Eve Babitz e Joan Didion. Addio alle due facce di Los Angeles

Eve Babitz

Los Ange­les è una cit­tà che in mol­ti han­no ten­ta­to di affer­ra­re: una metro­po­li gigan­te­sca in cui ten­ta­re la for­tu­na, per­der­si, rifar­si una vita o por­vi fine. Come tut­ti micro­co­smi tal­men­te influen­ti da diven­ta­re meta­fo­re del­la socie­tà, del mon­do, del­la vita, anche l’aspetto di Los Ange­les dipen­de dal­le len­ti che si por­ta­no quan­do la si osser­va. E come ogni cit­tà-ico­na, essa ha sapu­to ave­re diver­se fac­ce a secon­da dei decen­ni, evol­ven­do con l’evolvere dei suoi cit­ta­di­ni. Negli anni Ses­san­ta, era mol­to diver­sa rispet­to ad oggi. Hol­ly­wood pian­ge­va Mary­lin Mon­roe, men­tre la musi­ca veni­va rivo­lu­zio­na­ta al Trou­ba­dour dal­le esi­bi­zio­ni live dei Doors e la poli­ti­ca cam­bia­va con le mani­fe­sta­zio­ni degli stu­den­ti a Berkeley.

È all’interno di que­sta gran con­fu­sio­ne che si for­ma­no Eve Babi­tz e Joan Didion: due don­ne pro­fon­da­men­te diver­se, di ori­gi­ni diver­se, ma che si ritro­ve­ran­no a cir­co­la­re nel­le stes­se cer­chie. Entram­be scri­ve­ran­no per tut­ta la vita di Los Ange­les, dan­do­ne due imma­gi­ni così diver­se da esse­re sem­pre sovrap­po­ste e con­trap­po­ste. I loro pun­ti di vista sono costan­te­men­te para­go­na­ti, come si fa con le don­ne influen­ti da che se ne ha memo­ria, tan­to che Babi­tz ci ha scher­za­to, rin­gra­zian­do Didion e il mari­to nel suo pri­mo libro «per dover esse­re ciò che lei non è».

Il vero scherzo del destino è stato quello dei loro ultimi respiri, sul finire del 2021, a distanza l’uno dall’altro di solo cinque giorni. 

È dun­que d’obbligo ricor­dar­le insie­me e cer­ca­re di fare una bre­ve ras­se­gna di ciò che que­ste due don­ne sono sta­te per la let­te­ra­tu­ra e per il gior­na­li­smo. Eve Babi­tz è sicu­ra­men­te la meno cono­sciu­ta tra le due. Fino a pochi anni fa era poco cono­sciu­ta e ciò che era arri­va­to ai più con­si­ste­va soprat­tut­to di gos­sip. La sua vita, infat­ti, comin­cia in un mon­do eli­ta­rio e alto­lo­ca­to: Babi­tz nasce a Los Ange­les da una madre pit­tri­ce e un padre vio­li­ni­sta, il suo padri­no è Stra­vin­skij e sin da pic­co­la fre­quen­ta intel­let­tua­li e arti­sti influenti.

Rag­giun­ge la fama in cit­tà nel 1963, quan­do a una mostra di Duchamp al Museo Pasa­de­na vie­ne espo­sta una foto che la ritrae nuda men­tre gio­ca a scac­chi con l’artista. La sua car­rie­ra par­te come pit­tri­ce, ma nel 1974 scri­ve il suo pri­mo libro, Eve’s Hol­ly­wood, e comin­cia a fare del­la scrit­tu­ra la sua pro­fes­sio­ne. Qua­si tut­ti i suoi libri sono com­po­sti di rac­con­ti semi auto­bio­gra­fi­ci e sono ambien­ta­ti a Los Angeles. 

La pro­ta­go­ni­sta di soli­to è lei e rac­con­ta, con entu­sia­smo e sen­za mai dare giu­di­zi mora­li, le diver­se sfac­cet­ta­tu­re del­la sua cit­tà e dei mem­bri del­la sua cer­chia. Ren­de il let­to­re par­te­ci­pe del­la vita di una gio­va­ne ragaz­za ric­ca, bel­la e disi­ni­bi­ta: alter­na rifles­sio­ni sul­la vita e la socie­tà e con­tri­bui­sce a gio­ca­re dei pet­te­go­lez­zi di cui è pro­ta­go­ni­sta, pre­oc­cu­pan­do­si (solo quan­do le va) di inven­ta­re pseu­do­ni­mi. Babi­tz descri­ve Los Ange­les come la cit­tà miglio­re del mon­do. «Cul­tu­ral­men­te, Los Ange­les è sem­pre sta­ta una umi­da giun­gla […] Ci vuo­le una cer­ta inno­cen­za per apprezzar(la), è richie­sta una cer­ta feli­ci­tà pura per esser(vi) feli­ci. Quan­do le per­so­ne non sono feli­ci, lot­ta­no con­tro Los Ange­les e dico­no che è una ter­ra desolata». 

È la sua scrittura così energica e senza inibizione che fa sentire il lettore «come se fosse un il suo nuovo migliore amico» e probabilmente è anche il motivo per cui non è mai stata presa sul serio come autrice. 

Ella stes­sa ride­rà di ciò dopo la pub­bli­ca­zio­ne nel 2014 di un arti­co­lo sul­la sua bio­gra­fia e la suc­ces­si­va risco­per­ta del­le sue ope­re più famo­se: «io mi sono sem­pre pre­sa sul serio come scrit­tri­ce, imma­gi­no ci sia­no volu­ti più di 40 anni per­ché il mon­do si met­tes­se in pari con me». Da anni la sua Los Ange­les non era più la stes­sa e nem­me­no lei: col pas­sa­re del tem­po (e in segui­to a un inci­den­te) ave­va comin­cia­to a riti­rar­si in casa e a fare poche appa­ri­zio­ni, ma nono­stan­te que­sto non ha mai abban­do­na­to l’amata città. 

Joan Didion inve­ce nasce a Sacra­men­to da una fami­glia i cui avi ave­va­no migra­to ver­so la Cali­for­nia con­di­vi­den­do par­te del tra­git­to con un grup­po, det­to Don­ner Par­ty, la cui spe­di­zio­ne avrà esi­to tra­gi­co e sarà ricor­da­ta per sem­pre come uno dei capi­to­li più bui del­la sto­ria Ame­ri­ca­na. I rac­con­ti del viag­gio com­piu­to dai non­ni si sus­se­guo­no per tut­ta la sua infan­zia lascian­do­le nume­ro­se imma­gi­ni che l’accompagneranno ine­vi­ta­bil­men­te nel­la scrit­tu­ra, come i ser­pen­ti e il deserto.

Scri­ve da quan­do ave­va 5 anni: ini­zia con rac­con­ti a dir poco inquie­tan­ti, il pri­mo per esem­pio par­la di una mor­te tra­gi­ca di una don­na dovu­ta alla tem­pe­ra­tu­ra estre­ma del deser­to. È gra­zie a un con­cor­so di scrit­tu­ra (il Prix de Paris) che fa i suoi pri­mi pas­si nel mon­do del gior­na­li­smo: a vent’anni si tra­sfe­ri­sce a New York e comin­cia a scri­ve­re per Vogue. Nel­la gran­de mela cono­sce­rà il suo futu­ro mari­to, John Gre­go­ry Dun­ne, anche lui scrit­to­re e col qua­le col­la­bo­re­rà per diver­se testate. 

È prima di tutto in questo ambito, infatti, che rivoluzionerà il modo di scrivere.

È una pio­nie­ra del New Jour­na­li­sm, ovve­ro la pra­ti­ca di rac­con­ta­re epi­so­di di cro­na­ca aggiun­gen­do ai fat­ti com­pro­va­ti del­le con­si­de­ra­zio­ni per­so­na­li o imma­gi­ni fit­ti­zie nate dal­la pen­na del gior­na­li­sta; ad oggi que­sta è una pra­ti­ca dif­fu­sis­si­ma. Joan Didion è però anche una scrit­tri­ce mol­to impor­tan­te: i suoi roman­zi sono ambien­ta­ti qua­si tut­ti in una Los Ange­les vista come luo­go di per­di­zio­ne e per­ver­sio­ne. Didion vede­va la metro­po­li come una meta­fo­ra del mon­do: dove Eve Babi­tz vede­va un mosai­co, lei vede­va una spi­ra­le che por­ta­va a con­se­guen­ze anche infelici. 

Que­sta visio­ne è più evi­den­te nel­le rac­col­te di sag­gi sugli anni ’70, Ver­so Betlem­meThe Whi­te Album. Nei suoi roman­zi, inve­ce, le pro­ta­go­ni­ste sono don­ne che han­no qua­si sem­pre un po’di lei: sem­bra «sor­pren­den­te­men­te fra­gi­le» come Lily di Run River, ha un cor­po «masche­ra­to da ragaz­zi­na» come Char­lot­te di Diglie­lo da par­te mia. Ma è for­se Maria di Pren­di­la così quel­la che le somi­glie­rà di più nel­le sven­tu­re: la sepa­ra­zio­ne dal­la figlia anco­ra gio­va­ne e la con­vi­ven­za con emi­cra­nie e distur­bi men­ta­li. L’anno del pen­sie­ro magi­co è con­si­de­ra­to il suo capo­la­vo­ro, un’autobiografia in cui rac­con­ta dell’anno in cui ha per­so sia il mari­to che la figlia Quin­ta­na. È sta­to solo gra­zie al suo carat­te­ri­sti­co rigo­re che è riu­sci­ta a supe­ra­re l’esperienza. «Leg­ge­re, impa­ra­re, dar­si da fare, infor­mar­si. Esse­re infor­ma­ti signi­fi­ca non per­de­re il controllo». 

Didion non si è mai limi­ta­ta a scri­ve­re, ha sem­pre con­di­vi­so i moti­vi che la spin­ge­va­no a far­lo, quel­lo che secon­do lei era il sen­so dell’atto e ha sem­pre for­ni­to con­si­gli per tut­ti colo­ro che vole­va­no intra­pren­de­re la car­rie­ra. Secon­do l’autrice, infat­ti, la dif­fe­ren­za tra chi scri­ve sul serio e chi no sta soprat­tut­to nel­la sua posi­zio­ne nei con­fron­ti del­la pau­ra: «è la dif­fe­ren­za tra ave­re pau­ra e non far­ne nien­te e ave­re pau­ra, ma far­ne qual­co­sa». La per­di­ta di que­ste due scrit­tri­ci è un gra­ve lut­to per il mon­do del­la let­te­ra­tu­ra, ma il lato posi­ti­vo è che offre l’opportunità di cono­scer­le a chi non l’ha avu­ta men­tre era­no in vita e le ripor­ta, un’ultima dol­ce-ama­ra vol­ta, sot­to i riflet­to­ri. Non è for­se il modo più Cali­for­nia­no per andarsene?

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Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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