Del: 28 Dicembre 2021 Di: Redazione Commenti: 0
Le 10 serie tv più "vulcaniche" del 2021

Anche questo lungo 2021 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista delle 10 serie tv più “vulcaniche” di quest’anno.


Nel panorama multimediale e nell’infinità dei portali streaming, trovare dieci serie tv che possano riassumere l’anno è sempre molto difficile. Questo perché sono tante, molto spesso lunghe, troppe volte scontate e fine a sé stesse; a volte vanno avanti bene, altre volte male, a volte si interrompono bruscamente e altre si dilungano malinconicamente. Ecco quelle che noi di Vulcano riteniamo essere, in mezzo a questo oceano, le più intriganti e interessanti: molte sono conosciutissime, altre sicuramente meno. Con questa lista speriamo soprattutto di farvi scoprire delle chicche che amerete come le abbiamo amate noi.

DISCLAIMER: questa non è una classifica e l’ordine è quindi casuale.


Stappare lungo i bordi (Zerocalcare)

Il successo di un prodotto non è sempre direttamente proporzionale alla sua qualità. Non è questo il caso di Strappare lungo i bordi, serie animata del fumettista romano Zerocalcare (Michele Rech), che, prodotta e distribuita da Netflix, dopo pochi giorni si è aggiudicata il primo posto in Italia nella classifica dei contenuti più visti.

La serie racconta di un viaggio in treno verso una meta inizialmente sconosciuta, avente come protagonista Zerocalcare stesso, accompagnato dagli amici Sara e Secco. Vicenda continuamente interrotta da un inarrestabile flusso di pensieri e ricordi, che imprimono alla narrazione un ritmo concitato, coerente con le incertezze e i turbamenti descritti.

Al di là dello straordinario lavoro di animazione, portato avanti dalla casa di produzione Movimenti Production, e della potenza dei dialoghi (tutti i personaggi, a eccezione dell’ingombrante armadillo che rappresenta la coscienza del protagonista, sono interpretati da Zerocalcare stesso, rafforzando l’idea che egli si stia effettivamente confidando con il pubblico), ad aver determinato il successo di questa serie è stato probabilmente il suo contenuto. Si tratta infatti del racconto privo di filtri dell’interiorità del protagonista, dei pregiudizi e degli stereotipi che troppo spesso non riusciamo a strapparci di dosso, dell’angoscia che si prova dinanzi ad un futuro incerto; infine, della difficoltà di approcciarsi tanto a situazioni della vita quotidiana quanto ad eventi drammatici.

Strappare lungo i bordi è piaciuta un po’ a tutti perché in grado di rappresentare frammenti di quotidianità familiari non solo alla generazione di Michele Rech, ma anche alla nostra e persino ai più giovani. È riuscita, insomma, a dare voce a quel timore che ciascuno di noi ha di abbassare lo sguardo e trovarsi dinanzi un foglio strappato un po’ a casaccio, al di fuori dei bordi tratteggiati: e ha saputo rassicurarci, facendoci capire che va bene anche così.

Recensione di Angela Perego.


Wandavision (Jac Schaeffer)

Prima esperienza da protagonista per il personaggio interpretato da Elizabeth Olsen in una serie tv, Wandavision, che è un’escalation di misteri, scoperte e occulto. Cos’è successo a Wanda dopo Endgame? Come sta vivendo la sua perdita? Ma chi è Wanda? Per qualche ragione l’opera inizia come lo stereotipo della sitcom americana anni ’50, con quelle risate e il clima borghese rassicurante; tuttavia, numerosi dettagli sembrano uscire da questo cosmo: persone che si comportano in modo innaturale, oggetti che appaiono senza spiegazione, apparizioni insolite. La trama si evolve episodio per episodio ma non in modo lineare, qualcosa o qualcuno sta costringendo i personaggi a supportare questo ecosistema, che dal ’50 muta col procedere del plot entrando negli anni ’60, ’70, ’80 e così via.

Le sfide che Wanda Maximoff dovrà affrontare per uscire da questa visione artificiale sono estremamente alte, questa supereroina è sempre costretta a confrontarsi con la perdita, il lutto, i suoi sogni di una vita normale non riescono ad essere realizzati nonostante l’enorme potenza dei suoi poteri, che però si rivelano dei limiti anch’essi.

Una prima stagione coraggiosa questa, audace passo del MCU nel mondo del piccolo schermo, che porta una boccata d’aria fresca in questo gigantesco universo grazie alle scelte stilistiche e tematiche. Particolarmente interessante è il montaggio, muta in base all’episodio riuscendo a lasciare un sottofondo di enigmi che motivano la continuazione della serie, tali misteri verranno svelati solo negli ultimi episodi. Nuove sono le strade ora ripercorribili da Scarlet, ragazza sempre più donna che ancora non si conosce, non conosce i suoi limiti ma già li sta superando.

Recensione di Luca Pacchiarini.


Maid (Molly Smith Metzler)

Tratta dal bestseller autobiografico di Stephanie Land, Maid è stata un successo fin dall’uscita sulla piattaforma Netflix. Alex (Margaret Qualley) è la giovane madre di Maddy, con la quale una notte scappa improvvisamente da casa in seguito a un tentativo di violenza da parte del fidanzato Sean. Tramite i servizi sociali, viene a conoscenza di un centro antiviolenza e le viene data una possibilità di lavoro presso Value Maids (un’agenzia di donne delle pulizie).

Nel corso della serie si osserva Alex percorrere la strada che la porterà ad emanciparsi: lo spettatore segue i suoi pensieri passo dopo passo, dal conto dei soldi disponibili dopo ogni acquisto all’elaborazione del trauma vissuto. Il primo giorno di permanenza nel centro, Alex si chiede se non stia rubando il posto a qualcuno che ne ha veramente bisogno, qualcuno che ha subito “una vera e propria violenza”. Le servono alcune puntate e numerosi imprevisti per rendersi conto che la violenza ha varie sfumature (ad esempio, emotiva, controllante). Attraverso le figure di sua madre, Paula (una indimenticabile Andie MacDowell), e Regina (Anika Noni Rose), capirà che dalla violenza di ogni genere si può solo scappare. Ma la lezione più importante è che, nonostante la fatica, tornare a stare bene è possibile.

I personaggi di Alex e Paula, due facce della stessa medaglia, sono molto innovativi. Spesso si parla di donne vittime di violenza limitando la loro esperienza a quella del trauma in sé, pochi conoscono le realtà che si occupano di offrire sostegno e la fatica che comporta reinserirsi in società dopo aver perso i contatti con la propria identità. L’elemento più importante che ci viene mostrato è l’aspetto ciclico della violenza, spesso vissuta da piccoli e ricercata da adulti.

Recensione di Giulia Scolari.


Scene da un matrimonio (Hagai Levi)

Presentato in anteprima al 78° Festival del cinema di Venezia e distribuito subito dopo su Sky Atlantic, Scene da un matrimonio è l’adattamento del ventunesimo secolo dell’omonima serie tv che Ingmar Bergman aveva creato nel 1973. Showrunner della miniserie è Hagai Levi, già conosciuto per i suoi remake arditi (crea BeTipul e poi lo adatta per gli Stati Uniti con In Treatment), il quale struttura il suo protagonista Jonathan (Oscar Isaacs) su una base quasi autobiografica: filosofo, marito e padre di una figlia, Jonathan è un ex-ebreo ortodosso che si innamora di Mira (Jessica Chastain), la quale lo trascinerà via dalla famiglia ultra-religiosa cambiandogli così la vita, ma forse non è proprio quello che Jonathan e Mira volevano.

Già visto in Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, e in versione stucchevole con Malcolm & Marie di Sam Levinson, il dramma famigliare di coppia pulsa ulteriormente e in forma estremamente tragica con Hagai Levi, il quale preferisce tornare alle origini Bergmaniane portando una miniserie finalmente degna di Freud e Schopenhauer.

La differenza sta proprio nella pulsione nevrotica della coppia, in cui un lavoro eccezionale lo si chiede anche agli attori in gioco: in questo caso entrambi gli elementi ci sono, e in più si aggiunge il meta-cinema come simbolo di finzione. Tutta la nostra vita è uno show, o forse è proprio quella di Jonathan e Mira che lo è, noi siamo solo spettatori: un po’ come fossimo un Grande Fratello abbiamo osservato per cinque puntate la storia fittizia di due attori (tra i migliori al momento), che ci hanno provocato e invitato a osservare la loro vita sempre di più. Come la si vuole mettere, Scene da un matrimonio è il punto di arrivo di un certo intrattenimento drammatico che qui funziona egregiamente: con la coppia ci arrabbiamo, ci eccitiamo, ci divertiamo, partecipiamo al dramma emotivamente riflettendo sulla nostra realtà privata.

Recensione di Andrea Marcianò.


Only murders in the building (Steve Martin e John Hoffman)

Un ex attore di polizieschi, una giovane misteriosa e un produttore di teatro ormai decaduto s’incontrano in un ascensore. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma in realtà è una delle scene di apertura di Only murders in the building, serie che vede protagonisti Steve Martin, Selena Gomez e Martin Short. Quando un omicidio scuote la routine del condominio in cui abitano, la passione condivisa per i true crime podcast riunisce i protagonisti in un’improbabile squadra d’investigatori, dando avvio a indagini tutt’altro che professionali.

La forza della serie risiede quindi nel saper miscelare i generi: giallo, dramma e commedia vi appartengono in parti uguali. Alla trama tutta poliziesca, infatti, si aggiungono piccole parentesi d’introspezione, tenute insieme da una comicità che si fonda, oltre che sulla trama, sul contrasto tra i tre protagonisti. Questo gioca sulla differenza generazionale tra Charles, Mabel e Oliver, ma anche e soprattutto sulla diversità delle loro personalità e di conseguenza dei loro metodi d’indagine. Così il cinismo di Charles, la fermezza di Mabel e infine l’eccentricità di Oliver forgiano la narrazione stessa degli episodi che, affidata alternativamente alle voci di molteplici personaggi, ci permette anche di approfondirne le storie personali.

Di particolare effetto sono le transizioni tra i ricordi dei personaggi e gli eventi reali, che vanno a delineare una storia che si rimodella di continuo sulle loro ipotesi e scoperte che, in maniera molto credibile, sanno risultare anche fallaci. Basti pensare che uno dei principali sospettati fra i vari condomini altri non è che la «superstar musicale» Sting, che fa un piccolo cameo accanto ad attrici quali Tina Fey e Jane Lynch. Approvata per una seconda stagione, la serie è riuscita a chiudersi su un perfetto cliffhanger e non resta che attenderne impazientemente gli sviluppi.

Recensione di Rossana Merli.


Squid Game (Hwang Dong-hyuk)

Netflix colpisce ancora. La nota piattaforma streaming quest’anno ha sfornato i suoi soliti cento (o forse più) prodotti originali, e non a caso cinque delle dieci serie tv presenti in questa lista sono disponibili proprio su Netflix (e quattro di esse sono direttamente prodotte). Una invece è quella che ha brillato di più rispetto alle altre, diventando un fenomeno globale, fatto cui Netflix è abituata (vedi La Casa di Carta, Stranger Things etc.): Squid Game, creata da Hwang Dong-hyuk, è divenuta infatti la serie tv più vista sul web in poco tempo; come è difficile trovare chi non abbia mai visto Il Signore degli Anelli, è difficile trovare chi non abbia mai visto Squid Game.

Come mai? L’audiovisivo coreano, e in particolare il suo cinema, ha conosciuto negli ultimi trent’anni un deciso avanzamento anche qualitativo, si pensi banalmente al cinema di Bong Joon-ho. Ciò ha steso il tappeto a parecchi progetti, tra cui Squid Game, in lavorazione da molto tempo ormai (la sceneggiatura è stata scritta più di dieci anni fa) che vede la luce proprio grazie ai produttori di Netflix. Che ci abbiano visto giusto è quindi una cosa conclamata, ma è nella sua evoluzione che il progetto assume tratti molto vicini alla grande N: le questioni sociali, le scelte difficili (giocare o non giocare), l’eticità dei personaggi, la loro forza e allo stesso tempo il fatto di appartenere a un sistema corrotto (giocare è l’unica via che la società pone loro per vivere nel mondo); sono tutti temi che hanno conquistato il pubblico e che proclamano Squid Game come quella serie tv che ha indirizzato il gusto e le influenze degli autori futuri. È dunque impossibile non inserire Squid Game nella lista delle serie tv più importanti dell’anno.

Recensione di Andrea Marcianò.


The Underground Railroad (Barry Jenkins)

Tratto dal romanzo di Colson Whitehead, La Ferrovia Sotterranea, titolo italiano di The Underground Railroad, è la storia di come il razzismo sia sistematico, ovvero sia presente ovunque tu vada e in molteplici forme. Stati Uniti, fine ‘800: la giovane Cora scappa dalla piantagione di cotone dove è schiava, viene a conoscenza di una galleria sotterranea che grazie a un treno periodico raccoglie gli altri fuggitivi dai vari Stati. In un turbolento fuggi-fuggi Cora batte ogni luogo dell’America razzista e segregatrice; e proprio dove l’accoglienza sembra maggiore, paradossalmente, il pericolo è più intricato, più sistematico, incoerente e radicato nelle istituzioni bianche. Cora scappa ma perché non può fare altro, e nel frattempo scopre gli Stati Uniti profondamente divisi in due: in superficie l’ideologia purista bianca e nel sottosuolo la vera Nazione, quella pulsante e costruttrice di ferrovie, connessioni culturali, ponti sociali di integrazione culturale, che però rimane sempre sottesa.

Se infatti sono molte le opere cinematografiche che vogliono presentare i bianchi come cattivi e i neri come buoni e vittime della xenofobia più radicata, al contrario The Underground Railroad mette in luce le evidenti contraddizioni della società borghese, dove anche i neri sono complici stessi del proprio male. Questo non per sottolineare la giustificazione più insolente che si possa affermare in questi casi, ovvero di “non fare di tutta l’erba un fascio”, bensì per riflettere sul pericoloso germe della borghesia bianca, e di come infetti chiunque, neri compresi.

The Underground Railroad è una certezza fatta a serie tv, sia dal punto di vista della sceneggiatura sia da quello del comparto tecnico, il quale è praticamente inattaccabile. Barry Jenkins traspone un romanzo già molto discusso, facendo discutere ancora maggiormente grazie alle questioni su cui la barbarie bianca si nasconde e circa chi colpisce, sia bianchi sia neri.

Recensione di Andrea Marcianò.


Ted Lasso (Bill Lawrence Jason Sudeikis)

Arrivata attualmente alla sua seconda stagione, ma già confermata per almeno una terza, Ted Lasso si è fatta conoscere principalmente quest’anno per via della proliferazione a livello mondiale di Apple Tv+, la nuova fiammante piattaforma della mela. Presentata in Italia quest’anno, Apple Tv+ vuole emulare lo stesso principio della categoria Star di Disney+: lanciare sul mercato nuove produzioni seriali innovative che siano concorrenziali alle major come Netflix o HBO. Una di queste è proprio Ted Lasso, già con quattro candidature ai prossimi Golden Globes in mano e dal profilo irriverente, sfrenato e soprattutto originale.

Ted Lasso (Jason Sudeikis) è un allenatore di calcio incompetente, al football britannico preferisce quello americano, ed è chiamato nel Regno Unito per allenare l’altrettanto fallimentare società calcistica Richmond AFC. Comedy fresca, basata sul personaggio che Sudeikis ha studiato inizialmente per uno spot del network NBC Sports, mischia la parodia calcistica, mirata a sottolineare le contraddizioni, debolezze e sentimenti, dietro i protagonisti di una squadra di calcio professionistica, con un velato melò che funziona da altra faccia della medaglia di un sistema agonistico difficile, a tratti opprimente. I personaggi di Ted Lasso sono vari, si va dal novello Ronaldo in crisi, carico di responsabilità per l’alto livello di aspettativa che la gente ha su di lui, fino alla manager della società fin troppo legata a un passato recente di depressione.

Ted è lì per tutti: li aiuti, li stimola, e più che allenarli a calcio li aiuta a crescere nel bene e nel male; ma chi aiuterà lui? A quest’ultima domanda tocca rispondere alla seconda stagione, i cui temi brillano più della prima, e il crescendo della struttura dei personaggi e della trama promette una terza stagione ricca e sostanziosa.

Recensione di Andrea Marcianò.


Midnight Mass (Mike Flanagan)

Dal regista del deludente Doctor Sleep, Mike Flanagan, sbarca su Netflix questa miniserie al contrario entusiasmante e in grado di reinterpretare l’horror religioso. Midnight Mass, infatti, fa dell’ortodossia una setta che riflette sulla nostra attualità e sui valori del credo (di qualsiasi religione). Tratta dal romanzo di F. Paul Wilson, la serie tv ha come soggetto un’isola sperduta al largo delle coste degli Stati Uniti, Crockett Island, in cui vivono 127 persone (quasi tutti pescatori). Una chiesa, guidata dal nuovo sacrestano Paul (Hamish Linklater), una comunità e pochi contatti con la terraferma che si annullano completamente se il meteo non collabora.

Ecco la ricetta per un horror perfetto, sembrerebbe, ma in realtà Flanagan inganna fin da subito lo spettatore portando un horror atipico al giorno d’oggi, fatto di silenzi e momenti apparentemente morti. L’horror vero e proprio spunta fuori a metà serie, prima di allora sono solo avvisaglie che sembrano uscite dalle credenze popolari degli abitanti dell’isola, piuttosto che fatti concreti.

Ma niente è lasciato al caso, anzi ogni dettaglio è curato alla perfezione, e anche a livello tecnico la serie non perdona: mischiando il cinema artigianale, fatto di trucco prospettico ed effetti speciali, con quello contemporaneo, pieno di cg e green screen, Mike Flanagan diventa un autore molto più interessante di quello che ha dimostrato finora con la sua carriera.

Oltre a ciò, la sceneggiatura scorre veloce, i protagonisti si ribaltano con colpi di scena repentini ma ponderati, non il solito horror, quindi, che non si accontenta dei jumpscares (i quali però non mancano), ma nemmeno uno sperimentalismo impegnato: Midnight Mass è una serie tv mainstream godibile per tutti che mette in luce la potenza della propaganda, il fervore della massa e la conseguenza del dilagare delle fake news. 127 pescatori ci mostrano la faccia oscura della società odierna, quella del sovversivismo, dell’odio verso il diverso e, indirettamente, della propaganda trasgressiva ed eversiva.

Recensione di Andrea Marcianò.


Rick and morty, Stagione 5 (Justin Roiland e Dan Harmon)

La genialità di questa serie continua imperterrita tra sperma, sangue, violenza e comicità acutissima. Le avventure che coinvolgono i personaggi sono sopra le righe come solo questa serie sa fare, ciononostante la quinta stagione riesce a innovare ancora: i legami tra i personaggi, gli asti tra di loro, il loro passato, ha tutto una centralità, continuando in questo la strada iniziata dalle due precedenti stagioni. Altra nota a favore di questa stagione è la grande capacità della sceneggiatura di tenere insieme e continuare tutte le trame precedentemente aperte, senza buchi di trama ma anzi portando a nuovi interessantissimi sviluppi. In ogni episodio vi sono citazioni e riferimenti più o meno sottili, anche ad altre serie e film, vecchi personaggi sviscerati in modo innovativo e nuovi che meriterebbero intere serie tv solo per loro. Tutto ciò dentro ad un’animazione di altissimo livello, disegni usciti direttamente dalla mente di un folle con scelte di regia che non sono mai banali, ogni elemento della serie non fa altro che stupire. Da notare la sempre affascinante rottura della quarta parete che, attraverso il personaggio di Rick, coinvolge e prende anche in giro lo spettatore con quel gusto della provocazione che un personaggio come Rick ha nelle vene. Lui è il motore della serie ma in questa stagione non è solo, Morty si prende più spazio del solito, dando prova di sé, senza mai mettere in ombra il nonno ma ricordandogli sempre quanto gli serva. L’Adult Swim si rivela ancora la pazza casa che è e questo suo figlio sta diventando sempre più grande.

Recensione di Luca Pacchiarini.

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