Il governo Johnson potrebbe essere giunto al capolinea

Il governo Johnson potrebbe essere giunto al capolinea

Tra cla­mo­ro­se scon­fit­te elet­to­ra­li, fal­li­men­ti nel­la gestio­ne dell’emergenza pan­de­mi­ca e il recen­te scan­da­lo dei par­ty che vio­la­va­no le misu­re restrit­ti­ve impo­ste dal suo stes­so gover­no un anno fa, la car­rie­ra poli­ti­ca del pri­mo mini­stro ingle­se Boris John­son sem­bra esse­re giun­ta sull’orlo di un pre­ci­pi­zio, tan­to che alcu­ni ana­li­sti affer­ma­no che il pros­si­mo pas­so fal­so potreb­be esse­re quel­lo che lo farà precipitare.

Indi­vi­dua­re un even­to spe­ci­fi­co che, più di altri, abbia segna­to l’inizio del­lo sta­to di cri­si in cui il gover­no John­son ver­sa oggi sareb­be dif­fi­ci­le e pro­ba­bil­men­te poco uti­le. Infat­ti, i vari scan­da­li sem­bra­no esser­si inne­sta­ti su un humus fat­to di pro­mes­se non man­te­nu­te e pro­gram­mi poco rea­li­sti­ci.

Per capire come siamo arrivati al punto in cui neanche i suoi alleati politici lo considerano un buon primo ministro è necessario ripercorrere i momenti più significativi di questi due anni e mezzo di “Johnsonismo”.

Boris John­son ver­rà sicu­ra­men­te ricor­da­to come il pri­mo mini­stro che è riu­sci­to a por­ta­re defi­ni­ti­va­men­te il Regno Uni­to fuo­ri dall’Unione Euro­pea; ma anche come colui che, in pri­ma bat­tu­ta, è sta­to in gra­do di attua­re una del­le più effi­ca­ci cam­pa­gne vac­ci­na­li. Impos­si­bi­le dimen­ti­ca­re l’ammirazione con cui gli ita­lia­ni guar­da­va­no alla velo­ci­tà del­le som­mi­ni­stra­zio­ni oltre­ma­ni­ca, una velo­ci­tà che per­mi­se agli ingle­si di tor­na­re a incon­trar­si in pub e loca­li anche sen­za dover indos­sa­re la mascherina.

L’estate del 2021, tut­ta­via, non è sta­ta che un bre­ve bar­lu­me di spe­ran­za acce­so­si tra un pri­ma fat­to di affer­ma­zio­ni infe­li­ci («mol­te fami­glie per­de­ran­no i pro­pri cari pri­ma del tem­po», dis­se John­son, ini­zial­men­te con­vin­to che adot­ta­re misu­re restrit­ti­ve sareb­be risul­ta­to controproducente)e un dopo carat­te­riz­za­to dall’attuazione di un “pia­no B” che, secon­do le sti­me, coste­rà al Regno Uni­to ben 18 miliar­di di ster­li­ne.

Si trat­ta di ammet­te­re che quest’estate, con l’allentamento del­le misu­re restrit­ti­ve, il gover­no non ha fat­to altro che dare fal­se spe­ran­ze ai cit­ta­di­ni, illu­den­do­li che l’emergenza fos­se ces­sa­ta e, dun­que, che len­ta­men­te si sareb­be tor­na­ti alla vita pre-pan­de­mia. Si pre­ve­de, infat­ti, la rein­tro­du­zio­ne dell’obbligo di indos­sa­re le masche­ri­ne, l’adozione di quel­lo che noi chia­me­rem­mo “green pass” e il ritor­no del­lo smart working. 

Anche sul fron­te del­la Bre­xit i nume­ri non sono affat­to ras­si­cu­ran­ti. Gli accor­di sti­pu­la­ti da John­son con Austra­lia e Giap­po­ne per sop­pe­ri­re all’inevitabile ridi­men­sio­na­men­to degli scam­bi com­mer­cia­li con i pae­si euro­pei non saran­no suf­fi­cien­ti a evi­ta­re una con­tra­zio­ne del PIL pari a cir­ca il 4%. Que­sto anche per l’assenza di accor­di con gli Sta­ti Uni­ti e con la Cina, la cui sti­pu­la­zio­ne era tra le pro­mes­se elet­to­ra­li del pri­mo ministro. 

Insom­ma, men­tre lo sce­na­rio imma­gi­na­to da John­son pre­ve­de­va la rea­liz­za­zio­ne del­la “Glo­bal Bri­tain”, ossia la “restau­ra­zio­ne del­la poten­za com­mer­cia­le bri­tan­ni­ca sul pia­no mon­dia­le”, la real­tà sem­bra anda­re nel­la dire­zio­ne oppo­sta. Tan­to che, secon­do quan­to dichia­ra­to dal pre­si­den­te dell’Ufficio per la respon­sa­bi­li­tà di bilan­cio Richard Hughes, «nel lun­go ter­mi­ne l’impatto del­la Bre­xit sull’economia sarà più dan­no­so di quel­lo del­la pan­de­mia».

Un’altra con­se­guen­za del­la Bre­xit è sta­ta la caren­za di auto­tra­spor­ta­to­ri, da cui è nata una cri­si logi­sti­ca sen­za pre­ce­den­ti. Mol­ti ricor­de­ran­no i disa­gi cau­sa­ti dal­le lun­ghe file ai distri­bu­to­ri di ben­zi­na, chiu­si per man­can­za di carburante. 

Bre­xit e gestio­ne dell’emergenza covid a par­te, John­son sem­bra aver fal­li­to anche sul fron­te del rin­no­va­men­to del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne. L’idea era sta­ta annun­cia­ta dal suo stret­to col­la­bo­ra­to­re Domi­nic Cum­mings e pre­ve­de­va l’assunzione di «gen­te biz­zar­ra, arti­sti, per­so­ne che non sono mai anda­te all’università e han­no lot­ta­to per veni­re fuo­ri da un postac­cio», per tra­sfor­ma­re radi­cal­men­te l’apparato buro­cra­ti­co bri­tan­ni­co. La scon­fit­ta di que­sto approc­cio è diven­ta­ta evi­den­te in segui­to alle dimis­sio­ni di Cum­mings, che ne era il prin­ci­pa­le promotore. 

I vari scandali che hanno segnato questi due anni e mezzo di mandato non fanno altro che completare il quadro desolante fin qui emerso. 

Risal­go­no a un anno fa le dimis­sio­ni del mini­stro Owen Pater­son, accu­sa­to di aver vio­la­to il rego­la­men­to par­la­men­ta­re sull’attività di lob­by, agen­do in pie­no con­flit­to di inte­res­si; e sol­tan­to die­ci gior­ni fa si è dimes­so il capo nego­zia­to­re per la Bre­xit David Fro­st, il qua­le ha dichia­ra­to di esse­re pre­oc­cu­pa­to «per l’attuale dire­zio­ne di mar­cia» del governo. 

John­son ver­rà ricor­da­to anche per aver impo­sto il più signi­fi­ca­ti­vo aumen­to del­le tas­se da 20 anni a que­sta par­te, fina­liz­za­to a fron­teg­gia­re le cre­scen­ti spe­se sul fron­te del­la salu­te pub­bli­ca. Non sono man­ca­te, inol­tre, le scon­fit­te elet­to­ra­li: il 17 dicem­bre i con­ser­va­to­ri han­no per­so nel­la sto­ri­ca roc­ca­for­te di North Shrop­shi­re, in cui gover­na­va­no da qua­si due­cen­to anni.

Infi­ne, la cri­si più acu­ta che il gover­no John­son ha dovu­to affron­ta­re fino­ra è quel­la lega­ta all’approvazione del sopra­ci­ta­to pia­no B, vol­to a con­tra­sta­re la varian­te Omi­cron. La ribel­lio­ne di 99 depu­ta­ti con­ser­va­to­ri ha, infat­ti, reso neces­sa­rio il soste­gno dei labou­ri­sti, chia­ro segna­le del fat­to che John­son non con­trol­la più il suo partito. 

Se è vero che il suo gover­no ha dovu­to affron­ta­re una sfi­da sen­za pre­ce­den­ti, dun­que, è altre­sì vero che, se vuo­le por­ta­re a ter­mi­ne il suo man­da­to, il pri­mo mini­stro ingle­se deve augu­rar­si che il 2022 non abbia in ser­bo per lui cat­ti­ve sorprese. 

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Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

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