Del: 30 Dicembre 2021 Di: Erica Ravarelli Commenti: 0
Il governo Johnson potrebbe essere giunto al capolinea

Tra clamorose sconfitte elettorali, fallimenti nella gestione dell’emergenza pandemica e il recente scandalo dei party che violavano le misure restrittive imposte dal suo stesso governo un anno fa, la carriera politica del primo ministro inglese Boris Johnson sembra essere giunta sull’orlo di un precipizio, tanto che alcuni analisti affermano che il prossimo passo falso potrebbe essere quello che lo farà precipitare.

Individuare un evento specifico che, più di altri, abbia segnato l’inizio dello stato di crisi in cui il governo Johnson versa oggi sarebbe difficile e probabilmente poco utile. Infatti, i vari scandali sembrano essersi innestati su un humus fatto di promesse non mantenute e programmi poco realistici.

Per capire come siamo arrivati al punto in cui neanche i suoi alleati politici lo considerano un buon primo ministro è necessario ripercorrere i momenti più significativi di questi due anni e mezzo di “Johnsonismo”.

Boris Johnson verrà sicuramente ricordato come il primo ministro che è riuscito a portare definitivamente il Regno Unito fuori dall’Unione Europea; ma anche come colui che, in prima battuta, è stato in grado di attuare una delle più efficaci campagne vaccinali. Impossibile dimenticare l’ammirazione con cui gli italiani guardavano alla velocità delle somministrazioni oltremanica, una velocità che permise agli inglesi di tornare a incontrarsi in pub e locali anche senza dover indossare la mascherina.

L’estate del 2021, tuttavia, non è stata che un breve barlume di speranza accesosi tra un prima fatto di affermazioni infelici («molte famiglie perderanno i propri cari prima del tempo», disse Johnson, inizialmente convinto che adottare misure restrittive sarebbe risultato controproducente)e un dopo caratterizzato dall’attuazione di un “piano B” che, secondo le stime, costerà al Regno Unito ben 18 miliardi di sterline.

Si tratta di ammettere che quest’estate, con l’allentamento delle misure restrittive, il governo non ha fatto altro che dare false speranze ai cittadini, illudendoli che l’emergenza fosse cessata e, dunque, che lentamente si sarebbe tornati alla vita pre-pandemia. Si prevede, infatti, la reintroduzione dell’obbligo di indossare le mascherine, l’adozione di quello che noi chiameremmo “green pass” e il ritorno dello smart working.

Anche sul fronte della Brexit i numeri non sono affatto rassicuranti. Gli accordi stipulati da Johnson con Australia e Giappone per sopperire all’inevitabile ridimensionamento degli scambi commerciali con i paesi europei non saranno sufficienti a evitare una contrazione del PIL pari a circa il 4%. Questo anche per l’assenza di accordi con gli Stati Uniti e con la Cina, la cui stipulazione era tra le promesse elettorali del primo ministro.

Insomma, mentre lo scenario immaginato da Johnson prevedeva la realizzazione della “Global Britain”, ossia la “restaurazione della potenza commerciale britannica sul piano mondiale”, la realtà sembra andare nella direzione opposta. Tanto che, secondo quanto dichiarato dal presidente dell’Ufficio per la responsabilità di bilancio Richard Hughes, «nel lungo termine l’impatto della Brexit sull’economia sarà più dannoso di quello della pandemia».

Un’altra conseguenza della Brexit è stata la carenza di autotrasportatori, da cui è nata una crisi logistica senza precedenti. Molti ricorderanno i disagi causati dalle lunghe file ai distributori di benzina, chiusi per mancanza di carburante.

Brexit e gestione dell’emergenza covid a parte, Johnson sembra aver fallito anche sul fronte del rinnovamento della pubblica amministrazione. L’idea era stata annunciata dal suo stretto collaboratore Dominic Cummings e prevedeva l’assunzione di «gente bizzarra, artisti, persone che non sono mai andate all’università e hanno lottato per venire fuori da un postaccio», per trasformare radicalmente l’apparato burocratico britannico. La sconfitta di questo approccio è diventata evidente in seguito alle dimissioni di Cummings, che ne era il principale promotore.

I vari scandali che hanno segnato questi due anni e mezzo di mandato non fanno altro che completare il quadro desolante fin qui emerso.

Risalgono a un anno fa le dimissioni del ministro Owen Paterson, accusato di aver violato il regolamento parlamentare sull’attività di lobby, agendo in pieno conflitto di interessi; e soltanto dieci giorni fa si è dimesso il capo negoziatore per la Brexit David Frost, il quale ha dichiarato di essere preoccupato «per l’attuale direzione di marcia» del governo.

Johnson verrà ricordato anche per aver imposto il più significativo aumento delle tasse da 20 anni a questa parte, finalizzato a fronteggiare le crescenti spese sul fronte della salute pubblica. Non sono mancate, inoltre, le sconfitte elettorali: il 17 dicembre i conservatori hanno perso nella storica roccaforte di North Shropshire, in cui governavano da quasi duecento anni.

Infine, la crisi più acuta che il governo Johnson ha dovuto affrontare finora è quella legata all’approvazione del sopracitato piano B, volto a contrastare la variante Omicron. La ribellione di 99 deputati conservatori ha, infatti, reso necessario il sostegno dei labouristi, chiaro segnale del fatto che Johnson non controlla più il suo partito.

Se è vero che il suo governo ha dovuto affrontare una sfida senza precedenti, dunque, è altresì vero che, se vuole portare a termine il suo mandato, il primo ministro inglese deve augurarsi che il 2022 non abbia in serbo per lui cattive sorprese.

Erica Ravarelli
Studio scienze politiche a Milano ma vengo da Ancona. Mi piace scrivere e bere tisane, non mi piacciono le semplificazioni e i pregiudizi. Ascolto tutti i pareri ma poi faccio di testa mia.

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