Lo straordinario incontro tra Olivetti, Grassi e Picasso

Lo straordinario incontro di Olivetti, Grassi e Picasso

Mila­no, fine anni ’50 e ini­zio dei ‘60, la cre­sci­ta eco­no­mi­ca è impe­ran­te e tra i gran­di in pri­ma linea vi è il pri­mo per­so­nag­gio di que­sta sto­ria, l’uomo che la rese pos­si­bi­le: Adria­no Oli­vet­ti. Impren­di­to­re, inge­gne­re, magna­te, mece­na­te e gran­de inno­va­to­re, è a capo del­la Oli­vet­ti, azien­da lea­der nel­la pro­du­zio­ne di mac­chi­ne da scri­ve­re, cal­co­la­tri­ci e nell’elettronica, fio­re all’occhiello del desi­gn e dell’eccellenza italiana.

Oli­vet­ti por­ta avan­ti una visio­ne di impre­sa del tut­to ori­gi­na­le, pen­sa che i suoi pro­get­ti indu­stria­li deb­ba­no basar­si sul prin­ci­pio che il pro­fit­to azien­da­le deve esse­re rein­ve­sti­to per la comu­ni­tà, sia essa azien­da­le, cit­ta­di­na o nazio­na­le, cre­den­do fer­ma­men­te che pos­sa esi­ste­re un equi­li­brio tra soli­da­rie­tà socia­le e pro­fit­to, con un’attenzione alla valo­riz­za­zio­ne cul­tu­ra­le e socia­le del­la comu­ni­tà. Que­sto con­cet­to è fon­da­ti­vo di una serie di inno­va­zio­ni e idee che ven­go­no attua­te nel­le fab­bri­che e uffi­ci del­la Oli­vet­ti: sala­ri più alti; crea­zio­ne di asi­li e abi­ta­zio­ni per i dipen­den­ti che sia­no rispet­to­se del­la bel­lez­za pae­sag­gi­sti­ca; biblio­te­che, con­cer­ti e luo­ghi di incon­tro in fab­bri­ca; luo­ghi di lavo­ro più aper­ti e acco­glien­ti; crea­zio­ne di stu­di di psi­co­lo­gia del lavo­ro; orga­niz­za­zio­ne del­la fab­bri­ca che supe­ra la cate­na di mon­tag­gio e mol­to altro anco­ra. Tra le gran­di intui­zio­ni di que­sto impren­di­to­re vi è quel­la di apri­re un nego­zio in Gal­le­ria Vit­to­rio Ema­nue­le II: uno sto­re di arti­co­li da uffi­cio nel cen­tro del­la vita mon­da­na mila­ne­se, con in vetri­na i gio­iel­li del­la tec­no­lo­gia italiana. 

Nego­zio Oli­vet­ti, 1966

Per questo luogo Olivetti vuole chiedere un murale a Picasso, non si tratta di investire una cifra in un quadro, ma di donare a Milano un’opera originale, nuova. 

Per que­sta ope­ra­zio­ne con­vo­ca una squa­dra di quat­tro indi­vi­dui: Tul­lio Fazi, diret­to­re del­la pub­bli­ci­tà del­la Oli­vet­ti; Gio­van­ni Pin­to­ri, tec­ni­co pub­bli­ci­ta­rio e desi­gner; Fran­co For­ti­ni, poe­ta e cri­ti­co let­te­ra­rio, ai tem­pi dipen­den­te negli uffi­ci del­la pub­bli­ci­tà del­la Oli­vet­ti; e Pao­lo Gras­si, impre­sa­rio e diret­to­re tea­tra­le. Se è più intui­ti­vo com­pren­de­re la deci­sio­ne dei pri­mi tre per­so­nag­gi, curio­sa è la deci­sio­ne dell’ultimo.

Gras­si, for­se il pri­mo ope­ra­to­re cul­tu­ra­le in Ita­lia, co-fon­da­to­re del Pic­co­lo tea­tro di Mila­no, ai tem­pi era sem­pre al cen­tro del­la vita cul­tu­ra­le mila­ne­se, uno degli orga­niz­za­to­ri miglio­ri di tut­to quel perio­do. Pro­prio il Pic­co­lo per­met­te di com­pren­de­re la vici­nan­za tra Gras­si e Adria­no Oli­vet­ti. Que­sto tea­tro infat­ti era, ed è, a gestio­ne pub­bli­ca, pen­sa­to per esse­re aper­to a tut­te le clas­si socia­li e in par­ti­co­la­re per veni­re incon­tro alle clas­si ope­ra­ie; un luo­go in cui atto­ri, regi­sti e sce­no­gra­fi non deb­ba­no dipen­de­re dal bot­te­ghi­no del sin­go­lo spet­ta­co­lo, ma abbia­no la sicu­rez­za di ope­ra­re seguen­do i fini arti­sti­ci. Il mot­to del Pic­co­lo, infat­ti, è “Un tea­tro d’arte per tut­ti”, che vuo­le esse­re per qua­lun­que spet­ta­to­re ma sen­za rinun­cia­re a fare gran­de teatro. 

Il for­te inte­res­se socia­le di Gras­si lo si nota qui, l’intento è di ren­de­re il tea­tro un momen­to di comu­ni­tà, di incon­tro per tut­ta la cit­ta­di­nan­za, non un even­to mon­da­no per i pochi che pos­so­no per­met­ter­se­lo. Il Pic­co­lo è dun­que a gestio­ne pub­bli­ca poi­ché Gras­si vede il tea­tro come patri­mo­nio comu­ne a tut­ti, un’attività da pre­ser­va­re e valo­riz­za­re. Da que­sto rias­sun­to su Gras­si e quel­lo pri­ma su Oli­vet­ti non sor­pren­de il fat­to che anche sul pia­no poli­ti­co i due si asso­mi­glias­se­ro, entram­bi socia­li­sti, due per­so­na­li­tà dal­le idee che sem­bra­no uto­pie ma che sono poi riu­sci­ti a con­cre­tiz­zar­le, sem­pre a bene­fi­cio dei loro inte­res­si e di quel­li del­la comunità.

I quat­tro di Mila­no par­to­no in mac­chi­na diret­ti ad Anti­bes, cit­ta­di­na bal­nea­re fran­ce­se in Costa Azzur­ra, tra Can­nes e Niz­za, dove cono­sco­no un con­tat­to uti­le per avvi­ci­nar­si a Picas­so. È il diret­to­re del museo di Anti­bes che li por­ta a un cine­ma in cit­tà in cui pro­iet­ta­no alcu­ni docu­men­ta­ri d’arte di Lucia­no Emmer. In sala vi si scor­go­no altri quat­tro indi­vi­dui: Marc Cha­gall, Jean Coc­teau, Max Ern­st e Pablo Picas­so. È pro­ba­bi­le che i due quar­tet­ti si sia­no par­la­ti e abbia­no discus­so, in pochi metri vi sono con­den­sa­ti mol­ti dei più gran­di del­la cul­tu­ra euro­pea del secon­do, e alcu­ni di tut­to, il Nove­cen­to. Dopo­di­ché i quat­tro par­ti­ti dall’Italia ven­go­no accom­pa­gna­ti da Picas­so a casa sua, dove gli spie­ga­no l’idea. Il pit­to­re è mol­to gen­ti­le, for­se anche incu­rio­si­to, ma rispon­de che non avreb­be fat­to alcun dipin­to per loro. Nel­la bio­gra­fia di Gras­si si legge: 

Andam­mo poi a casa di Picas­so, a par­lar­gli. Ricor­do i suoi occhi, che ti pas­sa­va­no come spa­de affi­la­te. Il col­lo­quio fu cor­dia­le ma non appro­dò a nul­la di con­cre­to. Non che Picas­so fos­se con­tra­rio alla pro­po­sta. Ci dis­se, sem­pli­ce­men­te: «La mia liber­tà con­si­ste nel fare ciò che voglio; non ho nul­la con­tro que­sta offer­ta; e non è nem­me­no una que­stio­ne di cifra. Un gior­no che ho voglia di fare una cosa la fac­cio. E può capi­ta­re che un gior­no la cosa che ho voglia di fare, sia pro­prio que­sta, però non mi pos­so impe­gna­re, altri­men­ti non avrei più la mia liber­tà e, come dis­se una vol­ta Cha­plin, a me pia­ce esse­re “roi chez moi”». 

Pao­lo Gras­si. Quarant’anni di pal­co­sce­ni­co” (Mur­sia, 1977)

I quat­tro non fan­no par­ti­co­la­re insi­sten­za, rega­la­no al pit­to­re una Oli­vet­ti Let­te­ra 22, mac­chi­na da scri­ve­re sim­bo­lo dell’azienda e del­le sue capa­ci­tà, e se ne van­no, invi­dian­do la ric­chez­za del­la liber­tà di quel gran­dis­si­mo arti­sta, pri­va di qual­sia­si con­di­zio­na­men­to. Il gior­no del mura­le non vie­ne mai, è assai impro­ba­bi­le che Adria­no Oli­vet­ti abbia fat­to qual­co­sa per insi­ste­re, ave­va comun­que un gran­dis­si­mo rispet­to per quell’uomo di cul­tu­ra, tut­ti in quel grup­po l’avevano, e nes­su­no avreb­be mai pen­sa­to di met­te­re pres­sio­ne all’altro.

Tut­ta que­sta vicen­da fini­sce così, sen­za rag­giun­ge­re l’obbiettivo spe­ra­to, crean­do però for­se nuo­vi lega­mi tra per­so­ne lon­ta­ne. Ma que­sta pic­co­la e curio­sa sto­ria (sicu­ra­men­te non la più impor­tan­te del­la vita degli indi­vi­dui coin­vol­ti) pro­prio per la sua pic­co­lez­za per­met­te di coglie­re un model­lo diver­so, un modo di inten­de­re l’intera socie­tà, l’economia e l’arte che sem­bra uto­pi­co. Una situa­zio­ne in cui un ric­co impren­di­to­re rico­no­sce e dà mol­ta impor­tan­za al tea­tro e alla poe­sia, tan­to da chie­de­re a un tea­tran­te e a un poe­ta un com­pi­to di pre­sti­gio, i qua­li a loro vol­ta rico­no­sco­no l’importanza cul­tu­ra­le di una gran­de impre­sa – che non vuo­le solo otte­ne­re pro­fit­to ma ha vera­men­te a cuo­re la comu­ni­tà e l’arte –, così tan­to da non fare con­te­sta­zio­ne quan­do un pit­to­re rispon­de nega­ti­va­men­te a una loro frut­tuo­sa proposta. 

Con­di­vi­di:
Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.