Le 10 serie tv più “vulcaniche” del 2021

Le 10 serie tv più "vulcaniche" del 2021

Anche questo lungo 2021 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista delle 10 serie tv più “vulcaniche” di quest’anno.


Nel pano­ra­ma mul­ti­me­dia­le e nell’infinità dei por­ta­li strea­ming, tro­va­re die­ci serie tv che pos­sa­no rias­su­me­re l’anno è sem­pre mol­to dif­fi­ci­le. Que­sto per­ché sono tan­te, mol­to spes­so lun­ghe, trop­pe vol­te scon­ta­te e fine a sé stes­se; a vol­te van­no avan­ti bene, altre vol­te male, a vol­te si inter­rom­po­no bru­sca­men­te e altre si dilun­ga­no malin­co­ni­ca­men­te. Ecco quel­le che noi di Vul­ca­no rite­nia­mo esse­re, in mez­zo a que­sto ocea­no, le più intri­gan­ti e inte­res­san­ti: mol­te sono cono­sciu­tis­si­me, altre sicu­ra­men­te meno. Con que­sta lista spe­ria­mo soprat­tut­to di far­vi sco­pri­re del­le chic­che che ame­re­te come le abbia­mo ama­te noi.

DISCLAIMER: que­sta non è una clas­si­fi­ca e l’ordine è quin­di casuale.


Stappare lungo i bordi (Zerocalcare)

Il suc­ces­so di un pro­dot­to non è sem­pre diret­ta­men­te pro­por­zio­na­le alla sua qua­li­tà. Non è que­sto il caso di Strap­pa­re lun­go i bor­di, serie ani­ma­ta del fumet­ti­sta roma­no Zero­cal­ca­re (Miche­le Rech), che, pro­dot­ta e distri­bui­ta da Net­flix, dopo pochi gior­ni si è aggiu­di­ca­ta il pri­mo posto in Ita­lia nel­la clas­si­fi­ca dei con­te­nu­ti più visti. 

La serie rac­con­ta di un viag­gio in tre­no ver­so una meta ini­zial­men­te sco­no­sciu­ta, aven­te come pro­ta­go­ni­sta Zero­cal­ca­re stes­so, accom­pa­gna­to dagli ami­ci Sara e Sec­co. Vicen­da con­ti­nua­men­te inter­rot­ta da un inar­re­sta­bi­le flus­so di pen­sie­ri e ricor­di, che impri­mo­no alla nar­ra­zio­ne un rit­mo con­ci­ta­to, coe­ren­te con le incer­tez­ze e i tur­ba­men­ti descritti. 

Al di là del­lo straor­di­na­rio lavo­ro di ani­ma­zio­ne, por­ta­to avan­ti dal­la casa di pro­du­zio­ne Movi­men­ti Pro­duc­tion, e del­la poten­za dei dia­lo­ghi (tut­ti i per­so­nag­gi, a ecce­zio­ne dell’ingombrante arma­dil­lo che rap­pre­sen­ta la coscien­za del pro­ta­go­ni­sta, sono inter­pre­ta­ti da Zero­cal­ca­re stes­so, raf­for­zan­do l’idea che egli si stia effet­ti­va­men­te con­fi­dan­do con il pub­bli­co), ad aver deter­mi­na­to il suc­ces­so di que­sta serie è sta­to pro­ba­bil­men­te il suo con­te­nu­to. Si trat­ta infat­ti del raccon­to pri­vo di fil­tri dell’interiorità del pro­ta­go­ni­sta, dei pre­giu­di­zi e degli ste­reo­ti­pi che trop­po spes­so non riu­scia­mo a strap­par­ci di dos­so, dell’angoscia che si pro­va dinan­zi ad un futu­ro incer­to; infi­ne, del­la dif­fi­col­tà di approc­ciar­si tan­to a situa­zio­ni del­la vita quo­ti­dia­na quan­to ad even­ti drammatici. 

Strap­pa­re lun­go i bor­di è pia­ciu­ta un po’ a tut­ti per­ché in gra­do di rap­pre­sen­ta­re fram­men­ti di quo­ti­dia­ni­tà fami­lia­ri non solo alla gene­ra­zio­ne di Miche­le Rech, ma anche alla nostra e per­si­no ai più gio­va­ni. È riu­sci­ta, insom­ma, a dare voce a quel timo­re che cia­scu­no di noi ha di abbas­sa­re lo sguar­do e tro­var­si dinan­zi un foglio strap­pa­to un po’ a casac­cio, al di fuo­ri dei bor­di trat­teg­gia­ti: e ha sapu­to ras­si­cu­rar­ci, facen­do­ci capi­re che va bene anche così. 

Recen­sio­ne di Ange­la Pere­go.


Wandavision (Jac Schaeffer)

Pri­ma espe­rien­za da pro­ta­go­ni­sta per il per­so­nag­gio inter­pre­ta­to da Eli­za­beth Olsen in una serie tv, Wan­da­vi­sion, che è un’esca­la­tion di miste­ri, sco­per­te e occul­to. Cos’è suc­ces­so a Wan­da dopo End­ga­me? Come sta viven­do la sua per­di­ta? Ma chi è Wan­da? Per qual­che ragio­ne l’o­pe­ra ini­zia come lo ste­reo­ti­po del­la sit­com ame­ri­ca­na anni ’50, con quel­le risa­te e il cli­ma bor­ghe­se ras­si­cu­ran­te; tut­ta­via, nume­ro­si det­ta­gli sem­bra­no usci­re da que­sto cosmo: per­so­ne che si com­por­ta­no in modo inna­tu­ra­le, ogget­ti che appa­io­no sen­za spie­ga­zio­ne, appa­ri­zio­ni inso­li­te. La tra­ma si evol­ve epi­so­dio per epi­so­dio ma non in modo linea­re, qual­co­sa o qual­cu­no sta costrin­gen­do i per­so­nag­gi a sup­por­ta­re que­sto eco­si­ste­ma, che dal ’50 muta col pro­ce­de­re del plot entran­do negli anni ’60, ’70, ’80 e così via. 

Le sfi­de che Wan­da Maxi­moff dovrà affron­ta­re per usci­re da que­sta visio­ne arti­fi­cia­le sono estre­ma­men­te alte, que­sta supe­re­roi­na è sem­pre costret­ta a con­fron­tar­si con la per­di­ta, il lut­to, i suoi sogni di una vita nor­ma­le non rie­sco­no ad esse­re rea­liz­za­ti nono­stan­te l’enorme poten­za dei suoi pote­ri, che però si rive­la­no dei limi­ti anch’essi.

Una pri­ma sta­gio­ne corag­gio­sa que­sta, auda­ce pas­so del MCU nel mon­do del pic­co­lo scher­mo, che por­ta una boc­ca­ta d’aria fre­sca in que­sto gigan­te­sco uni­ver­so gra­zie alle scel­te sti­li­sti­che e tema­ti­che. Par­ti­co­lar­men­te inte­res­san­te è il mon­tag­gio, muta in base all’episodio riu­scen­do a lascia­re un sot­to­fon­do di enig­mi che moti­va­no la con­ti­nua­zio­ne del­la serie, tali miste­ri ver­ran­no sve­la­ti solo negli ulti­mi epi­so­di. Nuo­ve sono le stra­de ora riper­cor­ri­bi­li da Scar­let, ragaz­za sem­pre più don­na che anco­ra non si cono­sce, non cono­sce i suoi limi­ti ma già li sta superando.

Recen­sio­ne di Luca Pac­chia­ri­ni.


Maid (Molly Smith Metzler)

Trat­ta dal bestsel­ler auto­bio­gra­fi­co di Ste­pha­nie Land, Maid è sta­ta un suc­ces­so fin dall’uscita sul­la piat­ta­for­ma Net­flix. Alex (Mar­ga­ret Qual­ley) è la gio­va­ne madre di Mad­dy, con la qua­le una not­te scap­pa improv­vi­sa­men­te da casa in segui­to a un ten­ta­ti­vo di vio­len­za da par­te del fidan­za­to Sean. Tra­mi­te i ser­vi­zi socia­li, vie­ne a cono­scen­za di un cen­tro anti­vio­len­za e le vie­ne data una pos­si­bi­li­tà di lavo­ro pres­so Value Maids (un’agenzia di don­ne del­le pulizie).

Nel cor­so del­la serie si osser­va Alex per­cor­re­re la stra­da che la por­te­rà ad eman­ci­par­si: lo spet­ta­to­re segue i suoi pen­sie­ri pas­so dopo pas­so, dal con­to dei sol­di dispo­ni­bi­li dopo ogni acqui­sto all’elaborazione del trau­ma vis­su­to. Il pri­mo gior­no di per­ma­nen­za nel cen­tro, Alex si chie­de se non stia ruban­do il posto a qual­cu­no che ne ha vera­men­te biso­gno, qual­cu­no che ha subi­to “una vera e pro­pria vio­len­za”. Le ser­vo­no alcu­ne pun­ta­te e nume­ro­si impre­vi­sti per ren­der­si con­to che la vio­len­za ha varie sfu­ma­tu­re (ad esem­pio, emo­ti­va, con­trol­lan­te). Attra­ver­so le figu­re di sua madre, Pau­la (una indi­men­ti­ca­bi­le Andie Mac­Do­well), e Regi­na (Ani­ka Noni Rose), capi­rà che dal­la vio­len­za di ogni gene­re si può solo scap­pa­re. Ma la lezio­ne più impor­tan­te è che, nono­stan­te la fati­ca, tor­na­re a sta­re bene è possibile.

I per­so­nag­gi di Alex e Pau­la, due fac­ce del­la stes­sa meda­glia, sono mol­to inno­va­ti­vi. Spes­so si par­la di don­ne vit­ti­me di vio­len­za limi­tan­do la loro espe­rien­za a quel­la del trau­ma in sé, pochi cono­sco­no le real­tà che si occu­pa­no di offri­re soste­gno e la fati­ca che com­por­ta rein­se­rir­si in socie­tà dopo aver per­so i con­tat­ti con la pro­pria iden­ti­tà. L’elemento più impor­tan­te che ci vie­ne mostra­to è l’aspetto cicli­co del­la vio­len­za, spes­so vis­su­ta da pic­co­li e ricer­ca­ta da adulti. 

Recen­sio­ne di Giu­lia Sco­la­ri.


Scene da un matrimonio (Hagai Levi)

Pre­sen­ta­to in ante­pri­ma al 78° Festi­val del cine­ma di Vene­zia e distri­bui­to subi­to dopo su Sky Atlan­tic, Sce­ne da un matri­mo­nio è l’adat­ta­men­to del ven­tu­ne­si­mo seco­lo dell’omonima serie tv che Ing­mar Berg­man ave­va crea­to nel 1973. Sho­w­run­ner del­la mini­se­rie è Hagai Levi, già cono­sciu­to per i suoi rema­ke ardi­ti (crea BeTi­pul e poi lo adat­ta per gli Sta­ti Uni­ti con In Treat­ment), il qua­le strut­tu­ra il suo pro­ta­go­ni­sta Jona­than (Oscar Isaacs) su una base qua­si auto­bio­gra­fi­ca: filo­so­fo, mari­to e padre di una figlia, Jona­than è un ex-ebreo orto­dos­so che si inna­mo­ra di Mira (Jes­si­ca Cha­stain), la qua­le lo tra­sci­ne­rà via dal­la fami­glia ultra-reli­gio­sa cam­bian­do­gli così la vita, ma for­se non è pro­prio quel­lo che Jona­than e Mira volevano. 

Già visto in Sto­ria di un matri­mo­nio di Noah Baum­bach, e in ver­sio­ne stuc­che­vo­le con Mal­colm & Marie di Sam Levin­son, il dram­ma fami­glia­re di cop­pia pul­sa ulte­rior­men­te e in for­ma estre­ma­men­te tra­gi­ca con Hagai Levi, il qua­le pre­fe­ri­sce tor­na­re alle ori­gi­ni Berg­ma­nia­ne por­tan­do una mini­se­rie final­men­te degna di Freud e Schopenhauer. 

La dif­fe­ren­za sta pro­prio nel­la pul­sio­ne nevro­ti­ca del­la cop­pia, in cui un lavo­ro ecce­zio­na­le lo si chie­de anche agli atto­ri in gio­co: in que­sto caso entram­bi gli ele­men­ti ci sono, e in più si aggiun­ge il meta-cine­ma come sim­bo­lo di fin­zio­ne. Tut­ta la nostra vita è uno show, o for­se è pro­prio quel­la di Jona­than e Mira che lo è, noi sia­mo solo spet­ta­to­ri: un po’ come fos­si­mo un Gran­de Fra­tel­lo abbia­mo osser­va­to per cin­que pun­ta­te la sto­ria fit­ti­zia di due atto­ri (tra i miglio­ri al momen­to), che ci han­no pro­vo­ca­to e invi­ta­to a osser­va­re la loro vita sem­pre di più. Come la si vuo­le met­te­re, Sce­ne da un matri­mo­nio è il pun­to di arri­vo di un cer­to intrat­te­ni­men­to dram­ma­ti­co che qui fun­zio­na egre­gia­men­te: con la cop­pia ci arrab­bia­mo, ci ecci­tia­mo, ci diver­tia­mo, par­te­ci­pia­mo al dram­ma emo­ti­va­men­te riflet­ten­do sul­la nostra real­tà privata.

Recen­sio­ne di Andrea Mar­cia­nò.


Only murders in the building (Steve Martin e John Hoffman)

Un ex atto­re di poli­zie­schi, una gio­va­ne miste­rio­sa e un pro­dut­to­re di tea­tro ormai deca­du­to s’incontrano in un ascen­so­re. Sem­bra l’inizio di una bar­zel­let­ta, ma in real­tà è una del­le sce­ne di aper­tu­ra di Only mur­ders in the buil­ding, serie che vede pro­ta­go­ni­sti Ste­ve Mar­tin, Sele­na Gomez e Mar­tin Short. Quan­do un omi­ci­dio scuo­te la rou­ti­ne del con­do­mi­nio in cui abi­ta­no, la pas­sio­ne con­di­vi­sa per i true cri­me pod­ca­st riu­ni­sce i pro­ta­go­ni­sti in un’impro­ba­bi­le squa­dra d’investigatori, dan­do avvio a inda­gi­ni tutt’altro che professionali. 

La for­za del­la serie risie­de quin­di nel saper misce­la­re i gene­ri: gial­lo, dram­ma e com­me­dia vi appar­ten­go­no in par­ti ugua­li. Alla tra­ma tut­ta poli­zie­sca, infat­ti, si aggiun­go­no pic­co­le paren­te­si d’introspezione, tenu­te insie­me da una comi­ci­tà che si fon­da, oltre che sul­la tra­ma, sul con­tra­sto tra i tre pro­ta­go­ni­sti. Que­sto gio­ca sul­la dif­fe­ren­za gene­ra­zio­na­le tra Char­les, Mabel e Oli­ver, ma anche e soprat­tut­to sul­la diver­si­tà del­le loro per­so­na­li­tà e di con­se­guen­za dei loro meto­di d’indagine. Così il cini­smo di Char­les, la fer­mez­za di Mabel e infi­ne l’eccentricità di Oli­ver for­gia­no la nar­ra­zio­ne stes­sa degli epi­so­di che, affi­da­ta alter­na­ti­va­men­te alle voci di mol­te­pli­ci per­so­nag­gi, ci per­met­te anche di appro­fon­dir­ne le sto­rie personali. 

Di par­ti­co­la­re effet­to sono le tran­si­zio­ni tra i ricor­di dei per­so­nag­gi e gli even­ti rea­li, che van­no a deli­nea­re una sto­ria che si rimo­del­la di con­ti­nuo sul­le loro ipo­te­si e sco­per­te che, in manie­ra mol­to cre­di­bi­le, san­no risul­ta­re anche fal­la­ci. Basti pen­sa­re che uno dei prin­ci­pa­li sospet­ta­ti fra i vari con­do­mi­ni altri non è che la «super­star musi­ca­le» Sting, che fa un pic­co­lo cameo accan­to ad attri­ci qua­li Tina Fey e Jane Lynch. Appro­va­ta per una secon­da sta­gio­ne, la serie è riu­sci­ta a chiu­der­si su un per­fet­to clif­f­han­ger e non resta che atten­der­ne impa­zien­te­men­te gli sviluppi.

Recen­sio­ne di Ros­sa­na Mer­li.


Squid Game (Hwang Dong-hyuk)

Net­flix col­pi­sce anco­ra. La nota piat­ta­for­ma strea­ming quest’anno ha sfor­na­to i suoi soli­ti cen­to (o for­se più) pro­dot­ti ori­gi­na­li, e non a caso cin­que del­le die­ci serie tv pre­sen­ti in que­sta lista sono dispo­ni­bi­li pro­prio su Net­flix (e quat­tro di esse sono diret­ta­men­te pro­dot­te). Una inve­ce è quel­la che ha bril­la­to di più rispet­to alle altre, diven­tan­do un feno­me­no glo­ba­le, fat­to cui Net­flix è abi­tua­ta (vedi La Casa di Car­ta, Stran­ger Things etc.): Squid Game, crea­ta da Hwang Dong-hyuk, è dive­nu­ta infat­ti la serie tv più vista sul web in poco tem­po; come è dif­fi­ci­le tro­va­re chi non abbia mai visto Il Signo­re degli Anel­li, è dif­fi­ci­le tro­va­re chi non abbia mai visto Squid Game.

Come mai? L’audio­vi­si­vo corea­no, e in par­ti­co­la­re il suo cine­ma, ha cono­sciu­to negli ulti­mi trent’anni un deci­so avan­za­men­to anche qua­li­ta­ti­vo, si pen­si banal­men­te al cine­ma di Bong Joon-ho. Ciò ha ste­so il tap­pe­to a parec­chi pro­get­ti, tra cui Squid Game, in lavo­ra­zio­ne da mol­to tem­po ormai (la sce­neg­gia­tu­ra è sta­ta scrit­ta più di die­ci anni fa) che vede la luce pro­prio gra­zie ai pro­dut­to­ri di Net­flix. Che ci abbia­no visto giu­sto è quin­di una cosa con­cla­ma­ta, ma è nel­la sua evo­lu­zio­ne che il pro­get­to assu­me trat­ti mol­to vici­ni alla gran­de N: le que­stio­ni socia­li, le scel­te dif­fi­ci­li (gio­ca­re o non gio­ca­re), l’eti­ci­tà dei per­so­nag­gi, la loro for­za e allo stes­so tem­po il fat­to di appar­te­ne­re a un siste­ma cor­rot­to (gio­ca­re è l’unica via che la socie­tà pone loro per vive­re nel mon­do); sono tut­ti temi che han­no con­qui­sta­to il pub­bli­co e che pro­cla­ma­no Squid Game come quel­la serie tv che ha indi­riz­za­to il gusto e le influen­ze degli auto­ri futu­ri. È dun­que impos­si­bi­le non inse­ri­re Squid Game nel­la lista del­le serie tv più impor­tan­ti dell’anno.

Recen­sio­ne di Andrea Mar­cia­nò.


The Underground Railroad (Barry Jenkins)

Trat­to dal roman­zo di Col­son Whi­te­head, La Fer­ro­via Sot­ter­ra­nea, tito­lo ita­lia­no di The Under­ground Rail­road, è la sto­ria di come il raz­zi­smo sia siste­ma­ti­co, ovve­ro sia pre­sen­te ovun­que tu vada e in mol­te­pli­ci for­me. Sta­ti Uni­ti, fine ‘800: la gio­va­ne Cora scap­pa dal­la pian­ta­gio­ne di coto­ne dove è schia­va, vie­ne a cono­scen­za di una gal­le­ria sot­ter­ra­nea che gra­zie a un tre­no perio­di­co rac­co­glie gli altri fug­gi­ti­vi dai vari Sta­ti. In un tur­bo­len­to fug­gi-fug­gi Cora bat­te ogni luo­go dell’America raz­zi­sta e segre­ga­tri­ce; e pro­prio dove l’accoglienza sem­bra mag­gio­re, para­dos­sal­men­te, il peri­co­lo è più intri­ca­to, più siste­ma­ti­co, incoe­ren­te e radi­ca­to nel­le isti­tu­zio­ni bian­che. Cora scap­pa ma per­ché non può fare altro, e nel frat­tem­po sco­pre gli Sta­ti Uni­ti pro­fon­da­men­te divi­si in due: in super­fi­cie l’ideologia puri­sta bian­ca e nel sot­to­suo­lo la vera Nazio­ne, quel­la pul­san­te e costrut­tri­ce di fer­ro­vie, con­nes­sio­ni cul­tu­ra­li, pon­ti socia­li di inte­gra­zio­ne cul­tu­ra­le, che però rima­ne sem­pre sottesa.

Se infat­ti sono mol­te le ope­re cine­ma­to­gra­fi­che che voglio­no pre­sen­ta­re i bian­chi come cat­ti­vi e i neri come buo­ni e vit­ti­me del­la xeno­fo­bia più radi­ca­ta, al con­tra­rio The Under­ground Rail­road met­te in luce le evi­den­ti con­trad­di­zio­ni del­la socie­tà bor­ghe­se, dove anche i neri sono com­pli­ci stes­si del pro­prio male. Que­sto non per sot­to­li­nea­re la giu­sti­fi­ca­zio­ne più inso­len­te che si pos­sa affer­ma­re in que­sti casi, ovve­ro di “non fare di tut­ta l’erba un fascio”, ben­sì per riflet­te­re sul peri­co­lo­so ger­me del­la bor­ghe­sia bian­ca, e di come infet­ti chiun­que, neri compresi. 

The Under­ground Rail­road è una cer­tez­za fat­ta a serie tv, sia dal pun­to di vista del­la sce­neg­gia­tu­ra sia da quel­lo del com­par­to tec­ni­co, il qua­le è pra­ti­ca­men­te inat­tac­ca­bi­le. Bar­ry Jen­kins tra­spo­ne un roman­zo già mol­to discus­so, facen­do discu­te­re anco­ra mag­gior­men­te gra­zie alle que­stio­ni su cui la bar­ba­rie bian­ca si nascon­de e cir­ca chi col­pi­sce, sia bian­chi sia neri.

Recen­sio­ne di Andrea Mar­cia­nò.


Ted Lasso (Bill Lawrence Jason Sudeikis)

Arri­va­ta attual­men­te alla sua secon­da sta­gio­ne, ma già con­fer­ma­ta per alme­no una ter­za, Ted Las­so si è fat­ta cono­sce­re prin­ci­pal­men­te quest’anno per via del­la pro­li­fe­ra­zio­ne a livel­lo mon­dia­le di Apple Tv+, la nuo­va fiam­man­te piat­ta­for­ma del­la mela. Pre­sen­ta­ta in Ita­lia quest’anno, Apple Tv+ vuo­le emu­la­re lo stes­so prin­ci­pio del­la cate­go­ria Star di Disney+: lan­cia­re sul mer­ca­to nuo­ve pro­du­zio­ni seria­li inno­va­ti­ve che sia­no con­cor­ren­zia­li alle major come Net­flix o HBO. Una di que­ste è pro­prio Ted Las­so, già con quat­tro can­di­da­tu­re ai pros­si­mi Gol­den Glo­bes in mano e dal pro­fi­lo irri­ve­ren­te, sfre­na­to e soprat­tut­to originale.

Ted Las­so (Jason Sudei­kis) è un alle­na­to­re di cal­cio incom­pe­ten­te, al foot­ball bri­tan­ni­co pre­fe­ri­sce quel­lo ame­ri­ca­no, ed è chia­ma­to nel Regno Uni­to per alle­na­re l’altrettanto fal­li­men­ta­re socie­tà cal­ci­sti­ca Rich­mond AFC. Come­dy fre­sca, basa­ta sul per­so­nag­gio che Sudei­kis ha stu­dia­to ini­zial­men­te per uno spot del net­work NBC Sports, mischia la paro­dia cal­ci­sti­ca, mira­ta a sot­to­li­nea­re le con­trad­di­zio­ni, debo­lez­ze e sen­ti­men­ti, die­tro i pro­ta­go­ni­sti di una squa­dra di cal­cio pro­fes­sio­ni­sti­ca, con un vela­to melò che fun­zio­na da altra fac­cia del­la meda­glia di un siste­ma ago­ni­sti­co dif­fi­ci­le, a trat­ti oppri­men­te. I per­so­nag­gi di Ted Las­so sono vari, si va dal novel­lo Ronal­do in cri­si, cari­co di respon­sa­bi­li­tà per l’alto livel­lo di aspet­ta­ti­va che la gen­te ha su di lui, fino alla mana­ger del­la socie­tà fin trop­po lega­ta a un pas­sa­to recen­te di depressione. 

Ted è lì per tut­ti: li aiu­ti, li sti­mo­la, e più che alle­nar­li a cal­cio li aiu­ta a cre­sce­re nel bene e nel male; ma chi aiu­te­rà lui? A quest’ultima doman­da toc­ca rispon­de­re alla secon­da sta­gio­ne, i cui temi bril­la­no più del­la pri­ma, e il cre­scen­do del­la strut­tu­ra dei per­so­nag­gi e del­la tra­ma pro­met­te una ter­za sta­gio­ne ric­ca e sostanziosa.

Recen­sio­ne di Andrea Mar­cia­nò.


Midnight Mass (Mike Flanagan)

Dal regi­sta del delu­den­te Doc­tor Sleep, Mike Fla­na­gan, sbar­ca su Net­flix que­sta mini­se­rie al con­tra­rio entu­sia­sman­te e in gra­do di rein­ter­pre­ta­re l’horror reli­gio­so. Mid­night Mass, infat­ti, fa dell’ortodossia una set­ta che riflet­te sul­la nostra attua­li­tà e sui valo­ri del cre­do (di qual­sia­si reli­gio­ne). Trat­ta dal roman­zo di F. Paul Wil­son, la serie tv ha come sog­get­to un’isola sper­du­ta al lar­go del­le coste degli Sta­ti Uni­ti, Croc­kett Island, in cui vivo­no 127 per­so­ne (qua­si tut­ti pesca­to­ri). Una chie­sa, gui­da­ta dal nuo­vo sacre­sta­no Paul (Hamish Lin­kla­ter), una comu­ni­tà e pochi con­tat­ti con la ter­ra­fer­ma che si annul­la­no com­ple­ta­men­te se il meteo non collabora. 

Ecco la ricet­ta per un hor­ror per­fet­to, sem­bre­reb­be, ma in real­tà Fla­na­gan ingan­na fin da subi­to lo spet­ta­to­re por­tan­do un hor­ror ati­pi­co al gior­no d’oggi, fat­to di silen­zi e momen­ti appa­ren­te­men­te mor­ti. L’horror vero e pro­prio spun­ta fuo­ri a metà serie, pri­ma di allo­ra sono solo avvi­sa­glie che sem­bra­no usci­te dal­le cre­den­ze popo­la­ri degli abi­tan­ti dell’isola, piut­to­sto che fat­ti concreti. 

Ma nien­te è lascia­to al caso, anzi ogni det­ta­glio è cura­to alla per­fe­zio­ne, e anche a livel­lo tec­ni­co la serie non per­do­na: mischian­do il cine­ma arti­gia­na­le, fat­to di truc­co pro­spet­ti­co ed effet­ti spe­cia­li, con quel­lo con­tem­po­ra­neo, pie­no di cg e green screen, Mike Fla­na­gan diven­ta un auto­re mol­to più inte­res­san­te di quel­lo che ha dimo­stra­to fino­ra con la sua carriera.

Oltre a ciò, la sce­neg­gia­tu­ra scor­re velo­ce, i pro­ta­go­ni­sti si ribal­ta­no con col­pi di sce­na repen­ti­ni ma pon­de­ra­ti, non il soli­to hor­ror, quin­di, che non si accon­ten­ta dei jump­sca­res (i qua­li però non man­ca­no), ma nem­me­no uno spe­ri­men­ta­li­smo impe­gna­to: Mid­night Mass è una serie tv main­stream godi­bi­le per tut­ti che met­te in luce la poten­za del­la pro­pa­gan­da, il fer­vo­re del­la mas­sa e la con­se­guen­za del dila­ga­re del­le fake news. 127 pesca­to­ri ci mostra­no la fac­cia oscu­ra del­la socie­tà odier­na, quel­la del sov­ver­si­vi­smo, dell’odio ver­so il diver­so e, indi­ret­ta­men­te, del­la pro­pa­gan­da tra­sgres­si­va ed eversiva.

Recen­sio­ne di Andrea Mar­cia­nò.


Rick and morty, Stagione 5 (Justin Roiland e Dan Harmon)

La genia­li­tà di que­sta serie con­ti­nua imper­ter­ri­ta tra sper­ma, san­gue, vio­len­za e comi­ci­tà acu­tis­si­ma. Le avven­tu­re che coin­vol­go­no i per­so­nag­gi sono sopra le righe come solo que­sta serie sa fare, cio­no­no­stan­te la quin­ta sta­gio­ne rie­sce a inno­va­re anco­ra: i lega­mi tra i per­so­nag­gi, gli asti tra di loro, il loro pas­sa­to, ha tut­to una cen­tra­li­tà, con­ti­nuan­do in que­sto la stra­da ini­zia­ta dal­le due pre­ce­den­ti sta­gio­ni. Altra nota a favo­re di que­sta sta­gio­ne è la gran­de capa­ci­tà del­la sce­neg­gia­tu­ra di tene­re insie­me e con­ti­nua­re tut­te le tra­me pre­ce­den­te­men­te aper­te, sen­za buchi di tra­ma ma anzi por­tan­do a nuo­vi inte­res­san­tis­si­mi svi­lup­pi. In ogni epi­so­dio vi sono cita­zio­ni e rife­ri­men­ti più o meno sot­ti­li, anche ad altre serie e film, vec­chi per­so­nag­gi svi­sce­ra­ti in modo inno­va­ti­vo e nuo­vi che meri­te­reb­be­ro inte­re serie tv solo per loro. Tut­to ciò den­tro ad un’animazione di altis­si­mo livel­lo, dise­gni usci­ti diret­ta­men­te dal­la men­te di un fol­le con scel­te di regia che non sono mai bana­li, ogni ele­men­to del­la serie non fa altro che stu­pi­re. Da nota­re la sem­pre affa­sci­nan­te rot­tu­ra del­la quar­ta pare­te che, attra­ver­so il per­so­nag­gio di Rick, coin­vol­ge e pren­de anche in giro lo spet­ta­to­re con quel gusto del­la pro­vo­ca­zio­ne che un per­so­nag­gio come Rick ha nel­le vene. Lui è il moto­re del­la serie ma in que­sta sta­gio­ne non è solo, Mor­ty si pren­de più spa­zio del soli­to, dan­do pro­va di sé, sen­za mai met­te­re in ombra il non­no ma ricor­dan­do­gli sem­pre quan­to gli ser­va. L’Adult Swim si rive­la anco­ra la paz­za casa che è e que­sto suo figlio sta diven­tan­do sem­pre più grande. 

Recen­sio­ne di Luca Pac­chia­ri­ni.

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