I 10 film più “vulcanici” del 2021

I 10 film più “vulcanici” del 2021

Anche questo lungo 2021 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista dei 10 film più “vulcanici” di quest’anno.

A cura di Andrea Mar­cia­nò e Luca Pacchiarini.


Il 2021 in fat­to di cine­ma si divi­de cro­no­lo­gi­ca­men­te in due perio­di: i pri­mi cin­que mesi dell’anno, con­trad­di­stin­ti dal­la minac­cia del covid e dai ripe­tu­ti loc­k­do­wn, e quin­di anche dal­la chiu­su­ra del­le sale; e dai restan­ti mesi fino a que­sto dicem­bre, nel qua­le si è tor­na­ti a rivi­ve­re la sala nel­la sua tota­li­tà, pop­corn com­pre­si. Come in un viag­gio on the road dove i pro­ta­go­ni­sti sono gli atto­ri e i vei­co­li, cine­ma e film pro­se­guo­no insie­me, e non a caso la pri­ma pel­li­co­la vista quest’anno in sala è pro­prio Nomad­land di Chloé Zhao: un viag­gio che sim­bo­leg­gia la vita, il pro­sie­guo del­le costan­ti avver­si­tà che il nostro mon­do ci lan­cia in continuazione.

DISCLAIMER: que­sta lista non è una clas­si­fi­ca e l’ordine è quin­di casuale. 


Freaks Out (Gabriele Mainetti)

Freaks Out (Gabriele Mainetti)

Dopo cin­que anni di pro­du­zio­ne e dopo aver resi­sti­to alle insi­sten­ti pro­po­ste dei por­ta­li strea­ming, la nuo­va fati­ca del cinea­sta ita­lia­no Gabrie­le Mai­net­ti ha visto la sala, in un anno in cui la pan­de­mia ha cono­sciu­to un pode­ro­so ral­len­ta­men­to. E pro­prio Freaks Out, vera medi­ci­na con­tro il Covid-19, è in gra­do di far­ci tor­na­re la voglia di anda­re in un cine­ma nono­stan­te restri­zio­ni e masche­ri­ne. L’opera secon­da dell’ormai affer­ma­to Mai­net­ti è infat­ti un capo­la­vo­ro, com’era il pre­ce­den­te Lo chia­ma­va­no Jeeg Robot. Quest’ultimo un cine­fu­met­to, Freaks Out inve­ce è un film sto­ri­co ma anche fan­ta­sy, oni­ri­co e di guer­ra; la con­fer­ma che Mai­net­ti è il regi­sta pre­scel­to in gra­do di ripor­ta­re in vita il cine­ma di gene­re ita­lia­no, cosa non da tut­ti che inve­ce rie­sce splen­di­da­men­te al regi­sta roma­no. Freaks Out è un film capa­ce di por­ta­re al cine­ma ita­lia­no (e alla sala) una rivi­ta­liz­za­zio­ne pro­rom­pen­te che aspet­tia­mo da anni: la sua pro­du­zio­ne, par­ten­do dai 12 milio­ni inve­sti­ti, la mes­sin­sce­na, la regia, foto­gra­fia e sce­neg­gia­tu­ra; tut­to è cura­to e archi­tet­ta­to dal­lo stes­so Gabrie­le Mai­net­ti che fa del suo cine­ma la mas­si­ma espressione.

In bre­ve se doves­si­mo rias­su­me­re con un agget­ti­vo il lavo­ro che c’è die­tro a Freaks Out, sareb­be “corag­gio­so”: sia a livel­lo pro­dut­ti­vo, sia a livel­lo di tra­ma, quest’ultima incen­tra­ta sul­le vicen­de dei nostri freaks in un’operazione di libe­ra­zio­ne dal nazi­fa­sci­smo. Mai­net­ti, a dif­fe­ren­za di mol­ti regi­sti e pro­dut­to­ri del­la nostra epo­ca, ha la volon­tà aper­ta­men­te anti­fa­sci­sta di rac­con­ta­re una sto­ria che fa del­la libe­ra­zio­ne dal­la dit­ta­tu­ra un impor­tan­te anel­lo del­la sto­ria ita­lia­na. Il diver­so e il grot­te­sco pre­val­go­no con­tro l’Istituzione ricor­dan­do­ci, come pochi han­no fat­to nel­la sto­ria del cine­ma, il vero valo­re del­la Resistenza.

Recen­sio­ne di Andrea Marcianò.


Wolfwalkers. Il popolo dei lupi (Tomm Moore)

Wolfwalkers. Il popolo dei lupi (Tomm Moore)

Ani­ma­zio­ne sopraf­fi­na per una fia­ba irlan­de­se dal­lo sti­le uni­co. In una cit­tà dal­le tin­te espres­sio­ni­ste la pic­co­la pro­ta­go­ni­sta, Robyn, vuo­le segui­re il padre nel­la cac­cia ai lupi, atti­vi­tà che deve esse­re fat­ta per abbat­te­re albe­ri sen­za timo­ri. La bam­bi­na tut­ta­via sco­pri­rà che la leg­gen­da è vera: nel­la fore­sta vi sono i wol­fwal­kers e in par­ti­co­la­re una bam­bi­na in gra­do di comu­ni­ca­re con i lupi e con­trol­lar­li, che si com­por­ta come una di loro e ha par­ti­co­la­ri pote­ri. Que­sta mor­de per sba­glio la cit­ta­di­na por­tan­do­la a sco­pri­re meglio il mon­do del­la fore­sta. Il lega­me tra que­ste due fan­ciul­le è la lin­fa del film, han­no vis­su­to in con­te­sti con­trap­po­sti e anta­go­ni­sti, ma l’amicizia che si crea tra di loro rie­sce a met­te­re in cri­si que­sto cli­ma. Tale diver­si­tà non è solo tema­ti­ca ma anche sti­li­sti­ca: la cit­tà e i suoi abi­tan­ti sono squa­dra­ti, aguz­zi, roz­zi, si muo­vo­no in modo sec­co; il bosco inve­ce è sinuo­so, rag­gian­te, il bran­co si muo­ve come un flui­do omo­ge­neo e si respi­ra un’aria da qua­dro di Mucha.

“Un’altra via è pos­si­bi­le” è il mot­to del film, ripe­tu­to più vol­te dal­la pro­ta­go­ni­sta che lot­ta con­tro un mon­do sor­do ver­so di lei, che con­ti­nua­men­te la met­te all’an­go­lo per per­se­gui­re la stra­da del­la vio­len­za, del­la gab­bia. Que­st’ul­ti­mo è l’altro gran­de tema del film: sbar­re di legno, di fer­ro, sbar­re per aiu­ta­re, sbar­re autoim­po­ste sono qui pre­sen­ti, si riflet­te sul­la cel­la e su come uscir­ne riven­di­can­do sé stes­si, con­fron­tan­do­si con il pro­prio io e il diver­so. La magia nel­la pel­li­co­la entra nel­lo spet­ta­to­re con una gra­zia uni­ca per meri­to del­lo sti­le di dise­gno e come esso muta: il mon­do cam­bia a secon­da del­lo sta­to d’animo dei per­so­nag­gi, quan­do Robyn ha pau­ra tut­to è più appun­ti­to, indi­stin­to, men­tre i sen­si dei lupi fan­no diven­ta­re tut­to più mor­bi­do e leg­gia­dro. Tut­to ciò non fa altro che rega­la­re un gran­dis­si­mo film, corag­gio­so in ogni suo aspet­to e che ricor­da il fasci­no che l’animazione 2D può dare.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Druk (Thomas Vinterberg)

Druk (Thomas Vinterberg)

C’è chi ha rim­pian­to spes­so un cer­to cine­ma dane­se spe­ri­men­ta­le ormai d’altri tem­pi, e se Tho­mas Vin­ter­berg ha già supe­ra­to il suo perio­do punk, Druk segna un’ultima fiam­ma­ta di remi­ni­scen­za gio­va­ni­le, per for­tu­na nean­che trop­po nostal­gi­ca. Tito­lo ori­gi­na­le di Un altro giro, e can­di­da­to agli Oscar del 2021, il film è un’esperienza illu­mi­nan­te e con­for­tan­te. L’alcool come sino­ni­mo di vita zit­ti­sce il per­be­ni­smo: noi lo abbia­mo crea­to e, come il cine­ma d’altronde, è una for­ma d’evasione dal­la ste­ri­le real­tà che accom­pa­gna la vita di tut­ti i gior­ni. Non che il mon­do sia dif­fi­ci­le e noio­so, al con­tra­rio Vin­ter­berg lo esal­ta pro­prio usan­do l’alcool come mez­zo rin­vi­go­ren­te sen­za bana­liz­za­re i pro­ble­mi con­se­quen­zia­li che ine­vi­ta­bil­men­te com­pa­io­no. Come solo un gio­va­ne rie­sce a fare, l’essere al mon­do è accol­to con brio; si coglie l’attimo, il qui e ora che com­por­ta la vera bea­ti­tu­di­ne qua­si reli­gio­sa che Vin­ter­berg racconta. 

L’alcool, si dice, è un mez­zo, e infat­ti il film è il viag­gio com­piu­to nel­l’im­pre­ve­di­bi­li­tà del­la vita: in essa si coglie l’essenza mag­gio­re e del­la rou­ti­ne si fa la cri­ti­ca più cru­de­le ma per que­sto rea­le. Oltre a ciò, Druk è anche un inno all’educazione e alla ricer­ca: ed è sem­pre la rou­ti­ne medio-bor­ghe­se che inca­te­na lo spi­ri­to stes­so dell’imparare; i gio­va­ni (e gli inse­gnan­ti) sono pedi­ne di un siste­ma inca­te­na­to alle maglie di una con­ven­zio­ne assur­da, che lascia para­dos­sal­men­te poco spa­zio alla crea­ti­vi­tà. “Ano­ther brick in the wall” can­ta­va­no i Pink Floyd, e anche Druk si uni­sce al coro ren­den­do­ci par­te­ci­pi di un siste­ma sco­la­sti­co cor­rot­to e inges­sa­to. Così facen­do il film fa del­la pro­vo­ca­zio­ne sot­ti­le alla real­tà una solu­zio­ne ulti­ma alla noia del vive­re: in fon­do, come inse­gna Char­lie Cha­plin in Modern Times, la mac­chi­na che fa muo­ve­re il mon­do sia­mo noi, e la rou­ti­ne è solo un costrut­to facil­men­te supe­ra­bi­le, maga­ri con qual­che gra­do in più di saggezza.

Recen­sio­ne di Andrea Marcianò.


Dune (Denis Villeneuve)

Dune (Denis Villeneuve)

Intri­ghi poli­ti­ci, guer­re per le risor­se più impor­tan­ti del mon­do, occul­ti­smo, tec­no­lo­gie avan­za­te e la gran­dis­si­ma fan­ta­scien­za, come non si vede­va da mol­to tem­po nel­le sale. Tut­to que­sto nel­l’ul­ti­ma ope­ra di Denis Vil­le­neu­ve, una gran­de pro­du­zio­ne che è mega in ogni suo pos­si­bi­le aspet­to. Dif­fi­ci­le non lasciar­si incan­ta­re dal­le vicen­de che si svol­go­no su Arra­kis: sequen­ze con ver­mi gigan­ti che esco­no da enor­mi dune del deser­to, navi spa­zia­li in tut­ta la loro for­za, leg­gia­dre libel­lu­le mec­ca­ni­che usa­te come mez­zo di tra­spor­to. Tut­to que­sto mostra una fan­ta­scien­za nuo­va, che si fon­da pro­fon­da­men­te su quel­la clas­si­ca, di cui il roman­zo di Frank Her­bert è sta­to mas­si­mo espo­nen­te, ma rie­sce a esse­re una novi­tà gra­zie alla mae­stria di Villeneuve. 

Con sce­ne dal­la poten­za immen­sa, auste­re, accom­pa­gna­te da una sce­neg­gia­tu­ra che incu­rio­si­sce ma che si pren­de sem­pre i suoi tem­pi per rac­con­ta­re un cosmo com­ples­so e sfac­cet­ta­to. Il regi­sta cana­de­se por­ta un cast di gran­dis­si­mi nomi: si può cita­re Timo­thee Cha­la­met, Oscar Isaac, Stel­lan Skar­sgård, Rebec­ca Fer­gu­son, ma i per­so­nag­gi da loro inter­pre­ta­ti non sono per­so­ne comu­ni, sono qua­si leg­gen­de, con valo­ri pro­fon­da­men­te diver­si gli uni con gli altri. In mez­zo a tut­ti vi è Paul Atrei­des che dovrà ogni vol­ta affron­ta­re i suoi dub­bi, met­ten­do sem­pre in cri­si ciò che sa, per capi­re da qua­le par­te sta­re e come muo­ver­si. Tre nomi­na­tion ai Gol­den Glo­be per quel­la che è la ter­za espe­rien­za sci-fi di que­sto regi­sta, (dopo il genia­le Arri­valBla­de Run­ner 2049, un degnis­si­mo sequel di 2019) ma che da que­sto film farà un segui­to, se non addi­rit­tu­ra un filo­ne, che è sicu­ra­men­te da tene­re ben sott’occhio.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Titane (Julia Ducournau)

Titane (Julia Ducournau)

Al 74esimo Festi­val del cine­ma di Can­nes, il pri­mo post-pan­de­mi­co, vin­ce la Pal­ma d’Oro un film esem­pla­re di un cer­to gene­re che rara­men­te si vede oggi sul­lo scher­mo: il body hor­ror. Tita­ne dell’emergente Julia Ducour­nau, infat­ti, ricor­da mol­to un cer­to Cro­nen­berg del­le ori­gi­ni: una gio­va­ne strip­per, Ale­xia (Aga­the Rous­sel­le), si ritro­va incin­ta di un auto, una Cadil­lac, e duran­te la gra­vi­dan­za comin­cia una vera e pro­pria muta­zio­ne, nel cor­po e nel­la men­te. La tra­sfi­gu­ra­zio­ne len­ta e ine­so­ra­bi­le è prin­ci­pio fon­da­men­ta­le del film, in cui il con­tat­to visce­ra­le con la tec­no­lo­gia rie­vo­ca ele­men­ti qua­si vici­ni a Mary Shel­ley e al suo Frank­en­stein.

Il cor­po muta ma la stes­sa Ale­xia cam­bia con esso, e in que­sto sen­so è pra­ti­ca­men­te pale­se il rife­ri­men­to al tema del gen­der, dell’identità ses­sua­le e del­la sco­per­ta, qua­si inno­cen­te, del ruo­lo del­la don­na nel mon­do che par­te dal­la mer­ci­fi­ca­zio­ne del cor­po alla sua mes­sa in discus­sio­ne tota­le. Da sex sym­bol Ale­xia ripren­de i pro­pri spa­zi e diven­ta libe­ra: ricor­dan­do la Spo­sa taran­ti­nia­na di Kill Bill, la pro­ta­go­ni­sta è una soli­ta­ria tut­to­fa­re che rima­ne sola con­tro il mon­do osti­le, costret­ta alla vio­len­za, alla fuga e alla tra­sfi­gu­ra­zio­ne. Infi­ne, ven­ne la Ducour­nau: con Tita­ne, il suo secon­do film, ci vede giu­sto e con­fe­zio­na una pel­li­co­la mol­to più strut­tu­ra­ta e pen­sa­ta del pre­ce­den­te Raw, nei qua­li si vedo­no i pro­dro­mi del­la sua auto­ria­li­tà, por­tan­do una sto­ria distur­ban­te quan­to basta e asso­lu­ta­men­te rifles­si­va sui tem­pi che vivia­mo, e come sfon­do il rap­por­to para­dos­sal­men­te mai sere­no dell’industria con l’uomo.

Recen­sio­ne di Andrea Marcianò.


The French Dispatch (Wes Anderson)

The French Dispatch (Wes Anderson)

Per rias­su­me­re bene il film biso­gna imma­gi­na­re di esse­re in un gran­de museo pie­no di bel­lis­si­mi qua­dri, ma in cui ci si può fer­ma­re solo 30 secon­di per osser­var­li. Que­sta è l’ultima regia di Wes Ander­son, un rac­con­to strut­tu­ra­to a più rac­con­ti, in cui la sce­no­gra­fia e la foto­gra­fia ne sono il cuo­re pul­san­te. Tut­to lo sti­le del regi­sta texa­no qui esplo­de com­ple­ta­men­te: è pos­si­bi­le vede­re un fla­sh­back di un per­so­nag­gio rac­con­ta­to da uno spet­ta­co­lo di tea­tro che ver­rà fat­to nel futu­ro, oppu­re lot­te fat­te immo­bi­liz­zan­do ogni per­so­na in sce­na. Non c’è vera­men­te limi­te alla fan­ta­sia del­la mes­sa in sce­na di que­sta pel­li­co­la, mostra­ta con movi­men­ti di mac­chi­na sem­pli­ci, puli­ti, con richia­mo al cine­ma del­le ori­gi­ni e quel gusto ori­gi­na­le del vin­ta­ge che solo que­sto auto­re ha. 

Tra le mol­te tema­ti­che trat­ta­te vi è da nota­re il gran­de atto d’a­mo­re rivol­to ai gior­na­li­sti, a quel tipo di gior­na­li­smo impe­gna­to, in cui chi scri­ve è per­so­na di cul­tu­ra, intel­let­tua­le oltre che redat­to­re e come infat­ti sono que­sti gior­na­li­sti. Que­sto model­lo, che oggi sta sem­pre più scom­pa­ren­do, vie­ne rac­con­ta­to in sce­na attra­ver­so le sto­rie rac­con­ta­te e che dovran­no esse­re ripub­bli­ca­te nell’ultimo nume­ro del The French Dispatch e con­si­sto­no in: un reso­con­to cicli­sti­co di un pae­se fran­ce­se, la sto­ria di un suc­ces­so arti­sti­co sco­per­to in car­ce­re, una pro­te­sta gio­va­ni­le incen­tra­ta sugli scac­chi, un gran­dis­si­mo cuo­co che ope­ra di una que­stu­ra e il necro­lo­gio del diret­to­re. Que­sta mor­te è meta­fo­ra del­la deca­den­za di quel gior­na­li­smo, non tan­to per i redat­to­ri ma più per chi era dispo­sto a inve­stir­ci, è per­ciò la malin­co­nia il con­ti­nuo sot­to­fon­do del­la pel­li­co­la. Una quan­ti­tà impres­sio­nan­te di star del cine­ma con­tem­po­ra­neo com­po­ne il cast, in un film che for­se non è il miglio­re di Wes Ander­son ma sicu­ra­men­te un lavo­ro inno­va­ti­vo, spe­ri­men­ta­le in mol­to, che sti­mo­la e sti­mo­le­rà moltissimo.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.


Pieces of a Woman (Kornél Mundruczó)

Pieces of a Woman (Kornél Mundruczó)

Tra i film miglio­ri dell’anno non può man­ca­re quel­lo snob­ba­to dal pub­bli­co e da mez­za cri­ti­ca: Pie­ces of a Woman, alla regia Kor­nél Mun­druc­zó e alla sce­neg­gia­tu­ra Kata Wéber. Il pro­ble­ma del­la pel­li­co­la è il fat­to di esse­re una di quel­le che non ha mai visto la sala: da una par­te per via del­la part­ner­ship con Net­flix, dall’altra per­ché è usci­to a gen­na­io, perio­do anco­ra da zona ros­sa e chiu­su­ra tota­le dei cine­ma. Ine­vi­ta­bil­men­te Pie­ces of a Woman diven­ta uno di quei film igno­ra­ti e pur­trop­po visto da pochi, al con­tra­rio sia­mo di fron­te a una del­le cin­que miglio­ri pel­li­co­le dell’anno.

Segue la sto­ria di Mar­tha (Vanes­sa Kir­by), la qua­le per­de il figlio appe­na nato a segui­to di un par­to in casa fini­to male; Mar­tha si tro­va così ad affron­ta­re il dolo­re del lut­to iner­me, sola e sen­za appi­gli cui aggrap­par­si. Pie­ces of a Woman è quin­di la rina­sci­ta e attra­ver­sa­men­to del lut­to: una fase che tut­ti vivo­no o vivran­no, in cui il viag­gio cata­stro­fi­co dell’accettazione vie­ne nar­ra­to da Mun­druc­zó con gran­de matu­ri­tà anche arti­sti­ca. “Pie­ces of a Woman” non sono infat­ti solo i pez­zi da ricom­por­re di una don­na distrut­ta, ma ben­sì l’intera socia­li­tà del­la cit­tà in cui vive, del mari­to (Shia LaBeouf) e tut­ti i paren­ti: un com­ples­so orga­ni­smo che gira intor­no all’anima spez­za­ta, da cui rina­sce l’ottimistica spe­ran­za per il futu­ro. A vin­ce­re c’è sem­pre il dive­ni­re e mai il pas­sa­to: la don­na che riac­qui­sta fidu­cia in sé stes­sa, pon­ti che ven­go­no costrui­ti, il tem­po che scor­re ine­so­ra­bi­le per tut­ti, e come man­tra la pre­sa di coscien­za che tut­to ciò che acca­de ha un suo cor­so, ma non una motivazione.

Recen­sio­ne di Andrea Marcianò.


Promising Young Woman (Emerald Fennell)

Promising Young Woman (Emerald Fennell)

Ecce­zio­nal­men­te accol­to da cri­ti­ca e pub­bli­co, Pro­mi­sing Young Woman (Una don­na pro­met­ten­te) rie­sce a com­bi­na­re i gene­ri thril­ler e dram­ma­ti­co per resti­tui­re un coin­vol­gen­te sguar­do sul tema del­la vio­len­za di gene­re. Con una sce­neg­gia­tu­ra che le è val­so l’Oscar, Eme­rald Fen­nell ha infat­ti sapu­to tra­spor­re su scher­mo le con­se­guen­ze emo­ti­ve di tale vio­len­za, ma anche pre­sen­ta­re e demo­li­re i feno­me­ni che vi gra­vi­ta­no attor­no, qua­li la col­pe­vo­liz­za­zio­ne del­la vit­ti­ma o l’innocenza degli spet­ta­to­ri “iner­mi”. Tali ele­men­ti affio­ra­no sen­za for­za­tu­re da una tra­ma costrui­ta su cam­bi di dire­zio­ne che ingan­na­no e, ine­vi­ta­bil­men­te, coin­vol­go­no lo spet­ta­to­re. Dap­pri­ma con­vin­to di assi­ste­re alla disce­sa nel­la fol­lia del­la pro­ta­go­ni­sta Cas­sie (una cama­leon­ti­ca Carey Mul­li­gan), que­sti si accor­ge infat­ti di par­te­ci­pa­re inve­ce al suo luci­do pia­no di ven­det­ta, o for­se sareb­be meglio dire di giustizia.

Lad­do­ve le inver­sio­ni del­la tra­ma con­fon­do­no volu­ta­men­te dan­do vita al caos, la regia costrui­sce un inte­res­san­te con­tra­sto intro­du­cen­do inqua­dra­tu­re sim­me­tri­che e pri­mi pia­ni pres­so­ché immo­bi­li che offro­no atti­mi di un’intensità stra­zian­te e den­sa di signi­fi­ca­to. Ogni par­ti­co­la­re è, infat­ti, cura­to nei mini­mi det­ta­gli per sug­ge­ri­re chia­vi inter­pre­ta­ti­ve allo spet­ta­to­re pron­to a coglier­le. Basti pen­sa­re a un pri­mo pia­no in cui la pro­ta­go­ni­sta si sta­glia con­tro un muro bian­co, a cir­con­dar­le il vol­to un’aureola ange­li­ca costi­tui­ta in real­tà dal­la deco­ra­zio­ne a stuc­co del­la pare­te alle sue spal­le. Tale cura ricor­re poi nel­la scel­ta del­la colon­na sono­ra, dove le paro­le dei bra­ni non fan­no che ampli­fi­ca­re il signi­fi­ca­to del­le sce­ne. Ne è esem­pio la scel­ta di inclu­de­re Angel of the Mor­ning che, sovrap­po­sta alle ulti­me inqua­dra­tu­re, sem­bra into­na­re un inno a Cas­sie; segue poi Last Lau­gh di Flet­cher che accom­pa­gna i tito­li di coda, rie­cheg­gian­do così l’amara risa­ta fina­le del­la protagonista.

Recen­sio­ne di Ros­sa­na Merli.


Drive My Car (Ryusuke Hamaguchi)

Drive My Car (Ryusuke Hamaguchi)

Ryu­su­ke Hama­gu­chi è uno di quei regi­sti che sa usa­re il cine­ma come mez­zo d’espressione cru­do e puro, e que­sto Dri­ve My Car ne è la pro­va esem­pla­re. Il film è pro­ba­bil­men­te il più inti­mi­sta, in cui Hama­gu­chi divi­de la vita del pro­ta­go­ni­sta in due sto­rie, fram­men­ta­te nel­le tre ore di dura­ta del­la pel­li­co­la. Pri­ma fra tut­ti la tra­ma prin­ci­pa­le: l’autore, regi­sta e atto­re tea­tra­le Yusu­ke Kafu­ku (Hide­to­shi Nishi­ji­ma) è in tota­le cri­si dopo la per­di­ta pre­ma­tu­ra del­la figlia e suc­ces­si­va­men­te del­la com­pa­gna, e col­le­ga, Oto Kafu­ku (Rei­ka Kiri­shi­ma) e l’arrivo di una nuo­va occa­sio­ne lavo­ra­ti­va a Hiro­shi­ma sfo­ce­rà nel­la rifles­sio­ne e cri­si arti­sti­ca del già spos­sa­to Yusu­ke. Il regi­sta è così atten­to a por­re in pri­mo pia­no la que­stio­ne dell’ispirazione, che per il pro­ta­go­ni­sta vie­ne soprat­tut­to dal­la moglie, dell’identità in quan­to arti­sta e in quan­to uomo (tema nip­po­ni­co mol­to più sen­ti­to che in Occi­den­te). La moglie lascia un vuo­to intra­mon­ta­bi­le, non dal pun­to di vista amo­ro­so, ben­sì da quel­lo del tea­tran­te: dopo la sua dipar­ti­ta il pal­co­sce­ni­co diven­ta un luo­go trau­ma­ti­co, un tabù dell’insufficienza che Yusu­ke vede in sé stes­so. L’arte che, come dà la vita, la toglie.

La secon­da sto­ria è quel­la nar­ra­ta tra­mi­te la gio­va­ne auti­sta Misa­ki (Toko Miu­ra), deus ex machi­na dell’intero rac­con­to e coe­ta­nea del­la figlia per­du­ta dal pro­ta­go­ni­sta anni pri­ma. Misa­ki è let­te­ral­men­te la spal­la su cui Yusu­ke non ha mai potu­to pian­ge­re o con­so­lar­si, è la figlia per­du­ta per eccel­len­za. I viag­gi in auto con lei fun­zio­na­no da muse ispi­ra­tri­ci ma oltre­mo­do come mez­zi per la rifles­sio­ne intro­spet­ti­va: è il col­lan­te tra la vita tor­men­ta­ta del tea­tro e quel­la altret­tan­to trau­ma­ti­ca dell’esistenza. Dri­ve My Car sfrut­ta quin­di il tea­tro, dove tut­to è incen­tra­to sul­la pre-pro­du­zio­ne del­lo Zio Van­ja di Čechov, ma sfrut­ta anche il cine­ma: da Taxi Dri­ver Taste of Cher­ry, pas­san­do ovvia­men­te per l’on the road  cari­co di esistenzialismo.

Recen­sio­ne di Andrea Marcianò.


Eternals (Chloé Zhao)

Eternals (Chloé Zhao)

Chloé Zhao fir­ma que­sto cine­co­mics dopo il plu­ri­pre­mia­to Nomand­land. In quest’opera la sua mano si sen­te, è pre­sen­te e rie­sce a crea­re qual­co­sa di ina­spet­ta­to, in cui il film non si distac­ca dal­la sua radi­ce Mar­vel, ma si distin­gue con­si­de­re­vol­men­te por­tan­do nume­ro­se novi­tà sia per il maxi uni­ver­so in sé ma soprat­tut­to per le scel­te nar­ra­ti­ve. Si nar­ra di un grup­po di supe­re­roi, gli Eter­ni, man­da­ti sul nostro pia­ne­ta miglia­ia di anni fa da Ari­shem, esse­re supe­rio­re in cui loro con­fi­da­no, per eli­mi­na­re i Devian­ti, poten­ti crea­tu­re che si nutro­no di vita intel­li­gen­te. Il grup­po rie­sce in que­sto com­pi­to, in seco­li rie­sce a vin­ce­re, tut­ta­via rima­ne sul­la Ter­ra, nes­su­no li richia­ma nel­lo spa­zio, non sapen­do il moti­vo e non poten­do fare altro ini­zia­no a vive­re tra gli esse­ri uma­ni, legan­do­si sem­pre di più a loro. 

Su que­sto lega­me e su quel­lo inter­no al super­grup­po si svi­lup­pa la pel­li­co­la: sono eter­ni que­sti indi­vi­dui, costret­ti a vede­re le atro­ci­tà del­la sto­ria uma­na non poten­do inter­ve­ni­re mai (la loro fidu­cia asso­lu­ta ver­so Ari­shem non glie­lo per­met­te), ci si chie­de allo­ra se il libe­ro arbi­trio sia da dover con­trol­la­re in qual­che modo, se è cor­ret­to dare all’uomo la cono­scen­za di alcu­ne tec­no­lo­gie; cen­tra­le è quin­di la rifles­sio­ne sugli ordi­ni, for­se la crea­tu­ra supe­rio­re potreb­be sba­gliar­si, for­se la stra­da sem­pre segui­ta non è quel­la giu­sta. Que­sti dub­bi met­to­no in cri­si il fol­to grup­po, ma il film rie­sce mol­to bene in un’impresa dif­fi­ci­le: pre­sen­ta un grup­po nume­ro­so, i cui com­po­nen­ti sono sco­no­sciu­ti al pub­bli­co, ma que­sti han­no comun­que tut­ti un loro spa­zio, ognu­no ha un qual­co­sa che lo ren­de ben distin­gui­bi­le e inte­res­san­te. Sono da cita­re le bel­lis­si­me sce­ne d’azione e le gran­di sequen­ze moz­za­fia­to in quel­la che potreb­be esse­re la nuo­va stra­da per­se­gui­ta dal MCU: affi­da­re gran­di pro­du­zio­ni a gran­di autori.

Recen­sio­ne di Luca Pacchiarini.

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