Shamsia Hassani, dipingere le donne per renderle libere

Shamsia Hassani, dipingere le donne per renderle libere

Una linea taglia l’immagine esat­ta­men­te a metà. Pro­prio al suo cen­tro è raf­fi­gu­ra­ta un’altalena su cui don­do­la, ad occhi chiu­si, una ragaz­za. Il viso è pro­te­so ver­so il cie­lo, come a voler spic­ca­re il volo. Die­tro di lei l’oscurità, l’orrore di una stan­za buia cari­ca di tut­to il male che la cir­con­da. Di fron­te a lei spa­zi aper­ti, l’azzurro di un cie­lo sen­za con­fi­ni. Il taglio nel cen­tro sem­bra indi­ca­re pro­prio que­sto: la costri­zio­ne del­la pri­gio­nia, l’utopia del­la libertà.

La ragaz­za nel mura­les è Sham­sia Has­sa­ni, la mano e la men­te crea­tri­ce dell’opera d’arte, e al con­tem­po è miglia­ia di don­ne diver­se eppu­re ugua­li a lei. Has­sa­ni è figlia di rifu­gia­ti afgha­ni, nata in Iran 33 anni fa. In Afgha­ni­stan ha fre­quen­ta­to l’università di bel­le arti di Kabul, dove ades­so detie­ne la cat­te­dra di scul­tu­ra. Da sem­pre affa­sci­na­ta dal­la pit­tu­ra e dal dise­gno come mez­zo di espres­sio­ne ha comin­cia­to a spe­ri­men­ta­re la dimen­sio­ne dei graf­fi­ti già nel 2010. 

È sta­ta la pri­ma street arti­st afgha­na a dipin­ge­re Kabul e colo­ra­re le mace­rie del­la sua cit­tà. Ed è sta­ta la pri­ma che, con que­sti colo­ri, ci ha costrui­to un mon­do inte­ro. Le pro­ta­go­ni­ste del­le sue ope­re sono infat­ti le don­ne dell’Afghanistan, tut­te così bel­le, così fra­gi­li e for­ti allo stes­so tem­po. Don­ne, che pare fos­se­ro rivol­te pro­prio a loro le paro­le di Phi­lip­pe Jac­cot­tet: «Sì, la luce stes­sa / così bel­la, così can­gian­te, / la luce stes­sa è oscura».

Per­ché è una lumi­no­sa oscu­ri­tà quel­la che alber­ga nell’anima del­le pro­ta­go­ni­ste del­le ope­re di Sham­sia Has­sa­ni. Don­ne ele­gan­ti, bel­lis­si­me, ritrat­te cia­scu­na con gli occhi chiu­si e sen­za boc­ca. Scel­ta sti­li­sti­ca che mostra la con­se­guen­za di esse­re don­na nel­la con­tin­gen­za sto­ri­ca nel­la qua­le tut­te loro sono immer­se, una real­tà da far pau­ra, da toglie­re il fia­to, fino alla scom­par­sa, len­ta, nel­la morte. 

«Voglio usa­re un muro come tela per­ché solo così pos­so con­di­vi­de­re il mio lavo­ro con le per­so­ne» e così «intro­dur­le all’arte. Per­ché la mag­gior par­te di loro non ha la pos­si­bi­li­tà di anda­re nei musei o nel­le gal­le­rie». Que­sto per­ché si è in un con­te­sto in cui l’arte è con­si­de­ra­ta sov­ver­si­va, rivo­lu­zio­na­ria e soprat­tut­to un luo­go dove l’arte diven­ta una via di fuga e que­sto, alme­no per chi detie­ne il pote­re, è il più gran­de sacri­le­gio per­ché in gra­do di ren­de­re liberi.

E la Kabul che emerge dei graffiti di Hassani mostra infatti una società patriarcale che rigorosamente non ammette sogni e non concede voce per poterli inseguire. 

Le don­ne di Has­sa­ni ven­go­no ritrat­te con gli occhi chiu­si, sen­za boc­ca, nei loro abi­ti tra­di­zio­na­li, ma con stru­men­ti musi­ca­li tra le mani. Stru­men­ti che piz­zi­ca­no con l’anima riu­scen­do, così, mira­co­lo­sa­men­te a espri­mer­si. L’arte e con essa anche la musi­ca, così tan­to imma­gi­na­ta, ago­gna­ta e dispe­ra­ta­men­te neces­sa­ria diven­ta infat­ti l’unico modo per far udi­re ciò che que­ste don­ne sen­to­no, cal­pe­sta­te e dimen­ti­ca­te nel mon­do silen­zio­so nel qua­le ven­go­no zit­ti­te. Un urlo capa­ce di squar­cia­re anche la vio­len­za e il silen­zio del­le menti. 

Attra­ver­so que­sti qua­dri e que­ste don­ne cor­re la sto­ria di ciò che in Afgha­ni­stan acca­de, sot­to gli occhi radi­ca­li degli uomi­ni che non appro­va­no il lavo­ro di Has­sa­ni per­ché non ne rie­sco­no a car­pir­ne il sen­so, per­ché peri­co­lo­sa­men­te libero.

Come un pre­sa­gio, poco pri­ma del­la con­qui­sta di Kabul da par­te dei tale­ba­ni nell’agosto di quest’anno, Has­sa­ni ave­va dipin­to una don­na con un pia­no tra le brac­cia, il vol­to chi­no, un muro di uomi­ni vesti­ti in nero alle sua spal­le. Un pre­sa­gio che si è fat­to real­tà per­ché con il ritor­no dei tale­ba­ni nel Pae­se, le don­ne han­no per­so quei pochi dirit­ti per cui ave­va­no lot­ta­to tan­to fati­co­sa­men­te duran­te gli ulti­mi vent’anni. Stu­dia­re, lavo­ra­re, usci­re sen­za dover chie­de­re il per­mes­so di esse­re accom­pa­gna­te. Par­la­re libe­ra­men­te in pub­bli­co. Così la spe­ran­za si fran­tu­ma nel­la capil­la­re distru­zio­ne attua­ta con­tro la pos­si­bi­li­tà di sognare.

Come una ghi­gliot­ti­na si schian­ta sul­le vite di miglia­ia di don­ne, di uomi­ni, di arti­sti e di tut­ti colo­ro che han­no osa­to sogna­re in gran­de, che han­no osa­to colo­ra­re il gri­gio rigo­re del­la tra­di­zio­ne afgha­na. Ini­zia così la stra­zian­te ricer­ca di tut­ti colo­ro, che negli anni pre­ce­den­ti, sono diven­ta­ti un sim­bo­lo di spe­ran­za e di libertà. 

Has­sa­ni, in quan­to arti­sta, inse­gnan­te e don­na, è costret­ta a dover can­cel­la­re le pro­prie trac­ce non sol­tan­to dai muri del­la sua cit­tà ma anche dall’universo del digi­ta­le, dai social, per nascon­der­si, per far dimen­ti­ca­re al mon­do la sua esi­sten­za e spe­ra­re, così, di salvarsi.

I suoi qua­dri, le sue libe­re ope­re d’arte sono però già vira­li. Così, accom­pa­gna­ta dal corag­gio di milio­ni di per­so­ne, Has­sa­ni ha con­ti­nua­to a posta­re le sue ope­re anche duran­te i gior­ni del­la cadu­ta di Kabul. Per­ché «i nostri sogni sono cre­sciu­ti nei vasi neri» dichia­ra. Nell’oscurità del mon­do intor­no a sé ha tro­va­to la luce, la for­za per poter lan­cia­re un gri­do di spe­ran­za a tut­ti colo­ro che, in quel poz­zo scu­ro, sta­va­no affo­gan­do lentamente.

«L’umanità e la gen­ti­lez­za sono anco­ra vive e non han­no con­fi­ni. Sono al sicu­ro ora» – scri­ve sui social. Nasco­sta, nes­su­no sa dove, ma abba­stan­za vici­na per con­ti­nua­re, con l’arte, a rac­con­ta­re e ren­de­re libe­re le don­ne di quel suo mon­do che le vuo­le sottomesse. 

«Vor­rei un gior­no riu­sci­re a ren­de­re famo­so l’Afghanistan per la sua arte e non per la sua guer­ra». Colo­rar­la, la guer­ra, e con lei tut­te le sue don­ne, le sue ani­me coraggiose.

C’è una don­na che strin­ge al pet­to una fine­stra, con il cie­lo azzur­ro, strin­ge a sé tut­to il mon­do. E un’altra: i capel­li al ven­to, i pie­di diret­ti al cie­lo si don­do­la su un’altalena alta quan­to la cit­tà. Un’altra sal­va dei fio­ri ros­si da un poz­zo sen­za fine, un’altra por­ge del­la luce a chi nel­la vita le ha riser­va­to solo una not­te sen­za alba. E un’altra anco­ra, inca­te­na­ta alla sua ter­ra, vola ver­so luo­ghi lon­ta­ni, più libe­ri, più colo­ra­ti. È tut­to un mon­do quel­lo di Hassani.

Sham­sia Has­sa­ni che ha abban­do­na­to la sua casa per con­ti­nua­re a vive­re e far vive­re, con lei, miglia­ia di don­ne, non solo afgha­ne, ma tut­te quel­le costret­te, intrap­po­la­te, vio­la­te e dimen­ti­ca­te negli ango­li bui del­la Terra. 

Has­sa­ni, «sì, la luce stes­sa /così bel­la, così cangiante».

Con­di­vi­di:
Giulia Ghirardi
Scri­vo quel­lo che non rie­sco a dire a paro­le. Amo cam­mi­na­re sot­to la piog­gia, i tuli­pa­ni ed esse­re sor­pre­sa. Sono attrat­ta da chi ha qual­co­sa da dire, dal­l’ar­te e dal­le emo­zio­ni fuo­ri luo­go. Sogno di vede­re il mon­do e di fare del­la mia vita un capolavoro.

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