Artisti, musei e pandemie. La risposta dell’arte alla crisi sanitaria

Artisti, musei e pandemie. La risposta dell'arte alla crisi sanitaria

Il Covid-19 (tra le tan­tis­si­me altre cose) ha modi­fi­ca­to l’approccio del pub­bli­co all’arte. Da tour vir­tua­li e con­fe­ren­ze a live strea­ming, musei e altre isti­tu­zio­ni cul­tu­ra­li han­no tro­va­to modi uni­ci per coin­vol­ge­re gli aspi­ran­ti visi­ta­to­ri como­da­men­te da casa. Ma il cam­bia­men­to vis­su­to duran­te la pan­de­mia non si è limi­ta­to sola­men­te a come vivia­mo l’arte. Anche la manie­ra in cui gli arti­sti crea­no e rac­con­ta­no sto­rie è sta­ta influen­za­ta dai recen­ti avve­ni­men­ti. Ben­ché pos­sa sem­bra­re trop­po pre­sto per crea­re arte sul­la pan­de­mia – sul sen­so di per­di­ta, di ansia, ma anche di tena­ce spe­ran­za – ciò che emer­ge­rà dagli ambien­ti arti­sti­ci negli anni a veni­re mire­rà sicu­ra­men­te a cat­tu­ra­re il mon­do pre e post-Covid. Fino­ra sia­mo già sta­ti testi­mo­ni di sva­ria­te ope­re che ritrag­go­no perio­di di gra­ve cri­si sani­ta­ria più o meno lon­ta­ni nel tempo. 

A metà del XIV seco­lo la peste nera fece deci­ne di milio­ni di vit­ti­me, met­ten­do in ginoc­chio la popo­la­zio­ne dell’epoca. In rispo­sta, Boc­cac­cio scris­se il Deca­me­ron, una com­me­dia uma­na su un grup­po di gio­va­ni fio­ren­ti­ni che fug­go­no dal­la cit­tà, ormai inva­sa dal­la pesti­len­za, e ten­go­no alto il mora­le rac­con­tan­do­si del­le novel­le. For­se ad alcu­ni è sem­pre sem­bra­to uno stra­no modo di esor­ciz­za­re la gra­ve cri­si di quel tem­po, ma in fon­do non è poi così diver­so dai con­te­nu­ti onli­ne con cui ci distra­ia­mo oggi, dai post su Insta­gram e Twit­ter ai video su Tik­Tok e You­Tu­be. For­se lo sva­go in fac­cia alla dispe­ra­zio­ne nel Deca­me­ron ave­va già cat­tu­ra­to per­fet­ta­men­te lo spirito. 

Nel 1919, sulla scia della pandemia influenzale nota come «la spagnola», l’artista Edvard Munch dipinse Autoritratto dopo l’influenza spagnola.

Il qua­dro del noto pit­to­re nor­ve­ge­se resti­tui­sce il sen­so di dispe­ra­zio­ne e nichi­li­smo che per­va­de­va la popo­la­zio­ne nel pri­mo dopo­guer­ra, tro­va­ta­si a dover fare i con­ti con un dop­pio trau­ma: le feri­te anco­ra aper­te del­la Gran­de Guer­ra da un lato e la cri­si sani­ta­ria dall’altro. Non c’è da mera­vi­gliar­si se, anche in que­sto caso, il mon­do dell’arte mutò dra­sti­ca­men­te. Non diver­sa­men­te dall’inizio del XX seco­lo, stia­mo viven­do un perio­do di scon­vol­gen­ti cambiamenti. 

E se all’epoca era l’autoritratto di Munch dopo la spa­gno­la, ora sono i sel­fie scat­ta­ti da ope­ra­to­ri sani­ta­ri distrut­ti dal cari­co di lavo­ro e da pazien­ti soprav­vis­su­ti al virus a lascia­re una testi­mo­nian­za visi­va for­te e neces­sa­ria per con­ti­nua­re a sen­si­bi­liz­za­re alla pre­ven­zio­ne. Negli anni 80 e 90 la cri­si dovu­ta alla dif­fu­sio­ne mas­si­va dell’HIV/AIDS segnò una gene­ra­zio­ne. Una miria­de di arti­sti pre­stò il pro­prio lavo­ro per dare visi­bi­li­tà a ciò che il gover­no sta­va igno­ran­do. L’intento die­tro le loro ope­re varia­va: alcu­ne ave­va­no lo sco­po di docu­men­ta­re l’epidemia – che si accin­ge­va a rag­giun­ge­re uno sta­dio di dif­fu­sio­ne glo­ba­le – men­tre altre quel­lo di ampli­fi­ca­re la voce del­le per­so­ne che sta­va­no lot­tan­do con­tro la malat­tia. Quel che è cer­to, nel­la mag­gior par­te dei casi, è che l’obiettivo fina­le non era rea­liz­za­re ope­re appro­va­te dai musei. Tra gli arti­sti che si fece­ro avan­ti ci fu anche Félix González-Torres. 

Nel­la sua sim­bo­lo­gia sono fon­da­men­ta­li le cara­mel­le: l’artista cuba­no era soli­to uti­liz­zar­le per tra­smet­te­re un mes­sag­gio, come quan­do ammuc­chiò una mon­ta­gnet­ta di que­sti dol­ciu­mi dicen­do che chiun­que, pas­san­do e veden­do­la, avreb­be potu­to pren­der­ne una e por­tar­la via con sé. Nell’interpretazione dell’opera ogni cara­mel­la pre­sa sim­bo­leg­gia la vita di una per­so­na sie­ro­po­si­ti­va por­ta­ta via dal­la malat­tia. Le per­so­ne avreb­be­ro potu­to pren­de­re quan­te cara­mel­le voles­se­ro fin­ché la pigna non si fos­se ine­vi­ta­bil­men­te esaurita. 

Torniamo ai giorni nostri, ormai ai primi atti del 2022. Qual è lo stato attuale dell’arte e dei musei? 

Mura­les sui lati degli edi­fi­ci, instal­la­zio­ni negli spa­zi pub­bli­ci, mostre gra­tui­te: sem­pre più spes­so le ope­re d’arte nasco­no per esse­re acces­si­bi­li a tut­ti, sen­za alcu­na bar­rie­ra mone­ta­ria all’ingresso. Pau­lo Lucas Von Vaca­no, fon­da­to­re del­la casa edi­tri­ce di arte e foto­gra­fia con­tem­po­ra­nea DRAGO, affer­ma: «Il Covid-19 è una meta­fo­ra di cam­bia­men­to, un gros­so peri­co­lo ma anche una gran­de oppor­tu­ni­tà. Il siste­ma dell’arte è implo­so su se stes­so, le gal­le­rie e i musei sono rima­sti deser­ti e la rispo­sta arri­va dall’outdoor, in par­ti­co­la­re dal­la stra­da, vero mainstream». 

In effet­ti, una del­le for­me più apprez­za­te di free art è pro­prio l’arte di stra­da, o street art, che ha assun­to un ruo­lo visi­vo impor­tan­te nel pero­ra­re le cau­se socia­li più cal­de di que­sti ulti­mi anni, dal movi­men­to Black Lives Mat­ter ai dirit­ti del­la comu­ni­tà LGBTQ+, dal­la cau­sa ambien­ta­le al coro­na­vi­rus. Que­sto si deve cer­ta­men­te anche al fat­to che il gra­di­men­to e l’importanza attri­bui­ti ai cosid­det­ti arti­sti di stra­da, o street arti­st, da par­te del pub­bli­co e degli esper­ti sia­no aumen­ta­ti note­vol­men­te, soprat­tut­to a par­ti­re dagli anni 2000. Nomi come Keith Haring, Bank­sy, She­pard Fai­rey e Tvboy sono ormai noti e con­sa­cra­ti a livel­lo inter­na­zio­na­le. Dal can­to loro anche i musei han­no ria­per­to le por­te al gran­de pub­bli­co, natu­ral­men­te a pat­to di man­te­ne­re le misu­re di sicu­rez­za anti-Covid previste. 

La volontà di mettere a disposizione di tutti le opere custodite nei musei è stata ulteriormente incentivata da diverse iniziative gratuite, tra le più recenti: la street art su tela di Tvboy al Mudec e la mostra di fotografie dello statunitense Irving Penn alla Cardi Gallery. 

Ma non par­lia­mo solo di Mila­no, anche a Firen­ze gli Uffi­zi muo­vo­no rapi­di ver­so la digi­ta­liz­za­zio­ne e la comu­ni­ca­zio­ne social: «Ren­de­re la cul­tu­ra più popo­la­re e vici­na alle per­so­ne nor­ma­li costi­tui­sce un fine prio­ri­ta­rio per i musei […] Que­sto è uno dei moti­vi per cui anche la cul­tu­ra può vive­re su Tik­Tok» sostie­ne Ilde For­gio­ne, respon­sa­bi­le del pro­fi­lo del museo pro­prio su Tik­Tok. Gli Uffi­zi sono sta­ti i pri­mi, insie­me al Museo del Pra­do di Madrid e al Metro­po­li­tan Museum of Art di New York, a sbar­ca­re sul­la piat­ta­for­ma per cer­ca­re di avvi­ci­na­re e incu­rio­si­re il pub­bli­co dei più giovani. 

Ciò è avve­nu­to nell’aprile del 2020, anco­ra una vol­ta a testi­mo­nian­za del fat­to che la pan­de­mia ha por­ta­to sul­la stra­da del social mar­ke­ting anche enti cul­tu­ra­li per tra­di­zio­ne un po’ restii a sbar­ca­re sul digi­ta­le. Non solo Tik­Tok, anche Twit­ter, Insta­gram, Twitch e Goo­gle. Il risul­ta­to? Un mon­do dell’arte sem­pre più ibri­do che negli ulti­mi due anni ha (ri)scoperto il poten­zia­le di inter­net. Dif­fi­ci­le pre­ve­de­re cosa suc­ce­de­rà nel pros­si­mo futu­ro, quel che è cer­to però è che sono sta­ti intro­dot­ti dei trend che indub­bia­men­te inci­de­ran­no in manie­ra pro­fon­da sul­la visio­ne dell’arte e sul nostro modo di usufruirne.

Erica Turturro
Clas­se 98, alle pre­se con la magi­stra­le di lin­gue. Abi­tu­di­na­ria ma curio­sa, un po’ nerd, sogna­tri­ce di not­te e razio­na­le di gior­no, col­le­zio­no ricordi.
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