Viaggio nella violenza giovanile a Milano, un problema di tutti i giorni

Viaggio nella violenza giovanile a Milano, un problema di tutti i giorni

Saba­to 5 dicem­bre, Cor­so Tici­ne­se, Mila­no. G., 20 anni, sta rien­tran­do a casa dal­la sera­ta. È l’1 di not­te. Quan­do imboc­ca Via Scal­da­so­le, cin­que gio­va­ni fra i 17 e i 18 anni lo aggre­di­sco­no alle spal­le con una bot­ti­glia rot­ta. Dopo aver­gli ruba­to il giub­bot­to e il por­ta­fo­glio, lo lascia­no a ter­ra e scappano. 

Sul­le testa­te mila­ne­si vedia­mo da mesi noti­zie di que­sto tipo, rife­ri­te a fur­ti, epi­so­di di mala­mo­vi­da, ris­se fra quar­tie­ri in cui sareb­be­ro coin­vol­te baby gang e aggres­sio­ni nel­le zone del Cen­tro. Ma real­men­te, cosa sta succedendo? 

Stan­do a sen­ti­re i gior­na­li, sem­bra di esse­re piom­ba­ti nel Bro­nx degli anni ’80 o a Gotham City: è il caso di inda­ga­re meglio un feno­me­no com­ples­so che sicu­ra­men­te non ha avu­to ini­zio oggi, non avrà fine doma­ni, ma che se frain­te­so rischia di com­pro­met­te­re la repu­ta­zio­ne di un’intera gene­ra­zio­ne di ragazzi. 

A quanti è capitato di evitare determinate zone della night life per non rischiare un’aggressione?

Lo san­no tut­ti, nel Par­co Sem­pio­ne non si entra di not­te. Ma l’Arco del­la Pace, Cor­so Como, le Colon­ne di San Loren­zo e i Navi­gli ulti­ma­men­te non rien­tra­no nel tour che qual­sia­si mila­ne­se con­si­glie­reb­be per il saba­to sera. Que­sti luo­ghi diven­ta­no ricet­ta­co­lo di grup­pi di ragaz­zi che, alte­ra­ti, li scam­bia­no per cam­pi di bat­ta­glia improv­vi­sa­ti e ter­re­ni di cac­cia al portafoglio. 

Solo due dome­ni­che pri­ma dell’aggressione in Cor­so Tici­ne­se, set­te ragaz­zi 16enni e 17enni han­no pesta­to a san­gue un coe­ta­neo all’Arco del­la Pace per rubar­gli il por­ta­fo­glio. Non si sono fer­ma­ti nem­me­no quan­do la vit­ti­ma era a ter­ra. E anco­ra, la not­te tra vener­dì e saba­to 6 novem­bre nei pres­si di piaz­za XXIV Mag­gio un 26enne è sta­to accol­tel­la­to alla schie­na men­tre scap­pa­va da una rapina.

Il gior­no pre­ce­den­te quat­tro 18enni han­no aggre­di­to con i taser un grup­po di ragaz­zi in Gae Aulen­ti, ma ven­go­no mes­si in fuga: pre­si dai poli­ziot­ti, ave­va­no anco­ra addos­so la refur­ti­va di una rapi­na mes­sa a segno pochi minu­ti pri­ma. Par­ti­co­lar­men­te gra­ve inve­ce il bol­let­ti­no del­la not­te di Hal­lo­ween: 21 gli inter­ven­ti del­la poli­zia per ris­se fra bande. 

Sorge spontanea la domanda: la nostra è una generazione di violenti e criminali? 

La rispo­sta, ovvia­men­te, è no. Ridur­re il tut­to ad una gene­ra­le con­dan­na è spe­cu­la­ti­vo e stru­men­ta­le. Ma è sicu­ro che il livel­lo del­la ten­sio­ne si sia alza­to in segui­to ai due loc­k­do­wn dovu­ti al Covid-19.

L’applicazione del­la DAD è sta­ta del tut­to vel­lei­ta­ria, e nei con­te­sti dif­fi­ci­li del­le real­tà peri­fe­ri­che mila­ne­si (per chi non fos­se di casa, la peri­fe­ria mila­ne­se è un uni­ver­so del tut­to a sé stan­te rispet­to al Cen­tro) l’inefficienza ha ridot­to al mini­mo le pos­si­bi­li­tà di inter­ven­to dei pro­fes­so­ri nei con­fron­ti degli alun­ni con mag­gio­ri dif­fi­col­tà. Spes­so da que­ste situa­zio­ni al limi­te pro­ven­go­no la mag­gior par­te dei gio­va­ni che com­pio­no que­ste azio­ni violente.

Qui i ragaz­zi sono costret­ti, assie­me alle loro fami­glie, in pic­co­li appar­ta­men­ti del­le case ALER (di pro­prie­tà quin­di del­la Regio­ne Lom­bar­dia e non del Comu­ne) spes­so pri­ve degli essen­zia­li ser­vi­zi. Par­lia­mo di quar­tie­ri-dor­mi­to­rio, palaz­zo­ni gri­gi in cui non sono rari i casi in cui il riscal­da­men­to non fun­zio­ni. Figu­rar­si un tablet per segui­re le lezio­ni a distanza. 

È ovvio che allo­ra su que­sta par­te di popo­la­zio­ne, com­po­sta in mag­gio­ran­za da ita­lia­ni di secon­da gene­ra­zio­ne, sfug­ga il «con­trol­lo socia­le». Pesa sul­la situa­zio­ne il dato rela­ti­vo all’abbandono sco­la­sti­co: pri­ma del­la pan­de­mia era­va­mo tra i peg­gio­ri quat­tro pae­si in Europa.

Il 15% dei ragazzi abbandonava la scuola prima del completamento del ciclo. 

Ma appun­to que­sti sono dati rela­ti­vi all’era pre-pan­de­mi­ca: per ave­re un qua­dro attua­le pos­sia­mo solo rifar­ci alla disper­sio­ne impli­ci­ta, ossia il valo­re che indi­ca quei ragaz­zi che, diplo­man­di, pos­sie­do­no solo una mini­ma par­te del­le com­pe­ten­ze che avreb­be­ro dovu­to acqui­si­re. Se nel 2019 il dato si atte­sta­va al 7%, nel 2021 si è rag­giun­to il 9,5%. È vero, que­sti sono per­cen­tua­li rife­ri­te alla dimen­sio­ne nazio­na­le: ma cosa ci vie­ta di ipo­tiz­za­re che in con­te­sti come quel­li sopra descrit­ti il dato non sia simi­le, se non peggiore? 

Il boo­mer ben­pen­san­te dirà che «que­sti ragaz­zi si com­por­ta­no così per­ché sono influen­za­ti da model­li valo­ria­li erra­ti che, anche attra­ver­so la musi­ca, tra­smet­to­no un’ideologia del­la vio­len­za e del­la sopraf­fa­zio­ne, del mene­fre­ghi­smo e dell’ignoranza per il sen­so civico».

Quin­di la col­pa sareb­be dei rap­per, giu­sto? For­se è il caso di inver­ti­re que­sto assun­to: una gene­ra­zio­ne abban­do­na­ta da tut­ti non può far altro che espri­me­re il pro­prio disa­gio attra­ver­so que­sta musica. 

Ed è proprio così che si sentono i nostri coetanei: abbandonati.

Il pic­chia­re, il ruba­re, l’accoltellare, non sono altro che una ven­det­ta con­tro una socie­tà che li ha spu­ta­ti al mar­gi­ne del­la civil­tà. Anda­re in Cen­tro a pren­de­re il por­ta­fo­glio e le scar­pe «ai figli di papà» non è altro che il sin­to­mo di un ran­co­re socia­le evi­den­te e generalizzato. 

Orga­niz­za­re una ris­sa su Tele­gram con­tro gli «opps» (riva­li) non è altro che intrat­te­ni­men­to. Que­sto è il risul­ta­to di un con­di­zio­na­men­to pro­fon­do e gra­ve: nes­su­no di noi ce la farà, scap­pa­re dal­la perif’ è impos­si­bi­le e se suc­ce­de è solo per­ché il col­po è anda­to bene o per­ché hai spac­ca­to con la musica. 

Que­sta è la ras­se­gna­zio­ne, ovve­ro ciò che cau­sa il ran­co­re di cui sopra. È il caso di smet­te­re di igno­ra­re que­sti ragaz­zi: non per pura pie­tà cri­stia­na, ma per­ché ciò che stan­no viven­do loro, alla fine lo sta viven­do tut­ta la nostra gene­ra­zio­ne. Abban­do­na­ta, stig­ma­tiz­za­ta, ina­scol­ta­ta dal­la poli­ti­ca (sia­mo pochi e non por­tia­mo voti). Sen­za una rea­le pro­spet­ti­va di usci­re dal­la nostra con­di­zio­ne, qual­sia­si essa sia. 

Non c’è modo miglio­re di chiu­de­re, se non lascian­do la paro­la a chi da que­sti con­te­sti pro­vie­ne e ha pro­va­to a nar­rar­li. Come scri­ve il gio­va­ne rap­per di San Siro Nei­ma Ezza

Bilo­ca­le, ma non è una casa, ven­go dal­la perif’ 
Vivia­mo in cin­que in una stan­za di qua­ran­ta metri 
Qui stia­mo but­ta­ti per stra­da da quan­do son baby 
Non sen­to nes­su­na doman­da
Tan­to alla fine che cam­bia? Ven­go dal­la perif’

Arti­co­lo di Edoar­do Arcidiacono.

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.