Del: 26 Dicembre 2021 Di: Redazione Commenti: 0
I 10 film più “vulcanici” del 2021

Anche questo lungo 2021 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista dei 10 film più “vulcanici” di quest’anno.

A cura di Andrea Marcianò e Luca Pacchiarini.


Il 2021 in fatto di cinema si divide cronologicamente in due periodi: i primi cinque mesi dell’anno, contraddistinti dalla minaccia del covid e dai ripetuti lockdown, e quindi anche dalla chiusura delle sale; e dai restanti mesi fino a questo dicembre, nel quale si è tornati a rivivere la sala nella sua totalità, popcorn compresi. Come in un viaggio on the road dove i protagonisti sono gli attori e i veicoli, cinema e film proseguono insieme, e non a caso la prima pellicola vista quest’anno in sala è proprio Nomadland di Chloé Zhao: un viaggio che simboleggia la vita, il prosieguo delle costanti avversità che il nostro mondo ci lancia in continuazione.

DISCLAIMER: questa lista non è una classifica e l’ordine è quindi casuale.


Freaks Out (Gabriele Mainetti)

Freaks Out (Gabriele Mainetti)

Dopo cinque anni di produzione e dopo aver resistito alle insistenti proposte dei portali streaming, la nuova fatica del cineasta italiano Gabriele Mainetti ha visto la sala, in un anno in cui la pandemia ha conosciuto un poderoso rallentamento. E proprio Freaks Out, vera medicina contro il Covid-19, è in grado di farci tornare la voglia di andare in un cinema nonostante restrizioni e mascherine. L’opera seconda dell’ormai affermato Mainetti è infatti un capolavoro, com’era il precedente Lo chiamavano Jeeg Robot. Quest’ultimo un cinefumetto, Freaks Out invece è un film storico ma anche fantasy, onirico e di guerra; la conferma che Mainetti è il regista prescelto in grado di riportare in vita il cinema di genere italiano, cosa non da tutti che invece riesce splendidamente al regista romano. Freaks Out è un film capace di portare al cinema italiano (e alla sala) una rivitalizzazione prorompente che aspettiamo da anni: la sua produzione, partendo dai 12 milioni investiti, la messinscena, la regia, fotografia e sceneggiatura; tutto è curato e architettato dallo stesso Gabriele Mainetti che fa del suo cinema la massima espressione.

In breve se dovessimo riassumere con un aggettivo il lavoro che c’è dietro a Freaks Out, sarebbe “coraggioso”: sia a livello produttivo, sia a livello di trama, quest’ultima incentrata sulle vicende dei nostri freaks in un’operazione di liberazione dal nazifascismo. Mainetti, a differenza di molti registi e produttori della nostra epoca, ha la volontà apertamente antifascista di raccontare una storia che fa della liberazione dalla dittatura un importante anello della storia italiana. Il diverso e il grottesco prevalgono contro l’Istituzione ricordandoci, come pochi hanno fatto nella storia del cinema, il vero valore della Resistenza.

Recensione di Andrea Marcianò.


Wolfwalkers. Il popolo dei lupi (Tomm Moore)

Wolfwalkers. Il popolo dei lupi (Tomm Moore)

Animazione sopraffina per una fiaba irlandese dallo stile unico. In una città dalle tinte espressioniste la piccola protagonista, Robyn, vuole seguire il padre nella caccia ai lupi, attività che deve essere fatta per abbattere alberi senza timori. La bambina tuttavia scoprirà che la leggenda è vera: nella foresta vi sono i wolfwalkers e in particolare una bambina in grado di comunicare con i lupi e controllarli, che si comporta come una di loro e ha particolari poteri. Questa morde per sbaglio la cittadina portandola a scoprire meglio il mondo della foresta. Il legame tra queste due fanciulle è la linfa del film, hanno vissuto in contesti contrapposti e antagonisti, ma l’amicizia che si crea tra di loro riesce a mettere in crisi questo clima. Tale diversità non è solo tematica ma anche stilistica: la città e i suoi abitanti sono squadrati, aguzzi, rozzi, si muovono in modo secco; il bosco invece è sinuoso, raggiante, il branco si muove come un fluido omogeneo e si respira un’aria da quadro di Mucha.

“Un’altra via è possibile” è il motto del film, ripetuto più volte dalla protagonista che lotta contro un mondo sordo verso di lei, che continuamente la mette all’angolo per perseguire la strada della violenza, della gabbia. Quest’ultimo è l’altro grande tema del film: sbarre di legno, di ferro, sbarre per aiutare, sbarre autoimposte sono qui presenti, si riflette sulla cella e su come uscirne rivendicando sé stessi, confrontandosi con il proprio io e il diverso. La magia nella pellicola entra nello spettatore con una grazia unica per merito dello stile di disegno e come esso muta: il mondo cambia a seconda dello stato d’animo dei personaggi, quando Robyn ha paura tutto è più appuntito, indistinto, mentre i sensi dei lupi fanno diventare tutto più morbido e leggiadro. Tutto ciò non fa altro che regalare un grandissimo film, coraggioso in ogni suo aspetto e che ricorda il fascino che l’animazione 2D può dare.

Recensione di Luca Pacchiarini.


Druk (Thomas Vinterberg)

Druk (Thomas Vinterberg)

C’è chi ha rimpianto spesso un certo cinema danese sperimentale ormai d’altri tempi, e se Thomas Vinterberg ha già superato il suo periodo punk, Druk segna un’ultima fiammata di reminiscenza giovanile, per fortuna neanche troppo nostalgica. Titolo originale di Un altro giro, e candidato agli Oscar del 2021, il film è un’esperienza illuminante e confortante. L’alcool come sinonimo di vita zittisce il perbenismo: noi lo abbiamo creato e, come il cinema d’altronde, è una forma d’evasione dalla sterile realtà che accompagna la vita di tutti i giorni. Non che il mondo sia difficile e noioso, al contrario Vinterberg lo esalta proprio usando l’alcool come mezzo rinvigorente senza banalizzare i problemi consequenziali che inevitabilmente compaiono. Come solo un giovane riesce a fare, l’essere al mondo è accolto con brio; si coglie l’attimo, il qui e ora che comporta la vera beatitudine quasi religiosa che Vinterberg racconta.

L’alcool, si dice, è un mezzo, e infatti il film è il viaggio compiuto nell’imprevedibilità della vita: in essa si coglie l’essenza maggiore e della routine si fa la critica più crudele ma per questo reale. Oltre a ciò, Druk è anche un inno all’educazione e alla ricerca: ed è sempre la routine medio-borghese che incatena lo spirito stesso dell’imparare; i giovani (e gli insegnanti) sono pedine di un sistema incatenato alle maglie di una convenzione assurda, che lascia paradossalmente poco spazio alla creatività. “Another brick in the wall” cantavano i Pink Floyd, e anche Druk si unisce al coro rendendoci partecipi di un sistema scolastico corrotto e ingessato. Così facendo il film fa della provocazione sottile alla realtà una soluzione ultima alla noia del vivere: in fondo, come insegna Charlie Chaplin in Modern Times, la macchina che fa muovere il mondo siamo noi, e la routine è solo un costrutto facilmente superabile, magari con qualche grado in più di saggezza.

Recensione di Andrea Marcianò.


Dune (Denis Villeneuve)

Dune (Denis Villeneuve)

Intrighi politici, guerre per le risorse più importanti del mondo, occultismo, tecnologie avanzate e la grandissima fantascienza, come non si vedeva da molto tempo nelle sale. Tutto questo nell’ultima opera di Denis Villeneuve, una grande produzione che è mega in ogni suo possibile aspetto. Difficile non lasciarsi incantare dalle vicende che si svolgono su Arrakis: sequenze con vermi giganti che escono da enormi dune del deserto, navi spaziali in tutta la loro forza, leggiadre libellule meccaniche usate come mezzo di trasporto. Tutto questo mostra una fantascienza nuova, che si fonda profondamente su quella classica, di cui il romanzo di Frank Herbert è stato massimo esponente, ma riesce a essere una novità grazie alla maestria di Villeneuve.

Con scene dalla potenza immensa, austere, accompagnate da una sceneggiatura che incuriosisce ma che si prende sempre i suoi tempi per raccontare un cosmo complesso e sfaccettato. Il regista canadese porta un cast di grandissimi nomi: si può citare Timothee Chalamet, Oscar Isaac, Stellan Skarsgård, Rebecca Ferguson, ma i personaggi da loro interpretati non sono persone comuni, sono quasi leggende, con valori profondamente diversi gli uni con gli altri. In mezzo a tutti vi è Paul Atreides che dovrà ogni volta affrontare i suoi dubbi, mettendo sempre in crisi ciò che sa, per capire da quale parte stare e come muoversi. Tre nomination ai Golden Globe per quella che è la terza esperienza sci-fi di questo regista, (dopo il geniale Arrival e Blade Runner 2049, un degnissimo sequel di 2019) ma che da questo film farà un seguito, se non addirittura un filone, che è sicuramente da tenere ben sott’occhio.

Recensione di Luca Pacchiarini.


Titane (Julia Ducournau)

Titane (Julia Ducournau)

Al 74esimo Festival del cinema di Cannes, il primo post-pandemico, vince la Palma d’Oro un film esemplare di un certo genere che raramente si vede oggi sullo schermo: il body horror. Titane dell’emergente Julia Ducournau, infatti, ricorda molto un certo Cronenberg delle origini: una giovane stripper, Alexia (Agathe Rousselle), si ritrova incinta di un auto, una Cadillac, e durante la gravidanza comincia una vera e propria mutazione, nel corpo e nella mente. La trasfigurazione lenta e inesorabile è principio fondamentale del film, in cui il contatto viscerale con la tecnologia rievoca elementi quasi vicini a Mary Shelley e al suo Frankenstein.

Il corpo muta ma la stessa Alexia cambia con esso, e in questo senso è praticamente palese il riferimento al tema del gender, dell’identità sessuale e della scoperta, quasi innocente, del ruolo della donna nel mondo che parte dalla mercificazione del corpo alla sua messa in discussione totale. Da sex symbol Alexia riprende i propri spazi e diventa libera: ricordando la Sposa tarantiniana di Kill Bill, la protagonista è una solitaria tuttofare che rimane sola contro il mondo ostile, costretta alla violenza, alla fuga e alla trasfigurazione. Infine, venne la Ducournau: con Titane, il suo secondo film, ci vede giusto e confeziona una pellicola molto più strutturata e pensata del precedente Raw, nei quali si vedono i prodromi della sua autorialità, portando una storia disturbante quanto basta e assolutamente riflessiva sui tempi che viviamo, e come sfondo il rapporto paradossalmente mai sereno dell’industria con l’uomo.

Recensione di Andrea Marcianò.


The French Dispatch (Wes Anderson)

The French Dispatch (Wes Anderson)

Per riassumere bene il film bisogna immaginare di essere in un grande museo pieno di bellissimi quadri, ma in cui ci si può fermare solo 30 secondi per osservarli. Questa è l’ultima regia di Wes Anderson, un racconto strutturato a più racconti, in cui la scenografia e la fotografia ne sono il cuore pulsante. Tutto lo stile del regista texano qui esplode completamente: è possibile vedere un flashback di un personaggio raccontato da uno spettacolo di teatro che verrà fatto nel futuro, oppure lotte fatte immobilizzando ogni persona in scena. Non c’è veramente limite alla fantasia della messa in scena di questa pellicola, mostrata con movimenti di macchina semplici, puliti, con richiamo al cinema delle origini e quel gusto originale del vintage che solo questo autore ha.

Tra le molte tematiche trattate vi è da notare il grande atto d’amore rivolto ai giornalisti, a quel tipo di giornalismo impegnato, in cui chi scrive è persona di cultura, intellettuale oltre che redattore e come infatti sono questi giornalisti. Questo modello, che oggi sta sempre più scomparendo, viene raccontato in scena attraverso le storie raccontate e che dovranno essere ripubblicate nell’ultimo numero del The French Dispatch e consistono in: un resoconto ciclistico di un paese francese, la storia di un successo artistico scoperto in carcere, una protesta giovanile incentrata sugli scacchi, un grandissimo cuoco che opera di una questura e il necrologio del direttore. Questa morte è metafora della decadenza di quel giornalismo, non tanto per i redattori ma più per chi era disposto a investirci, è perciò la malinconia il continuo sottofondo della pellicola. Una quantità impressionante di star del cinema contemporaneo compone il cast, in un film che forse non è il migliore di Wes Anderson ma sicuramente un lavoro innovativo, sperimentale in molto, che stimola e stimolerà moltissimo.

Recensione di Luca Pacchiarini.


Pieces of a Woman (Kornél Mundruczó)

Pieces of a Woman (Kornél Mundruczó)

Tra i film migliori dell’anno non può mancare quello snobbato dal pubblico e da mezza critica: Pieces of a Woman, alla regia Kornél Mundruczó e alla sceneggiatura Kata Wéber. Il problema della pellicola è il fatto di essere una di quelle che non ha mai visto la sala: da una parte per via della partnership con Netflix, dall’altra perché è uscito a gennaio, periodo ancora da zona rossa e chiusura totale dei cinema. Inevitabilmente Pieces of a Woman diventa uno di quei film ignorati e purtroppo visto da pochi, al contrario siamo di fronte a una delle cinque migliori pellicole dell’anno.

Segue la storia di Martha (Vanessa Kirby), la quale perde il figlio appena nato a seguito di un parto in casa finito male; Martha si trova così ad affrontare il dolore del lutto inerme, sola e senza appigli cui aggrapparsi. Pieces of a Woman è quindi la rinascita e attraversamento del lutto: una fase che tutti vivono o vivranno, in cui il viaggio catastrofico dell’accettazione viene narrato da Mundruczó con grande maturità anche artistica. “Pieces of a Woman” non sono infatti solo i pezzi da ricomporre di una donna distrutta, ma bensì l’intera socialità della città in cui vive, del marito (Shia LaBeouf) e tutti i parenti: un complesso organismo che gira intorno all’anima spezzata, da cui rinasce l’ottimistica speranza per il futuro. A vincere c’è sempre il divenire e mai il passato: la donna che riacquista fiducia in sé stessa, ponti che vengono costruiti, il tempo che scorre inesorabile per tutti, e come mantra la presa di coscienza che tutto ciò che accade ha un suo corso, ma non una motivazione.

Recensione di Andrea Marcianò.


Promising Young Woman (Emerald Fennell)

Promising Young Woman (Emerald Fennell)

Eccezionalmente accolto da critica e pubblico, Promising Young Woman (Una donna promettente) riesce a combinare i generi thriller e drammatico per restituire un coinvolgente sguardo sul tema della violenza di genere. Con una sceneggiatura che le è valso l’Oscar, Emerald Fennell ha infatti saputo trasporre su schermo le conseguenze emotive di tale violenza, ma anche presentare e demolire i fenomeni che vi gravitano attorno, quali la colpevolizzazione della vittima o l’innocenza degli spettatori “inermi”. Tali elementi affiorano senza forzature da una trama costruita su cambi di direzione che ingannano e, inevitabilmente, coinvolgono lo spettatore. Dapprima convinto di assistere alla discesa nella follia della protagonista Cassie (una camaleontica Carey Mulligan), questi si accorge infatti di partecipare invece al suo lucido piano di vendetta, o forse sarebbe meglio dire di giustizia.

Laddove le inversioni della trama confondono volutamente dando vita al caos, la regia costruisce un interessante contrasto introducendo inquadrature simmetriche e primi piani pressoché immobili che offrono attimi di un’intensità straziante e densa di significato. Ogni particolare è, infatti, curato nei minimi dettagli per suggerire chiavi interpretative allo spettatore pronto a coglierle. Basti pensare a un primo piano in cui la protagonista si staglia contro un muro bianco, a circondarle il volto un’aureola angelica costituita in realtà dalla decorazione a stucco della parete alle sue spalle. Tale cura ricorre poi nella scelta della colonna sonora, dove le parole dei brani non fanno che amplificare il significato delle scene. Ne è esempio la scelta di includere Angel of the Morning che, sovrapposta alle ultime inquadrature, sembra intonare un inno a Cassie; segue poi Last Laugh di Fletcher che accompagna i titoli di coda, riecheggiando così l’amara risata finale della protagonista.

Recensione di Rossana Merli.


Drive My Car (Ryusuke Hamaguchi)

Drive My Car (Ryusuke Hamaguchi)

Ryusuke Hamaguchi è uno di quei registi che sa usare il cinema come mezzo d’espressione crudo e puro, e questo Drive My Car ne è la prova esemplare. Il film è probabilmente il più intimista, in cui Hamaguchi divide la vita del protagonista in due storie, frammentate nelle tre ore di durata della pellicola. Prima fra tutti la trama principale: l’autore, regista e attore teatrale Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima) è in totale crisi dopo la perdita prematura della figlia e successivamente della compagna, e collega, Oto Kafuku (Reika Kirishima) e l’arrivo di una nuova occasione lavorativa a Hiroshima sfocerà nella riflessione e crisi artistica del già spossato Yusuke. Il regista è così attento a porre in primo piano la questione dell’ispirazione, che per il protagonista viene soprattutto dalla moglie, dell’identità in quanto artista e in quanto uomo (tema nipponico molto più sentito che in Occidente). La moglie lascia un vuoto intramontabile, non dal punto di vista amoroso, bensì da quello del teatrante: dopo la sua dipartita il palcoscenico diventa un luogo traumatico, un tabù dell’insufficienza che Yusuke vede in sé stesso. L’arte che, come dà la vita, la toglie.

La seconda storia è quella narrata tramite la giovane autista Misaki (Toko Miura), deus ex machina dell’intero racconto e coetanea della figlia perduta dal protagonista anni prima. Misaki è letteralmente la spalla su cui Yusuke non ha mai potuto piangere o consolarsi, è la figlia perduta per eccellenza. I viaggi in auto con lei funzionano da muse ispiratrici ma oltremodo come mezzi per la riflessione introspettiva: è il collante tra la vita tormentata del teatro e quella altrettanto traumatica dell’esistenza. Drive My Car sfrutta quindi il teatro, dove tutto è incentrato sulla pre-produzione dello Zio Vanja di Čechov, ma sfrutta anche il cinema: da Taxi Driver a Taste of Cherry, passando ovviamente per l’on the road  carico di esistenzialismo.

Recensione di Andrea Marcianò.


Eternals (Chloé Zhao)

Eternals (Chloé Zhao)

Chloé Zhao firma questo cinecomics dopo il pluripremiato Nomandland. In quest’opera la sua mano si sente, è presente e riesce a creare qualcosa di inaspettato, in cui il film non si distacca dalla sua radice Marvel, ma si distingue considerevolmente portando numerose novità sia per il maxi universo in sé ma soprattutto per le scelte narrative. Si narra di un gruppo di supereroi, gli Eterni, mandati sul nostro pianeta migliaia di anni fa da Arishem, essere superiore in cui loro confidano, per eliminare i Devianti, potenti creature che si nutrono di vita intelligente. Il gruppo riesce in questo compito, in secoli riesce a vincere, tuttavia rimane sulla Terra, nessuno li richiama nello spazio, non sapendo il motivo e non potendo fare altro iniziano a vivere tra gli esseri umani, legandosi sempre di più a loro.

Su questo legame e su quello interno al supergruppo si sviluppa la pellicola: sono eterni questi individui, costretti a vedere le atrocità della storia umana non potendo intervenire mai (la loro fiducia assoluta verso Arishem non glielo permette), ci si chiede allora se il libero arbitrio sia da dover controllare in qualche modo, se è corretto dare all’uomo la conoscenza di alcune tecnologie; centrale è quindi la riflessione sugli ordini, forse la creatura superiore potrebbe sbagliarsi, forse la strada sempre seguita non è quella giusta. Questi dubbi mettono in crisi il folto gruppo, ma il film riesce molto bene in un’impresa difficile: presenta un gruppo numeroso, i cui componenti sono sconosciuti al pubblico, ma questi hanno comunque tutti un loro spazio, ognuno ha un qualcosa che lo rende ben distinguibile e interessante. Sono da citare le bellissime scene d’azione e le grandi sequenze mozzafiato in quella che potrebbe essere la nuova strada perseguita dal MCU: affidare grandi produzioni a grandi autori.

Recensione di Luca Pacchiarini.

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