficoltà e violenze che i migranti sono spesso costretti a tentare più e più volte, in certi casi anche arrivando a rinunciarci: non sono poche infatti le persone che decidono di desistere, svuotate e smarrite dopo i numerosi tentativi e gli abusi subiti, persone abbandonate a se stesse alle porte dell’Unione Europea. Chi riesce finalmente a varcare il confine italiano, nonostante i diversi percorsi siano lontani dalla conclusione a causa dei lunghi iter burocratici, si è lasciato alle spalle la parte più drammatica di questo infernale viaggio.

Mentre il Covid non ha fermato le attività dei volontari per i progetti e gli aiuti in territorio bosniaco, in Italia ha fatto sentire tutto il suo peso negli ultimi due anni.

Linea D’Ombra è affiancata nel suo lavoro da un’altra serie di associazioni, laiche e religiose, e prima del Covid poteva contare sull’esistenza di alcuni dormitori per senzatetto messi a disposizione dalla Caritas nei periodi più freddi, riservati ai soggetti fragili o alle famiglie, ma che a causa della pandemia sono stati chiusi. Stessa sorte è toccata al fondamentale centro diurno San Martino, centro malvisto dalle autorità e da parte della popolazione locale, che metteva a disposizione soprattutto le docce, importanti per i migranti per evitare pericolose infezioni delle ferite riportate durante l’attraversamento della foresta croata o per contrastare la contrazione della scabbia, malattia derivante dalla precaria igiene sulla rotta balcanica.

La vicenda giudiziaria che ha visto come protagonisti i fondatori di Linea D’Ombra ha avuto un lieto fine: sono però troppe le vicissitudini processuali che coinvolgono persone che hanno come obiettivo primario quello di fornire aiuti umanitari a chi si trova ad in condizioni di pericolo. Queste accuse, spesso identificate come mosse da “motivazioni politiche”, sono una grave macchia dell’Unione Europea, che svariate volte si è dimostrata sorda e cieca davanti a queste storie di vita. Persone che sono disposte ad affrontare viaggi come “the Game” scappano da condizioni peggiori rispetto a quelle che incontrano sui loro percorsi, animate solo dalla speranza di raggiungere realtà migliori alla fine dei loro cammini, per tentare di trovare finalmente un posto all’interno di quell’Unione Europea da cui troppo spesso vengono abbandonati.

Arianna Locatelli
Da piccola cercavo l’origine del mio nome perché mi affascinava la storia che c’era dietro. Ancora oggi mi piace conoscere e scoprire storie di cui poi racconto e scrivo. Intanto corro, bevo caffè e pianifico viaggi.

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