La crisi del giornalismo. Un’opinione

La crisi del giornalismo. Un'opinione

Sot­to la defi­ni­zio­ne di SLAPP rica­do­no quel­le cau­se lega­li inten­ta­te con­tro i gior­na­li­sti a segui­to del­la legit­ti­ma rac­col­ta e con­di­vi­sio­ne di infor­ma­zio­ni di inte­res­se pub­bli­co. Il com­pi­to eti­co del gior­na­li­sta è deli­nea­to dal­le car­te deon­to­lo­gi­che del­la pro­fes­sio­ne, rias­sun­te nell’ultima pub­bli­ca­zio­ne del 2016, secon­do cui il gior­na­li­smo ha il com­pi­to di rac­co­glie­re dati per resti­tui­re all’opinione pub­bli­ca la «veri­tà sostan­zia­le dei fat­ti».

Il dram­ma ini­zia spe­cial­men­te quan­do que­sta «veri­tà dei fat­ti» si intrec­cia, e ine­vi­ta­bil­men­te spes­so acca­de, con la veri­tà dei fat­ti altrui, maga­ri di gran­di per­so­na­li­tà poli­ti­che, azien­de, impor­tan­ti mar­chi nel mon­do del busi­ness. Nor­mal­men­te, spe­cie quan­do han­no qual­co­sa da nascon­de­re, que­sti atto­ri emer­gen­ti del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà non apprez­za­no trop­po che qual­cu­no fic­chi il naso nel­le loro fac­cen­de, in cer­ca di quel­la veri­tà sostan­zia­le dei fat­ti da con­se­gna­re al gran­de pubblico. 

Mol­to spes­so le cau­se ves­sa­to­rie non costi­tui­sco­no un rea­le pro­ble­ma lega­le per i gior­na­li­sti, in quan­to si com­pon­go­no pre­va­len­te­men­te di accu­se piut­to­sto assur­de e facil­men­te difen­di­bi­li facen­do appel­lo ai dove­ri eti­ci del­la pro­fes­sio­ne dell’informatore. Rima­ne il fat­to che il gior­na­li­sta è chia­ma­to a soste­ne­re il peso eco­no­mi­co e mora­le di un vero e pro­prio pro­ces­so, che tal­vol­ta può pro­trar­si anche per diver­so tempo. 

Il risultato è un clima molto intimidatorio, in cui il giornalista si ritrova ad avere uno spazio di manovra sempre più angusto, ristretto ulteriormente dalle condizioni complesse del proprio lavoro. 

Sì, per­ché le SLAPP, acro­ni­mo di Sta­tre­gic Liti­ga­tion Again­st Public Par­te­ci­pa­tion, non sono altro che un sin­to­mo di un mon­do dell’informazione che arran­ca sem­pre di più di fron­te ai cam­bia­men­ti del lavo­ro e dei mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne. Il gior­na­li­sta ha per­so quel­la legit­ti­ma aurea di pro­tet­to­re del­la veri­tà dei fat­ti di cui pote­va gode­re qual­che tem­po fa. 

Oggi la vali­di­tà del­la stam­pa non fa che esse­re mes­sa in dub­bio. Basta scor­re­re velo­ce­men­te la sezio­ne com­men­ti sot­to i post Face­book dei prin­ci­pa­li quo­ti­dia­ni nazio­na­li (Repub­bli­ca, Il Gior­na­le, Cor­rie­re del­la Sera) per ren­der­si con­to del­la gene­ra­le dif­fi­den­za che gli uten­ti nutro­no nei con­fron­ti di que­ste isti­tu­zio­ni dell’informazione. In un con­te­sto infor­ma­ti­vo vizia­to da fake news e da un opi­nio­ni­smo fuo­ri con­trol­lo che spes­so entra nel­la nar­ra­zio­ne dei fat­ti, dove tut­ti – pro­fes­sio­ni­sti e non – han­no la pos­si­bi­li­tà di dire la pro­pria sul­le que­stio­ni più scot­tan­ti del­la nostra attualità. 

Vei­co­lo indi­scu­ti­bil­men­te poten­te di que­sta varie­tà di opi­nio­ni spes­so cao­ti­ca sono i social e più in gene­ra­le le vastis­si­me pos­si­bi­li­tà del web. Blog, pagi­ne più o meno serie di infor­ma­zio­ne, Wiki­pe­dia sono solo alcu­ni degli spa­zi in cui chiun­que sap­pia digi­ta­re su una tastie­ra può affer­ma­re la sua ver­sio­ne dei fat­ti veden­do­si anche rico­no­sciu­ta dall’utenza una cer­ta autorità. 

Il mon­do del­la stam­pa sta viven­do oggi dirom­pen­ti con­trad­di­zio­ni inter­ne, per cui i pro­fes­sio­ni­sti dell’informazione si vedo­no detrar­re la fidu­cia del pub­bli­co, men­tre sul web spo­po­la­no fake news a cui mol­ti dan­no cor­da. Inol­tre, lad­do­ve i social han­no aumen­ta­to espo­nen­zial­men­te la pos­si­bi­li­tà di con­di­vi­sio­ne di infor­ma­zio­ni e opi­nio­ni non sem­pre ben sup­por­ta­te da fat­ti, i mez­zi tra­di­zio­na­li di comu­ni­ca­zio­ne si vedo­no schiac­cia­ti da cau­se lega­li ves­sa­to­rie come le SLAPP, che ine­vi­ta­bil­men­te restrin­go­no i dirit­ti e i dove­ri dei pro­fes­sio­ni­sti. A risen­tir­ne è innan­zi tut­to la pos­si­bi­li­tà di acce­de­re a una cor­ret­ta informazione. 

È indubbio che in certa misura la diffidenza rispetto alla stampa non è immotivata. 

I gior­na­li­sti di oggi sono sem­pre più chia­ra­men­te con­no­ta­ti da una pre­ci­sa posi­zio­ne poli­ti­ca, tan­to che sem­pre più spes­so nei vari talk-show di attua­li­tà ven­go­no chia­ma­ti i diret­to­ri dei prin­ci­pa­li quo­ti­dia­ni nazio­na­li per avval­la­re le istan­ze dell’una o dell’altra incli­na­zio­ne ideo­lo­gi­ca. Par­lia­mo­ci chia­ro: non è di per sé un dan­no il fat­to che le pos­si­bi­li­tà di con­di­vi­de­re e rag­giun­ge­re le infor­ma­zio­ni sia mol­to aumen­ta­ta nell’ultimo decen­nio, né tan­to meno che vi sia una plu­ra­li­tà di visio­ni sull’attualità.

Sto­ri­ca­men­te la liber­tà d’espressione è sta­ta il per­no e il ter­mo­me­tro del­la liber­tà stes­sa di uno Sta­to. La svol­ta auto­ri­ta­ria del fasci­smo in Ita­lia può costi­tui­re un ica­sti­co esem­pio. Nel 1925 le leg­gi fasci­stis­si­me han­no, tra le altre cose, eli­mi­na­to le testa­te gior­na­li­sti­che non affi­ni al PNF e intro­dot­to le veli­ne, sot­ti­li fogli in cui veni­va­no distri­bui­te le infor­ma­zio­ni sul Pae­se insie­me all’interpretazione che di que­ste dove­va esse­re data. Insom­ma, la pri­ma vit­ti­ma di un con­te­sto di limi­ta­zio­ne del­la liber­tà è pro­prio il plu­ra­li­smo d’opinione.

Ma è pos­si­bi­le arri­va­re ad un ecces­so di opi­nio­ni­smo? O meglio, è pos­si­bi­le che l’opinionismo arri­vi a vizia­re ele­men­ti di cro­na­ca che dovreb­be­ro esse­re il più pos­si­bi­le neu­tri? È ovvia­men­te legit­ti­mo che il gior­na­li­sta abbia una sua opi­nio­ne sui fat­ti che rac­con­ta ed è altret­tan­to ovvio quan­to sia dif­fi­ci­le annul­la­re com­ple­ta­men­te il pro­prio pen­sie­ro nel­la tra­smis­sio­ne di infor­ma­zio­ni. Anche il gior­na­li­sta in fon­do è umano. 

Uma­no, cer­to, ma pur sem­pre un pro­fes­sio­ni­sta. Azio­ni di agen­da set­ting volu­ta­men­te gio­stra­te al fine di dare mag­gio­re peso ad alcu­ni fat­ti piut­to­sto che ad altri, lin­guag­gio gior­na­li­sti­ca­men­te inap­pro­pria­to, rap­pre­sen­ta­zio­ne di feno­me­ni gon­fian­do o sgon­fian­do la rile­van­za dei dati in modo da ritrar­re la real­tà asse­con­dan­do le affi­ni­tà con una pre­ci­sa incli­na­zio­ne ideo­lo­gi­ca sono del­le stra­te­gie sem­pre più in uso nel gior­na­li­smo di oggi.

Un giornalismo asservito molto spesso ai tormentoni politici più che alla «realtà sostanziale dei fatti». 

Un esem­pio di que­sto feno­me­no per­vie­ne dal­le noti­zie sul­la migra­zio­ne, la cui nar­ra­zio­ne sul­la stam­pa nazio­na­le ha cau­sa­to una erra­ta rap­pre­sen­ta­zio­ne del feno­me­no nel­la popo­la­zio­ne ita­lia­na. Uno stu­dio di Ipsos Mori dimo­stra la pro­fon­da discre­pan­za che sus­si­ste tra l’effettiva enti­tà del­la que­stio­ne migra­to­ria in Ita­lia e la per­ce­zio­ne che gli ita­lia­ni pos­sie­do­no rispet­to alla pre­sen­za di stra­nie­ri nel nostro Pae­se. Indub­bia­men­te il les­si­co for­te­men­te emer­gen­zia­le («eser­ci­to di migran­ti», «inva­sio­ne», «allar­me migran­ti») con cui alcu­ni gior­na­li nazio­na­li descri­vo­no il feno­me­no non ha con­tri­bui­to a gene­ra­re un equi­li­bra­to e infor­ma­to rap­por­to con la migra­zio­ne in Italia. 

Ma se il gior­na­li­smo dei mas­si­mi livel­li, del­le più gran­di testa­te nazio­na­li, si lascia anda­re a que­sti mec­ca­ni­smi di ven­di­ta, a que­sti tito­lo­ni «acchiap­pa like» che atti­ra­no mol­to bene l’attenzione ma fal­li­sco­no mise­ra­men­te nel rac­con­ta­re cor­ret­ta­men­te l’attualità, per­ché il pub­bli­co dovreb­be anco­ra affi­dar­si a que­sti atto­ri dell’informazione pre­fe­ren­do­li ai social? La dif­fi­col­tà del gior­na­li­smo e la gra­ve cri­si di fidu­cia di cui sof­fre non è for­se altro che l’altra fac­cia del­la meda­glia di una pro­fon­da cri­si di affidabilità. 

D’altra par­te non c’è dub­bio che il lavo­ro del gior­na­li­sta non sia cer­to faci­li­ta­to dall’emergere di nuo­ve fon­ti di infor­ma­zio­ni nel­la sce­na del­la comu­ni­ca­zio­ne pub­bli­ca. Per sot­to­sta­re alla velo­ci­tà con cui le noti­zie pos­so­no cir­co­la­re sul web e sui social il gior­na­li­sta è spes­so sot­to­po­sto ad ora­ri di lavo­ro schiac­cian­ti, chia­ma­to a pro­dur­re arti­co­li a un rit­mo che non si addi­ce all’accuratezza e al lavo­ro di veri­fi­ca che sareb­be­ro inve­ce richie­sti alla sua professione. 

In queste condizioni non è strano che i giornalisti cadano in grossolani errori di valutazione, facendosi magari complici involontari di questa generale svalutazione della professione. 

Se a que­sto si aggiun­ge che è ormai sem­pre più dif­fi­ci­le vive­re di gior­na­li­smo, con testa­te gior­na­li­sti­che che pro­pon­go­no sti­pen­di imba­raz­zan­ti o addi­rit­tu­ra un paga­men­to in sola «espe­rien­za» ai gio­va­ni gior­na­li­sti, non stu­pi­sce affat­to come feno­me­ni come le SLAPP pos­sa­no ave­re effet­ti tre­men­da­men­te para­liz­zan­ti sul­la professione. 

Il qua­dro che emer­ge è estre­ma­men­te com­ples­so e asso­mi­glia ad un cane che si mor­de la coda. Tan­to più il gior­na­li­smo vie­ne sva­lu­ta­to, tan­to più lo si espo­ne ai peri­co­li del­la pro­fes­sio­ne, tan­to più pro­fon­da­men­te il ser­vi­zio peggiora. 

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Beatrice Balbinot
Mi chia­mo Bea­tri­ce, ma pre­fe­ri­sco Bea. Amo scri­ve­re, dire la mia, ave­re ragio­ne e man­gia­re tan­ti macarons.

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