Tragedia del Vajont. In ricordo di Tina Merlin

Tragedia del Vajont. In ricordo di Tina Merlin

Cor­re­va l’anno 1963. Nel­la riden­te Lon­ga­ro­ne una bam­bi­na gio­ca nell’ombra pro­iet­ta­ta da un gros­so bloc­co di cemen­to che col­le­ga le due spal­le del­le mon­ta­gne che cin­go­no la cit­tà. Die­tro a quel­la cin­ta ripo­sa tran­quil­la l’acqua del baci­no idroe­let­tri­co tar­ga­to Sade. La diga di Lon­ga­ro­ne fu costrui­ta tra il 1957 e il 1960, e fu salu­ta­ta dal­la popo­la­zio­ne come un’innovazione pre­zio­sa, in gra­do di por­ta­re lavo­ro in una val­le di pasto­ri e con­ta­di­ni. I lavo­ri comin­cia­ro­no sull’antico cor­so del tor­ren­te Vajont, le lar­ghe spal­le del­la diga creb­be­ro in fret­ta sul­le pen­di­ci del­le mon­ta­gne del Lon­ga­ro­ne­se, il lago arti­fi­cia­le comin­ciò pre­sto a innal­zar­si con la sua acqua pla­ci­da pron­ta a esse­re tra­sfor­ma­ta in energia. 

Non ci vol­le mol­to però per­ché qual­co­sa comin­cias­se a scric­chio­la­re nel­la roc­cia del mon­te Toc, sul­le qua­li pen­di­ci si appog­gia­va la soli­da diga. Ven­go­no ope­ra­ti alcu­ni son­dag­gi del ter­re­no per sag­gia­re la tenu­ta del­le mon­ta­gne su cui pog­gia la diga. I risul­ta­ti sono pre­oc­cu­pan­ti: vie­ne rile­va­ta la pre­sen­za di una fra­na anti­chis­si­ma, este­sa da quo­ta 1200 metri fino a 650, pro­prio appe­na sopra il livel­lo del baci­no del­la diga. Il rischio che la roc­cia, inse­dia­ta dall’acqua, tor­ni a muo­ver­si ver­so il bas­so, è con­cre­to. Ma davan­ti alle denun­ce del­le popo­la­zio­ni e ai cal­co­li dei geo­lo­gi, la Sade deci­de di non fare nulla. 

Nel 1960 la pri­ma fra­na spa­ven­ta i pasto­ri di Erto e Cas­so, i pic­co­li pae­si che sor­go­no ai lati del­la mon­ta­gna. Gros­se cre­pe comin­cia­no a sol­ca­re i pasco­li e i cam­pi: la mon­ta­gna si sta muo­ven­do, l’acqua ha inde­bo­li­to la roc­cia. Gli smot­ta­men­ti sono sem­pre più fre­quen­ti, i bor­bot­tii del mon­te Toc comin­cia­no a fare pau­ra anche a Lon­ga­ro­ne, ma nean­che que­sto è suf­fi­cien­te a con­vin­ce­re la socie­tà Sade a chiu­de­re la diga del Vajont. 

La not­te del 9 otto­bre 1963 acca­de ciò che pote­va esse­re pre­vi­sto ma che non si è volu­to vede­re: una mole di roc­cia di 270 milio­ni di metri cubi si stac­ca dal­la pare­te set­ten­trio­na­le del Toc e, rag­giun­gen­do la velo­ci­tà impres­sio­na­te di 90 km/h, impat­ta l’acqua del baci­no arti­fi­cia­le. Il risul­ta­to è un’onda gigan­te­sca che supe­ra la diga e si abbat­te sen­za pie­tà sugli abi­ta­ti di Lon­ga­ro­ne, Erto e Cas­so.

“Scom­par­sa ogni trac­cia di vita a Lon­ga­ro­ne e nei pae­si vici­ni” è il tito­lo che si leg­ge sul Gaz­zet­ti­no, men­tre su tut­ti i quo­ti­dia­ni si rac­col­go­no le foto in bian­co e nero del­la tra­ge­dia in cui per­se­ro la vita più di 2000 per­so­ne. Il dub­bio che la cata­stro­fe si potes­se evi­ta­re comin­cia a dif­fon­der­si nell’opinione pub­bli­ca, nono­stan­te gli inter­ven­ti di alcu­ni illu­stri nomi del­la poli­ti­ca e del­la cul­tu­ra, uno su tut­ti Dino Buz­zat­ti che descri­ve l’accaduto con la famo­sa e ingiu­sta meta­fo­ra di un sas­so che cade den­tro un bic­chie­re facen­do schiz­za­re sul­la tova­glia l’acqua che con­te­ne­va. Il ten­ta­ti­vo sem­bra quel­lo di mini­miz­za­re l’evento a un con­ca­te­nar­si di cau­se fisi­che, di cui la natu­ra è l’unica cru­de­le fat­tri­ce. Ma la veri­tà, e le col­pe uma­ne che essa con­tie­ne, è sem­pre desti­na­ta a veni­re a gal­la. Una veri­tà che per tan­ti anni era sta­ta silen­zia­ta, bistrat­ta­ta, pas­sa­ta sot­to insen­sa­ti pro­ces­si e denigrata.

Una donna ha il volto di quella verità, una donna di nome Clementina “Tina” Merlin.

Mer­lin nasce nel 1926 da una fami­glia di con­ta­di­ni e mura­to­ri e cre­sce con i suoi 8 fra­tel­li in una pic­co­la casa a Tri­chia­na, più pre­ci­sa­men­te a Mar­te­ni­ga, in pro­vin­cia di Bel­lu­no. Mer­lin impa­ra in fret­ta il mestie­re dif­fi­ci­le del­la vita, reso più com­ples­so dall’essere una gio­va­ne don­na. A soli 12 anni si tra­sfe­ri­sce a Mila­no con la sorel­la Ida per lavo­ra­re come bam­bi­na­ia. «Da pic­co­la ho mol­to desi­de­ra­to esse­re un maschio per esse­re mag­gior­men­te con­si­de­ra­ta dai miei geni­to­ri e dal­la gen­te» scri­ve nel­la sua auto­bio­gra­fia La casa sul­la Mar­te­ni­ga pub­bli­ca­ta postu­ma nel 1993. Den­tro alla gio­va­ne di Tri­chia­na si nascon­de il fuo­co poten­te dei sogni e dall’autoaffermazione, che non teme di esse­re spen­to dal­le dif­fe­ren­ze di gene­re o dal­le fati­che del­la sua adolescenza. 

Quan­do Mila­no, nel 1943, vie­ne pre­sa di mira dai bom­bar­da­men­ti del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le Mer­lin sce­glie di tor­na­re a casa, nel­le sue mon­ta­gne. È qui che, ispi­ra­ta e inco­rag­gia­ta dal fra­tel­lo Toni, si arruo­le­rà nel­la Resi­sten­za come staf­fet­ta par­ti­gia­na, dan­do pro­va di gran­de corag­gio e sacri­fi­cio. A spin­ger­la è soprat­tut­to la con­sa­pe­vo­lez­za di poter fare qual­co­sa, pro­prio come gli uomi­ni, per la sua gen­te e per la sua val­le, quel mera­vi­glio­so «anfi­tea­tro di col­li­ne e mon­ta­gne» di cui mol­to par­la anche nel­la sua biografia. 

“Joe” è il suo nome di bat­ta­glia, la bri­ga­ta 7° alpi­ni diven­ta in fret­ta la sua nuo­va fami­glia. Pro­prio duran­te il ser­vi­zio par­ti­gia­no incon­tra e si inna­mo­ra di Aldo Sire­na, che spo­se­rà nel 1949 e da cui avrà un figlio. Il bam­bi­no por­ta il nome del fra­tel­lo di lei, Toni, ucci­so in un attac­co poco pri­ma del­la fine del­la guer­ra. Il perio­do duro del­la guer­ra e dell’impegno par­ti­gia­no pla­sma e ride­fi­ni­sce un carat­te­re già di per sé for­ma­to del­la stes­sa sostan­za di quel­le mon­ta­gne roc­cio­se che han­no visto nasce­re la pic­co­la Tina, che l’hanno vista lavo­ra­re nei cam­pi fin da bam­bi­na, che l’hanno vista par­ti­re, tor­na­re e tra­sfor­mar­si in una don­na sicu­ra e capace. 

Mer­lin met­te­rà la sua deter­mi­na­zio­ne a ser­vi­zio dell’attività gior­na­li­sti­ca e let­te­ra­ria: negli anni ’50 diven­ta invi­ta­ta de L’Unità e nel 1957 pub­bli­ca un reso­con­to del­la sua espe­rien­za par­ti­gia­na con il tito­lo Meni­ca. La rela­zio­ne tra Mer­lin e L’Unità è un ritrat­to di mol­te sto­rie di gior­na­li­smo, anche di oggi: scar­sa con­si­de­ra­zio­ne, pre­ca­ria­to, sti­pen­dio da fame non basta­no a sco­rag­gia­re Mer­lin nel­la sua mis­sio­ne di por­ta­re la veri­tà dei fat­ti nel­le case degli ita­lia­ni. Spin­ta da que­sta voca­zio­ne, non può fare fin­ta di nien­te quan­do alla fine degli anni ’50 la fra­na del Toc nel­la val­le del Vajont comin­cia a muo­ver­si. A dif­fe­ren­za di mol­ti gior­na­li­sti dell’epoca che si accon­ten­ta­no di rac­co­glie­re il pun­to di vista del­la Sade, Mer­lin comin­cia una vera e pro­pria inda­gi­ne sul cam­po: inter­vi­sta i pasto­ri di Erto e Cas­so, osser­va le pen­di­ci del­la mon­ta­gna cam­bia­re for­ma man mano che la ter­ra si muo­ve, stu­dia i refer­ti dei geologi. 

A gran voce ten­ta di denun­cia­re cosa sta acca­den­do poche cen­ti­na­ia di metri sopra Lon­ga­ro­ne, ma i pote­ri for­ti e la sua stes­sa testa­ta silen­zia­no le sue gri­da accu­san­do­la di dif­fa­ma­zio­ne. Nel 1959 subi­sce un pro­ces­so per dif­fu­sio­ne di noti­zie fal­se e ten­den­zio­se atte a tur­ba­re l’ordine pub­bli­co davan­ti al tri­bu­na­le di Mila­no, dal qua­le vie­ne assol­ta gra­zie anche agli abi­tan­ti di Cas­so ed Erto che ven­go­no a testi­mo­nia­re in favo­re del­la loro gior­na­li­sta, dell’unica pro­fes­sio­ni­sta che abbia rac­col­to le loro voci con l’intento di far­ne una veri­tà oggettiva. 

Quan­do nel 1963 il Toc fra­na nel lago arti­fi­cia­le e l’onda can­cel­la Lon­ga­ro­ne dal­la fac­cia del­la Ter­ra la gior­na­li­sta espri­me pro­fon­do e dolo­ro­so ram­ma­ri­co: «Mi sen­ti­vo in col­pa per non aver fat­to di più per impe­di­re il com­pi­men­to del­la tra­ge­dia. Eppu­re ave­vo fat­to del mio meglio». La rico­stru­zio­ne di Mer­lin del disa­stro del Vajont è con­te­nu­ta nel­le pre­zio­se pagi­ne di Sul­la pel­le viva, in cui la gior­na­li­sta ricor­da le fasi di un dram­ma disu­ma­no annun­cia­to e lascia­to acca­de­re.

Da don­na impe­gna­ta e deter­mi­na­ta qual è, Mer­lin affer­ma la sua pecu­lia­re for­za d’animo anche in poli­ti­ca, rico­pren­do dal 1964 al 1970 (con un anno di inter­ru­zio­ne) il ruo­lo di con­si­glie­ra pro­vin­cia­le per il PCI. Anche la poli­ti­ca diven­ta quin­di il mez­zo per espri­me­re l’amore e il rispet­to per la sua ter­ra, la cui valo­riz­za­zio­ne e pro­te­zio­ne sem­bra esse­re il gran­de obiet­ti­vo che muo­ve ogni azio­ne lavo­ra­ti­va del­la gior­na­li­sta del­la Mar­te­ni­ga. Il gior­na­li­smo rima­se comun­que sem­pre un’ancora impor­tan­te nel­la vita di Tina Mer­lin, che tor­nò a lavo­ra­re per L’Unità, fu col­la­bo­ra­tri­ce del­le rivi­ste Patria Indi­pen­den­te, Vie Nuo­ve, Pro­ta­go­ni­sti e lavo­rò in Unghe­ria per un bre­ve perio­do pres­so Radio Buda­pe­st. Tina Mer­lin si spe­gne il 22 dicem­bre 1991, dopo un’esistenza inten­sa spe­sa a rico­strui­re la veri­tà nasco­sta sot­to le mace­rie dell’omertà e del­la super­fi­cia­li­tà altrui, tra le cre­pe del Vajont e nel­le dif­fi­col­tà del­la vita. 

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Beatrice Balbinot
Mi chia­mo Bea­tri­ce, ma pre­fe­ri­sco Bea. Amo scri­ve­re, dire la mia, ave­re ragio­ne e man­gia­re tan­ti macarons.

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