Del: 16 Febbraio 2022 Di: Angela Perego Commenti: 1

Raccontare “la verità anche a scapito del mondo” è uno degli obiettivi che Tania Bruguera, artista e attivista nata a L’Avana nel 1968, ha sempre cercato di raggiungere, non solo attraverso la propria produzione ma anche nella quotidianità. Per la performance artist cubana il confine tra arte e vita è infatti inesistente, una distinzione che aspira a rimuovere anche dal punto di vista dei fruitori delle sue opere, così che il linguaggio estetico possa divenire strumento indirizzato all’indagine o alla risoluzione di problematiche sociali. 

Violazione dei diritti umani, esclusione e discriminazione delle minoranze, gestione dei flussi migratori e repressione della libertà di espressione sono alcune delle tematiche più ricorrenti nelle opere di Bruguera, che spesso consistono nel ricreare una situazione cui lo stesso spettatore possa prendere parte – un’esperienza in grado di provocare in lui una reazione, contribuendo in questo modo al completamento dell’opera stessa e all’attribuzione del suo significato. Si tratta di un’arte che utilizza come materiale il comportamento umano e che per questo è stata definita da Bruguera Arte de conducta. Con essa l’artista mira a rendere il proprio pubblico consapevole e partecipe, stimolando la ricerca di soluzioni alle problematiche che dilaniano la società contemporanea. 

Tania Bruguera, Sin Título (Kassel, 2002-2021). L’artista evoca l’ambiente di una fabbrica di munizioni durante la Seconda Guerra Mondiale. Le luci accecanti vengono periodicamente accese in modo improvviso, facendo sperimentare al pubblico una vulnerabilità che sollecita l’esplorazione di una coscienza storica e politica vissuta come esperienza personale, come sensazione fisica. 
Tania Brugera, Sin Título (Habana, 2000). In un ambiente reso inospitale dal buio e dai forti odori, alcuni performer pronunciano ad alta voce i nomi degli oltre cinquecento prigionieri politici a Cuba oggi. 

L’amore per il vero è anche ciò che ha contribuito a dare un nome alla prima grande mostra in Italia dedicata all’artista, La verità anche a scapito del mondo, rimasta esposta al Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano sino a pochi giorni fa, il 13 febbraio. 

Questa esigenza è certamente uno dei principali punti di contatto tra la performance art di Tania Bruguera e il lavoro cinematografico portato avanti dalla regista bosniaca Jasmila Žbanić con il film Quo vadis, Aida?, proiettato presso la Cineteca Milano MEET lo scorso 9 febbraio in collaborazione con il PAC. Il contesto e gli eventi narrati sono certamente differenti: la mostra di Tania Bruguera si concentra molto sul lavoro svolto dall’artista in relazione al suo paese d’origine, Cuba, in cui la repressione della libertà di espressione continua ad essere durissima e i prigionieri politici numerosi. Quo vadis, Aida? è invece una pellicola che mette in scena il peggior massacro avvenuto in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale: quello della città musulmana di Srebrenica, nella parte orientale della Bosnia ed Erzegovina, risalente al luglio del 1995. Nonostante questo, moltissimi sono i profili che accomunano le opere delle due donne, come sottolineato dallo stesso curatore della mostra dedicata a Bruguera, Diego Sileo, durante la breve introduzione che ha preceduto la proiezione della pellicola. 

«In entrambi i casi si vuole proporre un esercizio di memoria collettiva – ha affermato Sileo. Questa è una delle funzioni principali dell’arte, attraverso la quale si dà voce a situazioni ancora poco note, che riguardano Paesi lontani e spesso avvolti da luoghi comuni. Bruguera, ad esempio, ha sempre cercato di portare fuori dall’isola tutto ciò che il suo Paese ha vissuto e che anch’essa ha potuto sperimentare in prima persona, essendo stata arrestata più volte per le proprie performance ed installazioni. Alla base vi è l’idea che la consapevolezza possa costituire un punto di inizio, un primo passo verso il cambiamento». 

Tanto Bruguera quanto Žbanić, inoltre, hanno realizzato opere che potremmo definire necessarie, nate dall’esigenza di far conoscere una verità insindacabile, che non può dipendere da punti di vista.

È proprio questa sincera urgenza che fa di Quo vadis, Aida? un film potentissimo, in grado di gettare luce su un episodio estremamente doloroso e ancora poco conosciuto della storia europea. Un film che è uno schiaffo al viso dello spettatore, il quale non può fare a meno di soffrire egli stesso per le mostruosità subite dai protagonisti e di avvertire la necessità di ribellarsi al clima di indifferenza che avvolge la vicenda. Un’opera dinanzi alla quale, proprio come nel caso dell’arte di Bruguera, non è possibile restare impassibili, ma che immerge lo spettatore in una realtà storica magari fino a quel momento poco nota, ricostruendo fedelmente ciò che è accaduto e destando bruscamente il pubblico dal torpore dell’ignoranza, dell’egoismo o del disinteresse. 

La vicenda si svolge nel 1995 a Srebrenica, in Bosnia ed Erzegovina. Attorno alla città, a maggioranza musulmana, imperversa la guerra ormai da tre anni. In un referendum svoltosi nel 1992, infatti, la maggioranza dei cittadini si è dichiarata favorevole alla proclamazione dell’indipendenza dalla Jugoslavia. A questo si sono però opposti con fermezza i serbi-bosniaci, che, dopo aver boicottato le urne, hanno dato inizio ad una guerra contro il governo bosniaco, nel tentativo di ottenere l’annessione della regione alla Serbia. I miliziani serbi si sono spesso accaniti contro le enclave musulmane, distruggendo città e provvedendo all’espulsione dei loro abitanti, allo scopo di creare un territorio abitato soltanto da serbi e che potesse essere annesso con maggiore facilità. 

Durante gli scontri, Srebrenica, collocata in una regione a maggioranza serba della Bosnia, viene proclamata “area sicura” dalle Nazioni Unite, così che nel 1995 essa ospita 20.000 profughi e 37.000 residenti. Tuttavia, a proteggere la città dai soldati serbi non vi sono che poche centinaia di caschi blu – nello specifico, gli olandesi appartenenti al contingente UNPROFOR. 

Aida (interpretata da Jasna Đuričić) è un’insegnante di inglese, madre di due figli che si stanno affacciando all’età adulta, Hamidja e Sejo. Nei giorni precedenti all’occupazione di Srebrenica da parte delle truppe di Ratko Mladić, essa si trova a lavorare come interprete per l’ONU. Ben presto appare chiaro che i caschi blu olandesi si trovano in numero insufficiente e non sono abbastanza organizzati per riuscire ad arginare l’avanzata di Mladić – cui, peraltro, non sembrano opporre particolare resistenza. Così, l’11 luglio 1995 la città di Srebrenica viene conquistata, mentre i suoi cittadini si dirigono in massa verso la sede dell’ONU, attorno alla quale si radunano in poche ore circa 25 mila persone. 

Cominciano le ore più dure per Aida, la cui figura non viene mai abbandonata dalla macchina da presa.

La seguiamo mentre scruta con apprensione tra la folla da dietro i cancelli della base ONU, alla ricerca del marito e dei figli, convinta che l’istituzione per la quale lavora possa riuscire a salvarli e che, una volta riunita entro quelle mura, la sua famiglia possa finalmente considerarsi al sicuro. Inutile dire che non sarà così. I soldati olandesi, pur essendo a conoscenza del rischio di genocidio, assisteranno senza opporre resistenza alle prime violenze e permetteranno l’uscita dei bosniaci dalla base, dinanzi alla quale uomini e ragazzi saranno caricati su diversi camion, diretti ai luoghi del massacro. Per questo, il tribunale dell’Aja ha riconosciuto la responsabilità dei Paesi Bassi per la morte di 300 persone a Srebrenica. Si stima che, in totale, le vittime furono 8.732. 

Angela Perego
Matricola presso la facoltà di Giurisprudenza, “da grande” non voglio fare l’avvocato. Nel tempo libero amo leggere e provare a fissare i miei pensieri sulla carta.

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