I 10 album più “vulcanici” del 2021

I 10 album più “vulcanici” del 2021

Anche questo lungo 2021 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista dei 10 album più “vulcanici” di quest’anno.

A cura di Lau­ra Colombi.


È tem­po di bilan­ci anche per la pro­du­zio­ne musi­ca­le che, a par­ti­re dal­lo stop impo­sto dal­la pan­de­mia, sem­bra aver ripre­so un nuo­vo impul­so – pec­ca­to non si pos­sa dire lo stes­so per la musi­ca dal vivo, tenu­ta in con­ti­nua sospen­sio­ne dal­le onda­te dei con­ta­gi. Non si può dire che il 2021 sia sta­to un anno pri­vo di pro­po­ste inte­res­san­ti, lo dimo­stra­no gigan­ti come i King Giz­zard, che sem­bra­no aver ormai supe­ra­to i limi­ti uma­ni. L’hip-hop, che assu­me sem­pre più popo­la­ri­tà anche a livel­lo com­mer­cia­le, dà del­le sod­di­sfa­zio­ni, con arti­sti come Tyler the Crea­tor o la gio­va­ne ma for­tis­si­ma Lit­tle Simz, che non abbia­mo potu­to inclu­de­re qui solo per moti­vi di spa­zio. Anche per il nostro pae­se è sta­to un anno impor­tan­te, gra­zie a una gio­va­ne band, i Måne­skin, che – piac­cia­no o no – han­no por­ta­to anco­ra una vol­ta la musi­ca ita­lia­na nel mondo.

DISCLAIMER: la seguen­te non è una clas­si­fi­ca e l’ordine è da rite­ner­si casua­le. Pro­po­nia­mo 5 album degni di nota per vari aspet­ti (for­tu­na, ori­gi­na­li­tà…) tra quel­li usci­ti nell’ultimo anno in Ita­lia, men­tre i rima­nen­ti sono scel­ti dal pano­ra­ma internazionale.


Teatro d’ira – Vol. I (Måneskin)

Teatro d’ira – Vol. I (Måneskin)

I Måne­skin qua­si non han­no biso­gno di pre­sen­ta­zio­ni. Sono pro­prio loro a spic­ca­re tra le più gran­di rive­la­zio­ni di que­sto 2021: vin­ci­to­ri al festi­val di San­re­mo e all’Eu­ro­vi­sion Song Con­te­st, han­no aper­to il con­cer­to dei Rol­ling Sto­nes e sono arri­va­ti 58esimi nel­la clas­si­fi­ca mon­dia­le di Spo­ti­fy 2021. 

Tea­tro d’i­ra – Vol I, usci­to il 19 mar­zo e secon­do album dopo Il Bal­lo del­la Vita, è sta­to un pun­to di svol­ta impor­tan­te nel gene­re pop-rock ita­lia­no. Un album graf­fian­te, arro­gan­te e coin­vol­gen­te, che rivi­si­ta un gene­re piut­to­sto debo­le in Ita­lia, lan­cian­do i gio­va­nis­si­mi arti­sti in un oriz­zon­te inter­na­zio­na­le e, per­ché no, glo­ba­le. La band roma­na ha tut­ta quel­l’at­ti­tu­di­ne pro­vo­ca­to­ria e irri­ve­ren­te che tra­sfor­ma in un pun­to di for­za la spon­ta­nei­tà e l’e­ner­gia dei loro ven­t’an­ni. La musi­ca diven­ta una val­vo­la di sfo­go ed è così che la rab­bia, l’i­ra del tito­lo, vie­ne posta in arte, in “tea­tro” e quin­di in musica. 

L’al­bum è sta­to regi­stra­to inte­ra­men­te in pre­sa diret­ta riman­dan­do mar­ca­ta­men­te al lega­me stret­tis­si­mo che il grup­po man­tie­ne con la dimen­sio­ne live: una loro carat­te­ri­sti­ca arti­sti­ca pecu­lia­re è pro­prio quel­la di basar­si mol­to su una per­for­man­ce che ha come para­dig­ma l’in­clu­sio­ne e la libe­ra espres­sio­ne del­le loro cari­sma­ti­che per­so­na­li­tà. Le trac­ce esplo­si­ve e tra­vol­gen­ti di Tea­tro d’i­ra – Vol I sono riu­sci­te a dare tut­ta una nuo­va voce al pano­ra­ma musi­ca­le del pop-rock ita­lia­no, tan­to da rima­ne­re in curio­sa atte­sa di un nuo­vo, fre­schis­si­mo e rug­gen­te album.

Recen­sio­ne di Chia­ra del Corno.


Exuvia (Caparezza)

Exuvia (Caparezza)

Capa­rez­za è tor­na­to nel 2021, a 3 anni di distan­za da Pri­so­ner 709. Il suo nuo­vo viag­gio, Exu­via, rap­pre­sen­ta la fase del­la rina­sci­ta del rap­per puglie­se. L’exuvia, infat­ti, è il resto di un eso­sche­le­tro dopo la muta. Miche­le Sal­ve­mi­ni, in arte Capa­rez­za, giun­ge con quest’opera alla tan­to atte­sa rina­sci­ta. È una rina­sci­ta nar­ra­ta in un album matu­ro e ricer­ca­to nei testi come solo Capa­rez­za rie­sce a fare, ma con una leg­ge­rez­za che lo ren­de ascol­ta­bi­le anche ai più scet­ti­ci. Se in Pri­so­ner 709 Capa­rez­za par­la­va di soli­tu­di­ne, del­la male­di­zio­ne dell’acufene che lo ha col­pi­to e di scel­te di vita, qui l’artista dire­zio­na la pro­pria pen­na ver­so una visio­ne otti­mi­sta del mon­do in alcu­ni testi, e ver­so una voglia di rival­sa in altri. 

Nei bra­ni che com­pon­go­no l’album, ben 19 in tota­le, le tema­ti­che varia­no da un con­ti­nuo auto cita­zio­ni­smo alla ricer­ca di una pro­pria iden­ti­tà, che era sta­ta mes­sa a rischio con la pri­gio­ne men­ta­le dell’album pre­ce­den­te. L’obiettivo di Exu­via non è sta­to rag­giun­ge­re le vet­te musi­ca­li ita­lia­ne, ma per­met­te­re agli ascol­ta­to­ri e all’autore stes­so di cono­sce­re meglio la per­so­na oltre l’artista. Una per­so­na che cer­ca di vola­re via dal­la sua exu­via, che deve supe­ra­re i dolo­ri del­la vita per ripu­li­re la pro­pria iden­ti­tà, per rina­sce­re anco­ra. Tra i bra­ni sicu­ra­men­te da ascol­ta­re El sen­de­ro, Con­tro­na­tu­ra, Come Pry­piat, o anco­ra La scel­ta, bra­no mol­to più cantautoriale. 

Come dice Capa­rez­za stes­so, «l’ottavo album è più dif­fi­ci­le del secon­do», estre­ma­men­te più com­pli­ca­to a cau­sa dei dolo­ri che lo han­no influen­za­to nel­lo scol­pi­re un’opera che reste­rà sicu­ra­men­te per mol­to tem­po, come tut­te le espe­rien­ze che l’autore ha sapu­to donare.

Recen­sio­ne di Fran­ce­sco Pio Calabretta.


Per resistere al tuo fianco (La Municipàl)

Per resistere al tuo fianco (La Municipàl)

Nel pano­ra­ma indie per quan­to riguar­da l’ultimo anno non può non veni­re in men­te il nome de La Muni­ci­pàl, che a giu­gno ha pub­bli­ca­to in un solo album dal tito­lo Per resi­ste­re al tuo fian­co i sin­go­li usci­ti a par­ti­re dall’anno precedente. 

I testi, ela­bo­ra­ti dal musi­ci­sta Car­mi­ne Tun­do anche a par­ti­re dall’isolamento impo­sto dal­la pan­de­mia, rac­con­ta­no infat­ti a 360 gra­di l’Italia dei nostri gior­ni. L’Italia del sud e del nord, quel­la fasci­sta e anti­fa­sci­sta, è nar­ra­ta attra­ver­so uno sguar­do cri­ti­co e matu­ro, allo stes­so tem­po disin­can­ta­to e ric­co di emo­zio­ne, che è quel­lo di Quan­do crol­le­rà il gover­no.

Un lavo­ro ori­gi­na­le e ric­co di spun­ti dal pun­to di vista musi­ca­le, che dimo­stra come il pop, se immer­so in atmo­sfe­re dif­fe­ren­ti, abbia la poten­zia­li­tà di esse­re un gene­re deci­sa­men­te aper­to. A por­ta­re le trac­ce ver­so il rock con­tri­bui­sco­no sicu­ra­men­te le atmo­sfe­re dark for­te­men­te pre­sen­ti nel disco. Ne risul­ta­no bra­ni come Fuo­ri­po­sto e La ter­za sta­gio­ne di dark, for­se tra le miglio­ri trac­ce usci­te in Ita­lia negli ulti­mi anni.

Recen­sio­ne di Lau­ra Colombi.


Unconscious Collective (PS5)

Unconscious Collective (PS5)

Il pri­mo lavo­ro del col­let­ti­vo napo­le­ta­no gui­da­to dal noto sas­so­fo­ni­sta Pie­tro San­tan­ge­lo (tra gli altri, nei Nu Gui­nea) meri­ta sicu­ra­men­te una men­zio­ne tra i miglio­ri lavo­ri dell’anno per quan­to riguar­da la pro­du­zio­ne jazz ita­lia­na. Un disco che è vero viag­gio e che spic­ca per ori­gi­na­li­tà.

Il sound dei PS5 è di matri­ce jazz con influen­ze che attin­go­no dal­la tra­di­zio­ne par­te­no­pea, per rag­giun­ge­re sono­ri­tà con radi­ci afro­beat. Le 8 trac­ce di Uncon­scious Col­lec­ti­ve sem­bra­no tra­sci­nar­ci in un viag­gio che par­te dai vico­li del cen­tro sto­ri­co di Napo­li (con la pri­ma trac­cia, Tran­se Napo­li­tai­ne) e arri­va in Sud Ame­ri­ca (in Sem­pre Dodi­ci), pas­san­do per l’Africa. Ma è allo stes­so tem­po un viag­gio vir­tua­le. L’o­biet­ti­vo dichia­ra­to del col­let­ti­vo è infat­ti «crea­re uno sta­to di tran­ce e sca­val­ca­re la ragio­ne uma­na attra­ver­so un imma­gi­na­rio viag­gio di anda­ta e ritor­no attra­ver­so il Mar Medi­ter­ra­neo e l’O­cea­no Atlan­ti­co, col­le­gan­do ideal­men­te Napo­li con l’A­fri­ca del nord e sub­sa­ha­ria­na e l’A­me­ri­ca Lati­na», si leg­ge dal comu­ni­ca­to stam­pa che accom­pa­gna­va l’uscita dell’album il 23 maggio.

Recen­sio­ne di Lau­ra Colombi.


Magica Musica (Venerus)

Magica Musica (Venerus)

Usci­to a ini­zio anno (19 feb­bra­io), il pri­mo disco di Vene­rus, pre­ce­du­to da due EP, ha fis­sa­to mol­to in alto l’asticella per la musi­ca ita­lia­na fin dai pri­mi gior­ni del 2021. Una voce nuo­va, fre­sca e mol­to deli­ca­ta, che tro­va con le basi di MACE, che ha pro­dot­to 12 dei 16 bra­ni, una per­fet­ta sin­to­nia. Il disco è dif­fi­cil­men­te inqua­dra­bi­le all’interno di un sin­go­lo gene­re, com­pli­ci anche i fea­tu­ring pre­sen­ti (tra i qua­li Rko­mi e Frah Quin­ta­le), che impri­mo cia­scu­no uno sti­le diver­so e uni­co alle sin­go­le can­zo­ni, dall’hip-hop al blues, fino alla musi­ca elettronica.

Magi­ca Musi­ca si distin­gue net­ta­men­te dal resto del can­tau­to­ra­to ita­lia­no e si pre­sen­ta, fin dal­la coper­ti­na, come un mon­do oni­ri­co, eso­te­ri­co e colo­ra­to, fat­to di can­zo­ni sin­ce­re e di rara dol­cez­za, ma anche di gran­de atten­zio­ne a livel­lo tec­ni­co. Il disco, sicu­ra­men­te mol­to cor­po­so rispet­to alle pro­du­zio­ni con­tem­po­ra­nee, non dà l’impressione di esse­re pesan­te o ridon­dan­te e, anzi, rie­sce a gesti­re mol­to bene que­sta ric­chez­za e arti­co­la­zio­ne interna. 

Com­ple­ta­men­to neces­sa­rio dell’album è sta­to il Magi­ca Musi­ca Tour in giro per l’Italia: un’esperienza magi­ca all’insegna di musi­ca ed emo­zio­ni, duran­te la qua­le le can­zo­ni sono sta­te riar­ran­gia­te e Vene­rus – che sem­bra pro­ve­ni­re diret­ta­men­te dal mon­do del­le fia­be – ha avu­to la pos­si­bi­li­tà di libe­ra­re tut­ta la pro­pria espres­si­vi­tà con jam improv­vi­sa­te. Il con­cer­to è sta­to regi­stra­to e reso frui­bi­le in un disco che rac­co­glie le ver­sio­ni live. Una occa­sio­ne, for­se fon­da­men­ta­le in que­sto momen­to sto­ri­co, per ricor­dar­ci il valo­re del­la musi­ca, soprat­tut­to se live.

E non mi tro­vo più, tra le stro­fe mi con­fon­do
Vor­rei sol­tan­to un altro momen­to
Per sen­tir­mi al sicu­ro sen­za alcun segreto.

da “Una cer­ta soli­tu­di­ne”

Recen­sio­ne di Costan­za Mazzucchelli.


L.W. (King Gizzard & the Lizard Wizard)

L.W. (King Gizzard & the Lizard Wizard)

Si è di cer­to fat­to nota­re il ter­zo album di musi­ca micro­to­na­le dei King Giz­zard & The Lizard Wizard, L.W. Posto a com­ple­ta­men­to del­la tri­lo­gia Explo­ra­tion into micro­to­nal music ini­zia­ta nel 2017 con Fly­ing Micro­to­nal Bana­na, con que­sto album i King Giz­zard han­no infat­ti dimo­stra­to di saper uni­re la musi­ca micro­to­na­le a un sound psi­che­de­li­co ten­den­te al rock, al metal, otte­nen­do un risul­ta­to che è cer­ta­men­te da pochi. E, nono­stan­te la com­ples­si­tà ese­cu­ti­va dei bra­ni, l’album scor­re liscio come l’olio anche per i non intenditori. 

La spe­ri­men­ta­zio­ne dei King Giz­zard è dav­ve­ro sen­za con­fi­ni. Par­lia­mo di una band che ha sapu­to pro­dur­re una ven­ti­na di album cor­ri­spon­den­ti ad altret­tan­ti gene­ri diver­si, e L.W. non fa ecce­zio­ne – qui dal­la secon­da trac­cia, O.N.E, l’atmosfera si fa qua­si arabeggiante. 

In soli 10 anni di atti­vi­tà, ma in cui abbia­mo assi­sti­to a una pro­du­zio­ne a dir poco fre­ne­ti­ca (5 lavo­ri nel solo 2017) i King Giz­zard sono già band cult del rock psi­che­de­li­co. Lo avre­te capi­to, con loro la paro­la d’ordine è monu­men­ta­le. Da tene­re d’occhio.

Recen­sio­ne di Lau­ra Colombi.


Bright Green Field (Squid)

Bright Green Field (Squid)

La band di Brighton, dopo una serie di EP pre­ge­vo­li, con­fer­ma alla gran­de le aspet­ta­ti­ve di pub­bli­co e cri­ti­ca con il suo pri­mo album uffi­cia­le. Bright Green Field è un disco post-punk nevro­ti­co e pie­no di ener­gia, che attin­ge da real­tà più spe­ri­men­ta­li e intel­let­tua­li come i This Heat, e ne rico­strui­sce la for­mu­la donan­do­le una vita­li­tà estre­ma­men­te personale. 

Non solo post-punk: una del­le car­te vin­cen­ti degli Squid è la scom­mes­sa di con­ta­mi­na­re con il jazz e l’elettronica, e del resto la pri­ma trac­cia G.S.K. è in que­sto sen­so pro­gram­ma­ti­ca dell’intero album. L’impressione è che attra­ver­so le trac­ce dell’album si voglia­no for­ni­re all’ascoltatore diver­si pun­ti di vista sul rea­le, e del resto il pae­sag­gio è sicu­ra­men­te tema cen­tra­le del­la rifles­sio­ne (a par­ti­re da tito­lo e coper­ti­na). La quin­ta trac­cia, Docu­men­ta­ry Film­ma­ker, rac­con­ta per esem­pio l’agonia di un regi­sta che sog­gior­na in un repar­to ospe­da­lie­ro e assi­ste a una serie di tri­sti even­ti che si sus­se­guo­no sen­za un moti­vo pre­ci­so, pro­prio come le sta­gio­ni. Infi­ne, in un album in cui c’è dav­ve­ro tut­to, tro­via­mo anche un pez­zo per gli orec­chi meno alle­na­ti, inti­to­la­to Padd­ling, un digni­to­sis­si­mo ten­ta­ti­vo di vira­re ver­so sono­ri­tà pop.

Sod­di­sfa­re le aspet­ta­ti­ve del­la cri­ti­ca non era cosa faci­le, in anni di revi­val del post-punk. Bright Green Field ci rie­sce in pie­no, basti pen­sa­re ai tan­ti che han­no addi­ta­to tra i rife­ri­men­ti addi­rit­tu­ra gigan­ti come i Tal­king Heads. Da que­sto pun­to di vista, que­sto lavo­ro degli Squid dà la sen­sa­zio­ne di rispec­chia­re lo spi­ri­to di mol­ti gio­va­ni del 2021 e il loro biso­gno di ripe­sca­re tra le voci di pro­te­sta del pas­sa­to recen­te, per cer­ca­re di distri­ca­re il disor­di­ne di un pre­sen­te sem­pre più nevrotico.

Losing my flow and my memo­ries are so unna­tu­ral
I am my own narrator. 

Da “Nar­ra­tor”

Recen­sio­ne di Lau­ra Colombi.


Call Me If You Get Lost (Tyler, The Creator)

Call Me If You Get Lost (Tyler, The Creator)

Dopo il gran­de suc­ces­so di Igor, che nel 2020 ha vin­to il Gram­my come miglio­re album dell’anno, il rap­per cali­for­nia­no Tyler, The Crea­tor è tor­na­to sul­la sce­na musi­ca­le con il suo sesto album in stu­dio. Call Me If You Get Lost è usci­to il 25 giu­gno 2021: qual­che set­ti­ma­na pri­ma a Los Ange­les era­no sta­ti avvi­sta­ti dei car­tel­lo­ni pro­mo­zio­na­li con­te­nen­ti un nume­ro di tele­fo­no. Se chia­ma­to, il nume­ro +1 (855) 444‑8888 ripro­du­ce­va un mes­sag­gio regi­stra­to di una con­ver­sa­zio­ne tra Tyler e la madre, che ritro­via­mo nel­la trac­cia Mom­ma Talk.

La disco­gra­fia di Tyler ha visto un’importante oscil­la­zio­ne da testi aggres­si­vi e alie­na­ti ver­so l’esplorazione di temi più intro­spet­ti­vi e vul­ne­ra­bi­li. Abi­lis­si­mo pro­dut­to­re e un apprez­za­to can­tau­to­re, in que­sto suo ulti­mo lavo­ro Tyler spe­ri­men­ta.

Il suo alter-ego, Tyler Bau­de­lai­re, è il pro­ta­go­ni­sta dell’intero album: tra pez­zi di free­sty­le, sound vin­ta­ge ed eclet­ti­ci testi, è impos­si­bi­le sce­glie­re un pez­zo pre­fe­ri­to. Inno­va­ti­vo, ori­gi­na­le, matu­ro: nel­la sce­na rap inter­na­zio­na­le Call Me If You Get Lost è sicu­ra­men­te uno degli album più apprez­za­ti dell’anno. Da ascol­ta­re tut­to d’un fiato.

Recen­sio­ne di Rebec­ca Pignatiello.


Civilisation (Orelsan)

Quat­tro anni dopo l’uscita di La fête est finie, Orel­san (nome d’arte di Auré­lien Coten­tin) pre­sen­ta al mon­do il suo ulti­mo pro­get­to Civi­li­sa­tion, com­po­sto da 19 trac­ce e già dop­pio disco di pla­ti­no in Fran­cia a un mese esat­to dall’uscita. È un Orel­san nuo­vo ma fede­le al suo modo di pro­dur­re, che trae nume­ro­se con­clu­sio­ni sul­la civi­liz­za­zio­ne e sui mali che essa pro­du­ce. Dal pun­to di vista musi­ca­le, si pas­sa dal­le bal­la­te (La quê­te) al puro rap (Cas­seurs Flo­w­ters Infi­ni­ty) a un pop sem­pre mol­to ricercato. 

Accom­pa­gna­to da un’infinità di stru­men­ti musi­ca­li, il rap­per di Ale­nçon crea un’opera ric­ca di spe­ri­men­ta­zio­ni nuo­ve, inven­ti­va e richia­mi al pas­sa­to. Fin dal pri­mo bra­no, Sho­nen, si capi­sce la volon­tà dell’autore di espri­mer­si sen­za per­de­re quell’identità che lo ha sem­pre distin­to nel pano­ra­ma musi­ca­le fran­ce­se. Tra i temi trat­ta­ti, il ricor­do del pas­sa­to in La quê­te, il rap­por­to tra amo­re e alco­li­smo in Bébé­boa o anco­ra la volon­tà di denun­cia­re la civil­tà moder­na attra­ver­so dei mani­fe­sti, nar­ra­ti comun­que con un tono piut­to­sto leg­ge­ro. A 39 anni, Orel­san cono­sce l’urgenza di dover espri­me­re cer­ti con­cet­ti per far­li arri­va­re al pub­bli­co attra­ver­so lo sti­le del­la denun­cia civi­le per eccel­len­za, il rap. Un album che ricon­fer­ma il suc­ces­so otte­nu­to dai pro­get­ti pre­ce­den­ti, e che con­fer­ma il rap­per tra le miglio­ri pen­ne fran­ce­si, accom­pa­gna­to da una ricer­ca musi­ca­le ela­bo­ra­ta e in com­ple­ta sin­to­nia con i testi.

Che si cono­sca l’ambiente musi­ca­le fran­ce­se o si abbia la voglia di affac­ciar­ci­si per la pri­ma vol­ta, Orel­san è sicu­ra­men­te un arti­sta da ascol­ta­re e da ana­liz­za­re con cura, e Civi­li­sa­tion è un album che, come con­fer­ma il suo suc­ces­so, è riu­sci­to a fare arri­va­re al gran­de pub­bli­co temi deli­ca­ti e matu­ri, nar­ra­ti dall’uomo pri­ma che dall’artista.

Recen­sio­ne di Fran­ce­sco Pio Calabretta.


To See the Next Part of the Dream (Parannoul)

To See the Next Part of the Dream (Parannoul)

«Que­sto album affron­ta sen­ti­men­ti di soli­tu­di­ne, iso­la­men­to, depres­sio­ne e disil­lu­sio­ne» si tro­va scrit­to nel­la pagi­na genius.com. rela­ti­va al secon­do lavo­ro del­la band sud­co­rea­na. È sicu­ra­men­te una descri­zio­ne cal­zan­te del­la sen­sa­zio­ne che si pro­va duran­te l’ascolto del­le 10 trac­ce che com­pon­go­no To See the Next Part of the Dream. Ma c’è anche del­la soddisfazione.

Il nome dei Paran­noul, for­se più noto agli aman­ti del­lo shoe­ga­ze, meri­te­reb­be di gua­da­gnar­si una posi­zio­ne anche al di fuo­ri del­la sua nic­chia. To See the Next Part of the Dream è infat­ti un album per cer­ti ver­si impe­gna­ti­vo ma anche for­te­men­te sen­ti­men­ta­le, in cui l’emozione è sem­pre tenu­ta alta. È il caso di Age of Fluc­tua­tion, un mera­vi­glio­so bra­no di oltre 9 minu­ti in cui immer­ger­si a fia­to sospeso.

La band – non è anco­ra chia­ro se si trat­ti di una per­so­na sola – ha lavo­ra­to a ben tre dischi nell’ultimo anno. To See the Next Part of the Dream è il pri­mo di que­sti, pub­bli­ca­to il 23 febbraio.

Recen­sio­ne di Lau­ra Colombi.


Ascol­ta la nostra play­li­st con il meglio del 2021:

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