Del: 1 Febbraio 2022 Di: Laura Colombi Commenti: 0

Tra poesia e cantautorato non c’è un vero confine, e Luca Cassano, giovane paroliere milanese d’adozione, in arte Le rose e il deserto, è arrivato a ricordarcelo. Chitarra, voce, penna e anima, lo ricorderemo per l’EP intitolato Io non sono sabbia uscito alla fine del lontano primo lockdown del 2020: il suo pop, allegro e spensierato, ma allo stesso tempo accompagnato da testi anche complessi, suscitò infatti l’interesse di critica e pubblico.

Il progetto – nato ormai quattro anni fa – ha già all’attivo una cinquantina di concerti, fra i quali i milanesi Arci Ohibò, Arci Bellezza e Legend Club, Piccoli concerti a Roma, Il silenzio del cantautore a Ferrara, il salotto di Mao a Torino e tanti altri. Inoltre, Le rose e il deserto ha fatto aperture per Bianco, Nicolò Carnesi, Gnut, Gianluca De Rubertis, The Niro, Kutso, Sandro Joyeux, Federico Sirianni. 

Non solo: Le rose e il deserto ha pubblicato anche una raccolta di poesie dal titolo Poesie a gettoni vol.1. Abbiamo avuto l’occasione di saperne di più rivolgendo qualche domanda direttamente all’autore.


Ciao Luca e benvenuto su Vulcano. Per prima cosa, la nostra domanda di rito: come descriveresti in breve il tuo progetto musicale?

L’anima del progetto è cantautorale. Userei anche le parole poetico ed evocativo

Come mai il nome Le rose e il deserto

Quando l’ho scelto mi piaceva l’idea di un nome collettivo per un progetto solista, come I CaniLo stato socialeLe luci della centrale elettrica. Ma soprattutto, le rose del deserto sono agglomerati di sabbia che puoi trovare nel deserto e sembrano appunto delle piccole rose. Sono note per essere vendute ai turisti che vanno nel Sahara. La cosa interessante è che perché si formino queste rose nel deserto ci vuole una condizione rara: l’acqua. L’acqua scioglie il gesso nella sabbia e poi evaporando crea queste forme; queste rose rimangono sotto la sabbia finché il tuareg le recupera.

Questa immagine, per me, descrive alla perfezione il processo creativo. Come le rose, la poesia evoca delle immagini già presenti nella mente e le porta alla luce. Il poeta è come un tuareg che recupera questo bene, un bene che nasce in circostanze del tutto straordinarie.

Le rose e il deserto è anche un progetto poetico. Puoi parlarci di Poesie a gettoni?

Per me non c’è un vero confine tra poesia e canzone. Poesie a gettoni è nato per caso come un progetto di poesia collettiva: quando ho iniziato ad usare Instagram ho scoperto il box domande nelle Storie, e ho lanciato un format del tipo “regalami una parola che ti piace e ti scrivo una poesia” (#paroleagettoni). Ciò che faccio, in pratica, è raccogliere una serie di parole che mi vengono inviate (ne scelgo alcune) e scrivere una poesia che contiene quella parola: Poesie a gettoni vol.1 raccoglie le 80 poesie scritte durante il 2020. Il libro viene venduto come merchandising ai miei concerti, o può essere acquistato online scrivendomi su Instagram. 

Veniamo alla tua musica. Nell’EP c’è tanto della Milano metropolitana e tocchi anche il tema ambientale: come ha influito sulla tua scrittura il tuo trasferimento qui?

L’ambiente e il paesaggio sono sicuramente tra i protagonisti dell’EP. Una delle immagini che torna a più riprese è il mare, che mi manca moltissimo: da calabrese, ho vissuto 10 anni a Pisa prima di arrivare a Milano e se la dimensione metropolitana da un lato mi intriga, da un altro mi deprime la mancanza di spazi aperti. Orizzontimare, sono tutte parole e immagini che tornano nei miei testi. Il tema dell’ambiente ovviamente mi è caro: ciò che faccio è semplicemente parlare della realtà che ci circonda, degli alberi delle rotonde. Come non potrei? Però mi sento di dire che non c’è nella mia scrittura un vero e proprio spirito ambientalista, faccio fatica a sentirmi portavoce di qualcosa. Cerco di avere una visione personale e intima delle cose, quello che so fare è scrivere canzoni che esprimano il mio punto di vista. Di mio sono molto schivo e credo in una connessione emotiva intima tra chi ascolta e chi scrive, non ho la pretesa di insegnare o convincere.

Dicevi che Le rose e il deserto è un progetto tutto milanese. C’è un motivo?

Sì, Le rose e il deserto è nato a Milano nell’autunno del 2018. 

Ho studiato chitarra e pianoforte da ragazzino e poi per 20 anni ho solo scritto e letto. Arrivato nel 2014 a Milano (per lavoro) ho iniziato a fare cover nei locali insieme ad altri due ragazzi, coinquilini e colleghi di avventure, finché sulla scorta di tanti amici che ci chiedevano inediti sono nati i primi pezzi di cui ero autore. Poi il gruppo si è sciolto, ma la voglia di portare in giro i miei testi non è venuta meno. Così è nato il mio progetto solista. 

Sicuramente vivere a Milano ha influito sul mio percorso artistico, e se ho ricomprato la chitarra e riiniziato a suonare è stato anche per reazione alla città. Cercavo un cuscinetto ai miei primi mesi milanesi, per conto mio: non pensavo ad esibirmi in pubblico. I molti club attivi in città mi hanno poi dato occasione di iniziare a portare in giro la mia musica.

Se c’è tanto di Milano, nell’EP parli altrettanto delle tue origini…

Penso che il mio fare musica sia la risposta all’educazione piuttosto prussiana che ho ricevuto. Se mio padre fosse in vita credo non apprezzerebbe molto il fatto che vado in giro a suonare. C’è un confronto-scontro generazionale con i miei genitori, tra il senso di gratitudine per quello che mi hanno dato e il non voler diventare come loro. Penso al testo di Sabbia, in cui mi specchio in una pozzanghera e mi rivedo in mio padre.

Il tempo, insieme all’immagine del mare, è tra i temi fondamentali dell’EP. La sabbia è elemento che evoca entrambi. Il tempo che passa è tra le mie angosce più grandi e la sabbia fa scorrere il tempo ma rallenta anche il motore. In particolare, temo il tempo sprecato e penso a volte mi crogiolarmi troppo. 

Per quanto riguarda le melodie, puoi descriverci il processo creativo che ha portato all’EP come lo conosciamo?

Le melodie sono mie e tutti i brani nascono pronti per essere portati ai live, dove suono chitarra e voce. L’arrangiamento è di Stefano Morselli delle Manifatture Morselli Recording di Modena. L’idea era di fare un disco che suonasse leggero, un po’ pop. Quando ho cominciato a lavorare a questo disco stavo riascoltando tanto Lo stato Sociale e il Jovanotti del Jova Beach party, c’era tanta elettronica anni ‘80, quell’elettronica volutamente plasticosa che ritrovi anche in Sabbia.

L’idea era di fare dei testi con molta malinconia ed emotività e che le musiche alleggerissero questo impianto. L’idea iniziale è partita con Sabbia, l’ho creata con l’ukulele in Sardegna e l’ho inviata a Stefano: in pochi giorni era pronta. In seguito c’è stato però un pentimento da parte mia, che spiega il titolo dell’EP. Una volta creata quella patina plasticosa, non mi sono ritrovato in quei suoni. Volevo qualcosa di intimo, domestico, invece è arrivato questo. Il titolo Io non sono Sabbia voleva prendere le distanze da quella canzone. Intendo dire, nel periodo del 2020 secondo me si poteva fare solo qualcosa di leggero, però Io non sono Sabbia è un EP che faccio fatica a riascoltare. Quindi per il prossimo disco aspettatevi qualcosa di molto diverso.

Allora chiudiamo in bellezza. Puoi concederci qualche anticipazione su questo prossimo lavoro?

Sarà un disco più acustico, più scarno, sebbene la componente elettronica ci sarà. È cambiato produttore e c’è tutto un altro tipo di arrangiamenti. L’ultimo album di Pier Cortese e quello di Niccolò Fabi sono per me due perle di cantautorato inarrivabile, e questo è lo scenario a cui sto guardando. Rimanete collegati!

Laura Colombi
Mi pongo domande e diffondo le mie idee attraverso la scrittura e la musica, che sono le mie passioni.

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