Del: 13 Dicembre 2021 Di: Redazione Commenti: 0
Viaggio nella violenza giovanile a Milano, un problema di tutti i giorni

Sabato 5 dicembre, Corso Ticinese, Milano. G., 20 anni, sta rientrando a casa dalla serata. È l’1 di notte. Quando imbocca Via Scaldasole, cinque giovani fra i 17 e i 18 anni lo aggrediscono alle spalle con una bottiglia rotta. Dopo avergli rubato il giubbotto e il portafoglio, lo lasciano a terra e scappano. 

Sulle testate milanesi vediamo da mesi notizie di questo tipo, riferite a furti, episodi di malamovida, risse fra quartieri in cui sarebbero coinvolte baby gang e aggressioni nelle zone del Centro. Ma realmente, cosa sta succedendo? 

Stando a sentire i giornali, sembra di essere piombati nel Bronx degli anni ’80 o a Gotham City: è il caso di indagare meglio un fenomeno complesso che sicuramente non ha avuto inizio oggi, non avrà fine domani, ma che se frainteso rischia di compromettere la reputazione di un’intera generazione di ragazzi.

A quanti è capitato di evitare determinate zone della night life per non rischiare un’aggressione?

Lo sanno tutti, nel Parco Sempione non si entra di notte. Ma l’Arco della Pace, Corso Como, le Colonne di San Lorenzo e i Navigli ultimamente non rientrano nel tour che qualsiasi milanese consiglierebbe per il sabato sera. Questi luoghi diventano ricettacolo di gruppi di ragazzi che, alterati, li scambiano per campi di battaglia improvvisati e terreni di caccia al portafoglio. 

Solo due domeniche prima dell’aggressione in Corso Ticinese, sette ragazzi 16enni e 17enni hanno pestato a sangue un coetaneo all’Arco della Pace per rubargli il portafoglio. Non si sono fermati nemmeno quando la vittima era a terra. E ancora, la notte tra venerdì e sabato 6 novembre nei pressi di piazza XXIV Maggio un 26enne è stato accoltellato alla schiena mentre scappava da una rapina.

Il giorno precedente quattro 18enni hanno aggredito con i taser un gruppo di ragazzi in Gae Aulenti, ma vengono messi in fuga: presi dai poliziotti, avevano ancora addosso la refurtiva di una rapina messa a segno pochi minuti prima. Particolarmente grave invece il bollettino della notte di Halloween: 21 gli interventi della polizia per risse fra bande. 

Sorge spontanea la domanda: la nostra è una generazione di violenti e criminali? 

La risposta, ovviamente, è no. Ridurre il tutto ad una generale condanna è speculativo e strumentale. Ma è sicuro che il livello della tensione si sia alzato in seguito ai due lockdown dovuti al Covid-19.

L’applicazione della DAD è stata del tutto velleitaria, e nei contesti difficili delle realtà periferiche milanesi (per chi non fosse di casa, la periferia milanese è un universo del tutto a sé stante rispetto al Centro) l’inefficienza ha ridotto al minimo le possibilità di intervento dei professori nei confronti degli alunni con maggiori difficoltà. Spesso da queste situazioni al limite provengono la maggior parte dei giovani che compiono queste azioni violente.

Qui i ragazzi sono costretti, assieme alle loro famiglie, in piccoli appartamenti delle case ALER (di proprietà quindi della Regione Lombardia e non del Comune) spesso prive degli essenziali servizi. Parliamo di quartieri-dormitorio, palazzoni grigi in cui non sono rari i casi in cui il riscaldamento non funzioni. Figurarsi un tablet per seguire le lezioni a distanza. 

È ovvio che allora su questa parte di popolazione, composta in maggioranza da italiani di seconda generazione, sfugga il «controllo sociale». Pesa sulla situazione il dato relativo all’abbandono scolastico: prima della pandemia eravamo tra i peggiori quattro paesi in Europa.

Il 15% dei ragazzi abbandonava la scuola prima del completamento del ciclo. 

Ma appunto questi sono dati relativi all’era pre-pandemica: per avere un quadro attuale possiamo solo rifarci alla dispersione implicita, ossia il valore che indica quei ragazzi che, diplomandi, possiedono solo una minima parte delle competenze che avrebbero dovuto acquisire. Se nel 2019 il dato si attestava al 7%, nel 2021 si è raggiunto il 9,5%. È vero, questi sono percentuali riferite alla dimensione nazionale: ma cosa ci vieta di ipotizzare che in contesti come quelli sopra descritti il dato non sia simile, se non peggiore? 

Il boomer benpensante dirà che «questi ragazzi si comportano così perché sono influenzati da modelli valoriali errati che, anche attraverso la musica, trasmettono un’ideologia della violenza e della sopraffazione, del menefreghismo e dell’ignoranza per il senso civico».

Quindi la colpa sarebbe dei rapper, giusto? Forse è il caso di invertire questo assunto: una generazione abbandonata da tutti non può far altro che esprimere il proprio disagio attraverso questa musica. 

Ed è proprio così che si sentono i nostri coetanei: abbandonati.

Il picchiare, il rubare, l’accoltellare, non sono altro che una vendetta contro una società che li ha sputati al margine della civiltà. Andare in Centro a prendere il portafoglio e le scarpe «ai figli di papà» non è altro che il sintomo di un rancore sociale evidente e generalizzato. 

Organizzare una rissa su Telegram contro gli «opps» (rivali) non è altro che intrattenimento. Questo è il risultato di un condizionamento profondo e grave: nessuno di noi ce la farà, scappare dalla perif’ è impossibile e se succede è solo perché il colpo è andato bene o perché hai spaccato con la musica. 

Questa è la rassegnazione, ovvero ciò che causa il rancore di cui sopra. È il caso di smettere di ignorare questi ragazzi: non per pura pietà cristiana, ma perché ciò che stanno vivendo loro, alla fine lo sta vivendo tutta la nostra generazione. Abbandonata, stigmatizzata, inascoltata dalla politica (siamo pochi e non portiamo voti). Senza una reale prospettiva di uscire dalla nostra condizione, qualsiasi essa sia. 

Non c’è modo migliore di chiudere, se non lasciando la parola a chi da questi contesti proviene e ha provato a narrarli. Come scrive il giovane rapper di San Siro Neima Ezza

Bilocale, ma non è una casa, vengo dalla perif’ 
Viviamo in cinque in una stanza di quaranta metri 
Qui stiamo buttati per strada da quando son baby 
Non sento nessuna domanda
Tanto alla fine che cambia? Vengo dalla perif’

Articolo di Edoardo Arcidiacono.

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