Quale ruolo per la poesia nell’età contemporanea?

Quale ruolo per la poesia nell'età contemporanea?

Nel 1925 Euge­nio Mon­ta­le pub­bli­ca la sua pri­ma rac­col­ta poe­ti­ca, Ossi di Sep­pia. Il tema por­tan­te di tale ope­ra è sen­za dub­bio quel­lo del cosid­det­to male di vive­re, con­tra­stan­te il perio­do vigen­te di impo­nen­te trion­fa­li­smo fasci­sta in Ita­lia. La poe­sia cat­tu­ra per­ciò da sem­pre lo spi­ri­to di un’epoca, e come ogni for­ma di arte che sia degna di esse­re defi­ni­ta tale, ne imbal­sa­ma le più recon­di­te sen­sa­zio­ni, cosic­ché il tem­po non si mani­fe­sti mai come una minac­cia capa­ce di pri­var­ne la traccia.

La poetica di Montale descrive una vita strozzata, impossibilitata a compiersi interamente e, proprio per questo, gravosa effettività da recepire. 

Per que­sta ragio­ne, mol­to spes­so, la poe­sia vie­ne cata­lo­ga­ta come un pro­dot­to di inu­ti­le frui­zio­ne, inca­pa­ce di con­clu­de­re, inva­li­do nel for­ni­re rispo­ste, e senz’altro usual­men­te incom­pren­si­bi­le secon­do i nuo­vi rit­mi di pra­ti­ca del­la let­tu­ra: impa­zien­ti e affamati.

Non per­si­ste quin­di alcu­na titu­ban­za nell’affermare come oggi, la poe­sia, sia sola­men­te ombra di un pas­sa­to ammi­re­vo­le, e nul­la a che vede­re con il pre­sen­te, il sape­re di adesso.

Già nel­la Repub­bli­ca di Pla­to­ne si deno­ta­va una net­ta dif­fe­ren­za tra la disci­pli­na poe­ti­ca e quel­la filo­so­fi­ca, sep­pur quest’oggi tale diver­gen­za sia col­ta come sino­ni­mo di ini­mi­ci­zia, e la filo­so­fia si dilet­ti esa­ge­ra­ta­men­te a scim­miot­ta­re la poe­sia. La dif­fe­ren­za è radi­ca­ta nel prin­ci­pio che cia­scu­na del­le due ser­ba; tut­to nasce da una comu­nan­za, un’unione che per­met­ta poi di discer­ne­re e com­mi­su­ra­re: una pro­spet­ti­va di ricer­ca. La filo­so­fia si inter­ro­ga infat­ti da sem­pre sul­la neces­si­tà dell’arte, mol­ti sono i filo­so­fi che la riten­go­no assen­te nel tem­po moder­no (a par­ti­re da Hegel). 

Nel pas­sa­to, la poe­sia era mos­sa come ogni for­ma d’arte da una sete sostan­zia­le, un sen­so eti­co di dove­re pri­mi­ti­vo e ori­gi­na­rio dell’animo, mai pia­ce­vo­le, ma catar­ti­co. Ora, nell’era del­la tec­ni­ca, le arti non sono altro che mate­ria­le vol­to al suo con­su­mo, dilet­te­vo­li ed intrat­te­nen­ti stru­men­ti costrui­ti dal­le dina­mi­che del mer­ca­to glo­ba­le, che mira­no al pro­fit­to e, sot­to supre­mo det­ta­me eco­no­mi­co, al rag­giun­gi­men­to dei mas­si­mi sco­pi con l’impiego mini­mo dei mezzi. 

Vivere in un’epoca talmente animata dal mero ingegno utilitaristico cancella lo spazio all’inutile, che prima si esprimeva in innumerevoli canali comunicativi, e conserva solo quelle forme di apparente futilità allettanti ai gusti codificati dagli algoritmi custodi del DNA della società contemporanea. 

Eppu­re, pro­prio come algo­rit­mi, le pro­du­zio­ni poe­ti­che nasce­va­no dal­le mode­ste pen­ne di chi fos­se con­sa­pe­vo­le di non sape­re in par­ten­za, e scri­ves­se rice­ven­do la sto­ria, non cono­scen­do­la, a dif­fe­ren­za di un qua­lun­que nar­ra­to­re di pro­sa. Il poe­ta infat­ti subi­sce la real­tà e ne assor­be ogni trat­to attra­ver­so la valo­riz­za­zio­ne di un lin­guag­gio oggi moren­te, in ago­nia, un bene tan­to pre­zio­so e pro­prio, quan­to al con­tem­po ina­scol­ta­to, mar­gi­na­liz­za­to e, anche se intat­to, con­si­de­ra­to super­fluo. La poe­sia è diven­ta­ta una scuo­la di resi­sten­za in mano a pochis­si­mi, con­tro il dila­gan­te sra­di­ca­men­to del­la lin­gua, un genio in pena e invi­si­bi­le ma soprat­tut­to comu­ni­ca­ti­vo, in lar­ga distin­zio­ne dall’informazione che domi­na oggi­gior­no, la qua­le mira a riem­pi­re ciò che si pre­sup­po­ne vuoto.

La comu­ni­ca­zio­ne poe­ti­ca richia­ma un con­cet­to di anam­ne­si pla­to­ni­ca, secon­do cui l’anima sia una fio­ri­tu­ra di poten­ze pron­te ad emer­ge­re tra­mi­te l’espressione per­mes­sa solo ed esclu­si­va­men­te dal­lo sti­mo­lo del con­fron­to, del dia­lo­go con l’altro ester­no a sé. L’informazione inve­ce non ha la paro­la che indi­ca, ma esau­ri­sce subi­to, e non ha nem­me­no la paro­la che man­ca ben­sì si assu­me il pre­sup­po­sto di defi­ni­re tut­to e con­clu­si­va­men­te. La poe­sia si scan­di­sce in ver­si pro­prio al fine di lascia­re spa­zi vuo­ti, gio­ca­re con le assen­ze, le sen­ten­ze estro­mes­se, i rap­por­ti logi­ci taciu­ti. La poe­sia non pun­ta alla quan­ti­tà, ma alla qua­li­tà del­le paro­le, cer­can­do di per­mea­re ogni ele­men­to del più robu­sto com­po­sto essen­zia­le. Le paro­le che esu­la­no dal silen­zio esi­sten­zia­le sono fol­go­ran­ti ed evo­ca­ti­ve, come l’ermetismo testi­mo­nia particolarmente. 

Quindi, cosa rimane alla vera dote poetica in quest’epoca all’insegna del ruolo, dell’allocazione e dove la qualità è solo amministrata dal pensiero calcolante?

In un mon­do in cui ogni ente è defi­ni­to in base alle fun­zio­ni che impe­gna, si anni­chi­li­sce gra­dual­men­te la pri­mi­ge­nia natu­ra dell’umanesimo, secon­do la qua­le l’uomo è in pro­cin­to di diven­ta­re padro­ne del suo mon­do. Ma come è pos­si­bi­le pre­va­ri­ca­re quan­do si annien­ta la coscien­za di sé, dan­do pie­de libe­ro alla cri­si dell’individuo sui pas­si di una razio­na­li­tà che non dispo­ne capien­za per ciò che fun­zio­ne di un appa­ra­to non è? Così si erge un con­tro­sen­so che diva­ri­ca la con­get­tu­ra dell’individualismo e la disgre­ga, rimuo­ven­do la cogni­zio­ne del carat­te­re che più di ogni altro è per­mis­si­vo di distin­zio­ne di noi sog­get­ti dal­la esi­sten­za ogget­ti­va, ovve­ro la con­na­tu­ra­ta com­pe­ten­za di sta­re nel mon­do apren­do­ne uno ulte­rio­re, la cui fisio­no­mia si eri­ge su signi­fi­ca­ti e significanti. 

Il ter­mi­ne “poe­sia” deri­va dal gre­co ποίησις, poie­sis, con il signi­fi­ca­to di “crea­zio­ne”; anche il poe­ta pro­du­ce, è un arti­gia­no del­la lin­gua, libe­ro e sen­za fina­li­tà estrin­se­che, il qua­le cer­ca di sca­va­re nell’abisso del­la paro­la e del­la sua veri­tà, ma non con­du­ce a con­clu­sio­ni, piut­to­sto ammu­to­li­sce e spro­fon­da in quel­la umi­le per­ce­zio­ne del limi­te che l’intelletto fati­ca enor­me­men­te a metabolizzare.

Inver­sa­men­te alla filo­so­fia, la poe­sia non si è mai pre­fis­sa­ta alcu­na pre­te­sa di rispo­sta, non è un siste­ma, ma un eser­ci­zio di cor­ri­spon­den­za pre­ci­so e coscien­zio­so, come anche di raris­si­ma riu­sci­ta, poi­ché spes­so in pre­da a fan­ta­sie fri­vo­le, con­fu­si sen­ti­men­ta­li­smi e arti­fi­cio­se eru­di­zio­ni. Come ricor­da Mon­ta­le duran­te il suo discor­so in occa­sio­ne del riti­ro del pre­mio Nobel insi­gni­to­gli nel 1975, la poe­sia è sì inu­ti­le, ma mai noci­va, a dif­fe­ren­za di mol­ti altri feno­me­ni media­ti­ci del tem­po attua­le; lavo­ra come cam­pa­nel­lo di allar­me per la pre­sun­zio­ne antro­pi­ca di attri­buir­si una col­lo­ca­zio­ne pri­vi­le­gia­ta nel­la real­tà, che fa sof­fri­re lo stes­so uomo, il qua­le può guar­dar­si da fuo­ri e, gra­zie alla poe­sia più che a qual­sia­si altro vei­co­lo, sen­tir­si vive­re. La poe­sia ser­ve pro­prio per­ché non ha un ruo­lo, è genui­na garan­zia di per­se­ve­ran­za del­la più inti­ma inte­rio­ri­tà umana. 

[…] Quan­do tro­vo
in que­sto mio silen­zio
una paro­la
sca­va­ta è nel­la mia vita
come un abisso. 

Giu­sep­pe Unga­ret­ti, Commiato

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Alice Sebastiano
Di Mila­no. Stu­dio inter­na­tio­nal poli­tics, law and eco­no­mics, nasco nel 2001 e ho il cal­lo sull’anulare per la pres­sio­ne del­la biro sin dal­la pri­ma ele­men­ta­re. Elo­gio la nobi­le vir­tù dell’ascolto reci­pro­co. Scri­vo per legit­ti­ma dife­sa, il pia­ce­re per­so­na­le è poi accessorio.

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