Radici. L’esposizione “Italia ‘61” tra storia e memoria

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica. 


«Fat­ta l’Italia, biso­gna fare gli ita­lia­ni». Una fra­se, quel­la attri­bui­ta all’intellettuale otto­cen­te­sco Mas­si­mo D’Azeglio, che con­den­sa parec­chi decen­ni di vicen­de del Bel Pae­se. All’epoca, in una real­tà socia­le arre­tra­ta e con una scar­sa alfa­be­tiz­za­zio­ne, il ricor­so al cana­le sim­bo­li­co diven­ne la scor­cia­to­ia prin­ci­pa­le per costrui­re un’identità nazio­na­le con­di­vi­sa. Lo spa­zio urba­no si tra­sfor­mò nel tea­tro di ciò che Geor­ge Mos­se ha defi­ni­to una “reli­gio­ne lai­ca”: un insie­me di ritua­li civi­li con cui la nazio­ne si auto-rap­pre­sen­ta di fron­te ai suoi cit­ta­di­ni, pla­sma la loro iden­ti­tà in sen­so col­let­ti­vo facen­do per­no sull’estetica, sul­la sug­ge­stio­ne di tut­to ciò che è ata­vi­co e, per­ché no, pure sul coin­vol­gi­men­to emo­ti­vo. Vede­re per cre­de­re, insomma. 

Come si nazio­na­liz­za­no le mas­se? La peda­go­gia patriot­ti­ca è un deda­lo infi­ni­to di poli­ti­che del­la memo­ria: sus­si­dia­ri di scuo­la, piaz­ze inti­to­la­te a eroi risor­gi­men­ta­li e par­ti­gia­ni, libric­ci­ni come “Cuo­re”, inni e discor­si uffi­cia­li, pro­gram­mi alla tivù, cele­bra­zio­ni, ricor­ren­ze. Sono tut­ti pez­zet­ti di quel­la che col tec­ni­ci­smo odier­no chia­mia­mo Public Histo­ry: la sto­ria di uso pub­bli­co e per il bene pub­bli­co, inte­sa come disci­pli­na che si muo­ve tra ieri e ora col pas­so ampio del­le ana­lo­gie, stan­do atten­ta a non cade­re nel pec­ca­to dell’anacronismo. Fare Public Histo­ry è cer­ca­re nel ser­ba­to­io del pas­sa­to miti di fon­da­zio­ne, idea­li con­di­vi­si, trac­ce di rispo­sta alle doman­de del presente. 

Storia e memoria procedono sempre insieme, una riflessa nell’altra: l’attuale è già selezione e comunicazione di sé, e ogni accento nel flusso degli eventi si irrigidisce in un ricordo collettivo prima ancora di finire all’ufficio stampa. 

A ogni nazio­ne la sua auto­bio­gra­fia in tem­po rea­le. Come cogli spec­chi, allo­ra, del­la Pri­ma Repub­bli­ca si può par­la­re in due modi. Pri­mo: si può star lì a elen­ca­re, con rigi­di­tà pur­trop­po sco­la­sti­ca, una man­cia­ta di fat­ti che il più del­le vol­te non inte­res­sa­no a nes­su­no. Oppu­re, a voler fare gli ori­gi­na­li, pos­sia­mo guar­da­re nel vetro dell’italianità di allo­ra, fru­ga­re nell’atteggiamento auto-per­cet­ti­vo di uno Sta­to e del­la sua clas­se poli­ti­ca, sof­fer­mar­ci sul 1961 e vede­re un po’ che vol­to sal­ta fuo­ri. Ita­lia ‘61, nota anche come Espo­si­zio­ne Inter­na­zio­na­le del Lavo­ro, è il nome del­le cele­bra­zio­ni per il pri­mo cen­te­na­rio dell’Unità d’Italia, orga­niz­za­te a Tori­no nel 1961. Dopo l’inaugurazione del pre­si­den­te Gron­chi, tre mostre furo­no aper­te al pub­bli­co: la mostra sto­ri­ca, quel­la dedi­ca­ta alle regio­ni e quel­la del lavoro. 

Il ricor­do del­la guer­ra non era anco­ra lon­ta­no, e due linee prin­ci­pa­li gui­da­va­no le poli­ti­che del­la memo­ria: libe­rar­si dell’ultra-nazionalismo fasci­sta e fare del­la Resi­sten­za un nuo­vo mito gene­si­co accan­to a quel­lo risor­gi­men­ta­le. Un per­cor­so non sem­pli­ce: la guer­ra fred­da ave­va por­ta­to a memo­rie divi­se e par­zia­li dell’esperienza par­ti­gia­na, con mani­fe­sta­zio­ni non più uni­ta­rie come quel­le del pri­mo anno repub­bli­ca­no. Il 1961 segnò inve­ce un’inversione di ten­den­za: l’esposizione fu un suc­ces­so, e anche i cor­tei del 25 apri­le, pur con qual­che ecce­zio­ne agli estre­mi, mostra­ro­no una com­pat­tez­za degna del 1946. Come mai a ini­zio anni Ses­san­ta la Resi­sten­za tor­nò un ful­cro ideo­lo­gi­co con­di­vi­so?

Tori­no 1961 è un cro­no­to­po che ci dice mol­to sull’Italia di allo­ra: pro­prio agli albo­ri del decen­nio del boom eco­no­mi­co si scel­se come cit­tà del­le cele­bra­zio­ni uni­ta­rie l’antica capi­ta­le sabau­da non­ché pri­ma capi­ta­le ita­lia­na, e il capo­luo­go che era, nel pre­sen­te di allo­ra, una pun­ta del trian­go­lo indu­stria­le. Come in un pas­sag­gio di testi­mo­ne: l’Italia risor­gi­men­ta­le sta­va entran­do nel­la moder­ni­tà e si con­se­gna­va a un’Italia nuo­va, quel­la del pro­gres­so, del lavo­ro, degli anni a veni­re. E la Resi­sten­za, rispet­to al Risor­gi­men­to, era con i suoi prin­ci­pi e valo­ri più vici­na al con­tem­po­ra­neo, più adat­ta al ruo­lo di fon­da­men­to di un’identità nazio­na­le da sal­da­re in un momen­to cru­cia­le: il pas­sag­gio dall’era arcai­ca e con­ta­di­na a quel­la industriale. 

L’inizio dei Sessanta fu all’insegna delle grandi trasformazioni: l’economia cresceva trainata dal settore automobilistico e la struttura occupazionale si sbilanciava sempre più a favore del secondario, mentre nelle case entravano beni di consumo, televisori, rotocalchi.

Lo svi­lup­po non era cer­to pri­vo di ombre, e avven­ne al prez­zo di livel­li sala­ria­li mol­to bas­si, con­sen­ti­ti dal­la disoc­cu­pa­zio­ne ende­mi­ca e dal­la gran­de dispo­ni­bi­li­tà di mano­do­pe­ra nel Sud, e di gros­si tagli agli spa­zi sin­da­ca­li. Del resto, come ave­va rive­la­to un’inchiesta par­la­men­ta­re sul­la mise­ria qual­che anno pri­ma, le con­di­zio­ni di una buo­na fet­ta di popo­la­zio­ne rima­ne­va­no anco­ra dram­ma­ti­che. C’era poi chi, da sini­stra, guar­da­va con mal­ce­la­ta pre­oc­cu­pa­zio­ne al tre­no dei desi­de­ri con­su­mi­sti­ci: in una cele­bre inter­vi­sta del gen­na­io 1963, Paso­li­ni par­lò di tugu­ri attrez­za­ti con la tele­vi­sio­ne, ico­ne con­trad­dit­to­rie di un pae­se che ave­va smar­ri­to le sue origini. 

I ritua­li civi­li e i discor­si sul­la nazio­ne sono sem­pre ambi­va­len­ti: nati per con­so­li­da­re una real­tà poli­ti­ca e inte­grar­ne gli abi­tan­ti, pos­so­no crea­re per­ples­si­tà, divi­sio­ni, nar­ra­zio­ni alter­na­ti­ve. Così anche l’Italia del­le gran­di tra­sfor­ma­zio­ni, inten­ta a cele­bra­re i suoi cent’anni pro­prio men­tre si pro­iet­ta­va sull’avvenire, atti­ra­va su di sé giu­di­zi tan­to entu­sia­sti quan­to pes­si­mi­sti­ci. Inter­pre­ta­zio­ni spe­cu­la­ri eppu­re uni­vo­che in un aspet­to: la con­sa­pe­vo­lez­za di una cesu­ra, di un cam­bia­men­to irre­ver­si­bi­le che avreb­be rimo­del­la­to gli ita­lia­ni fin dal­la quo­ti­dia­ni­tà del “Caro­sel­lo” – cit­ta­di­ni di un pae­se nuo­vo e ormai, pur con tut­te le dif­fi­col­tà del caso, pas­sa­to dal­la neces­si­tà di rico­struir­si alle ambi­zio­ni del­lo sviluppo. 

Cosa aspet­tar­si inve­ce da uno Sti­va­le che si ritro­ve­rà a cele­bra­re il pro­prio due­cen­te­na­rio nel 2061? Nell’era del­la glo­ba­liz­za­zio­ne, del tra­mon­to del­le nazio­ni e dei nuo­vi par­ti­ti-movi­men­to che fan­no dell’appartenenza micro-ter­ri­to­ria­le una ban­die­ra, dif­fi­ci­le non esse­re cini­ci sull’Italia che sare­mo. Basti pen­sa­re a come ci vedia­mo già! Arci-ita­lia­ni se si par­la di pal­lo­ne o come con­se­guen­za di qual­che insof­fe­ren­za etni­ca, anti-ita­lia­ni quan­do appa­io­no i soli­ti ciar­lo­ni col vita­li­zio sul pri­mo cana­le. O maga­ri fie­ri cosmo­po­li­ti radi­cal-chic che dall’italianità pren­do­no le distan­ze, per timo­re di esse­re iden­ti­fi­ca­ti con l’intruglio di fami­li­smo buz­zur­ro, scar­so civi­smo e mafie di ogni sor­ta che pen­sia­mo esse­re la nostra imma­gi­ne all’estero. Non è for­se que­sto il nostro rifles­so allo specchio?

Un neo­pa­triot­ti­smo repub­bli­ca­no sen­za enfa­si, come dice­va Napo­li­ta­no qual­che anno fa, potreb­be esse­re il pun­to di par­ten­za per una rile­git­ti­ma­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni e al con­tem­po per un mag­gio­re sen­so civi­co. A tal pro­po­si­to, alla ten­ta­zio­ne scet­ti­ca fareb­be­ro da otti­mo con­tral­ta­re le paro­le di Giu­lia­no Ama­to: il pre­si­den­te del Comi­ta­to Nazio­na­le del­le cele­bra­zio­ni uni­ta­rie svol­te­si nel 2011 com­men­tò che «il pas­sa­to è ciò che voglia­mo rica­var­ne a secon­da del futu­ro che sce­glia­mo», sot­to­li­nean­do il suc­ces­so dell’evento nel coin­vol­ge­re i più gio­va­ni. In effet­ti, anche la pan­de­mia ci sta resti­tuen­do l’affresco di una gene­ra­zio­ne, pro­prio quel­la imbe­vu­ta di social net­work, che sui ban­chi veri ci vuo­le tor­na­re. E pre­ten­de una scuo­la miglio­re, un po’ meno asser­ti­va e più aper­ta al dia­lo­go, che inse­gni a tirar su un pon­te tra ciò che si stu­dia e la con­cre­tez­za dell’essere cit­ta­di­ni. Pare qua­si un’incongruenza eppu­re, nell’età del disor­di­ne e del pre­sen­ti­smo digi­ta­le, c’è anco­ra un’Italia gio­va­ne che cer­ca le sue radi­ci pro­prio per­ché vede un domani. 

Con­di­vi­di:
Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.