L’amore per la verità da Tania Bruguera a Jasmila Žbanić

Rac­con­ta­re “la veri­tà anche a sca­pi­to del mon­do” è uno degli obiet­ti­vi che Tania Bru­gue­ra, arti­sta e atti­vi­sta nata a L’Avana nel 1968, ha sem­pre cer­ca­to di rag­giun­ge­re, non solo attra­ver­so la pro­pria pro­du­zio­ne ma anche nel­la quo­ti­dia­ni­tà. Per la per­for­man­ce arti­st cuba­na il con­fi­ne tra arte e vita è infat­ti ine­si­sten­te, una distin­zio­ne che aspi­ra a rimuo­ve­re anche dal pun­to di vista dei frui­to­ri del­le sue ope­re, così che il lin­guag­gio este­ti­co pos­sa dive­ni­re stru­men­to indi­riz­za­to all’indagine o alla riso­lu­zio­ne di pro­ble­ma­ti­che sociali. 

Vio­la­zio­ne dei dirit­ti uma­ni, esclu­sio­ne e discri­mi­na­zio­ne del­le mino­ran­ze, gestio­ne dei flus­si migra­to­ri e repres­sio­ne del­la liber­tà di espres­sio­ne sono alcu­ne del­le tema­ti­che più ricor­ren­ti nel­le ope­re di Bru­gue­ra, che spes­so con­si­sto­no nel ricrea­re una situa­zio­ne cui lo stes­so spet­ta­to­re pos­sa pren­de­re par­te – un’esperienza in gra­do di pro­vo­ca­re in lui una rea­zio­ne, con­tri­buen­do in que­sto modo al com­ple­ta­men­to dell’opera stes­sa e all’attribuzione del suo signi­fi­ca­to. Si trat­ta di un’arte che uti­liz­za come mate­ria­le il com­por­ta­men­to uma­no e che per que­sto è sta­ta defi­ni­ta da Bru­gue­ra Arte de con­duc­ta. Con essa l’artista mira a ren­de­re il pro­prio pub­bli­co con­sa­pe­vo­le e par­te­ci­pe, sti­mo­lan­do la ricer­ca di solu­zio­ni alle pro­ble­ma­ti­che che dila­nia­no la socie­tà contemporanea. 

Tania Bru­gue­ra, Sin Títu­lo (Kas­sel, 2002–2021). L’artista evo­ca l’ambiente di una fab­bri­ca di muni­zio­ni duran­te la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Le luci acce­can­ti ven­go­no perio­di­ca­men­te acce­se in modo improv­vi­so, facen­do spe­ri­men­ta­re al pub­bli­co una vul­ne­ra­bi­li­tà che sol­le­ci­ta l’esplorazione di una coscien­za sto­ri­ca e poli­ti­ca vis­su­ta come espe­rien­za per­so­na­le, come sen­sa­zio­ne fisica. 
Tania Bru­ge­ra, Sin Títu­lo (Haba­na, 2000). In un ambien­te reso ino­spi­ta­le dal buio e dai for­ti odo­ri, alcu­ni per­for­mer pro­nun­cia­no ad alta voce i nomi degli oltre cin­que­cen­to pri­gio­nie­ri poli­ti­ci a Cuba oggi. 

L’amore per il vero è anche ciò che ha con­tri­bui­to a dare un nome alla pri­ma gran­de mostra in Ita­lia dedi­ca­ta all’artista, La veri­tà anche a sca­pi­to del mon­do, rima­sta espo­sta al Padi­glio­ne d’Arte Con­tem­po­ra­nea (PAC) di Mila­no sino a pochi gior­ni fa, il 13 febbraio. 

Que­sta esi­gen­za è cer­ta­men­te uno dei prin­ci­pa­li pun­ti di con­tat­to tra la per­for­man­ce art di Tania Bru­gue­ra e il lavo­ro cine­ma­to­gra­fi­co por­ta­to avan­ti dal­la regi­sta bosnia­ca Jasmi­la Žba­nić con il film Quo vadis, Aida?, pro­iet­ta­to pres­so la Cine­te­ca Mila­no MEET lo scor­so 9 feb­bra­io in col­la­bo­ra­zio­ne con il PAC. Il con­te­sto e gli even­ti nar­ra­ti sono cer­ta­men­te dif­fe­ren­ti: la mostra di Tania Bru­gue­ra si con­cen­tra mol­to sul lavo­ro svol­to dall’artista in rela­zio­ne al suo pae­se d’origine, Cuba, in cui la repres­sio­ne del­la liber­tà di espres­sio­ne con­ti­nua ad esse­re duris­si­ma e i pri­gio­nie­ri poli­ti­ci nume­ro­si. Quo vadis, Aida? è inve­ce una pel­li­co­la che met­te in sce­na il peg­gior mas­sa­cro avve­nu­to in Euro­pa dopo la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le: quel­lo del­la cit­tà musul­ma­na di Sre­bre­ni­ca, nel­la par­te orien­ta­le del­la Bosnia ed Erze­go­vi­na, risa­len­te al luglio del 1995. Nono­stan­te que­sto, mol­tis­si­mi sono i pro­fi­li che acco­mu­na­no le ope­re del­le due don­ne, come sot­to­li­nea­to dal­lo stes­so cura­to­re del­la mostra dedi­ca­ta a Bru­gue­ra, Die­go Sileo, duran­te la bre­ve intro­du­zio­ne che ha pre­ce­du­to la pro­ie­zio­ne del­la pellicola. 

«In entram­bi i casi si vuo­le pro­por­re un eser­ci­zio di memo­ria col­let­ti­va – ha affer­ma­to Sileo. Que­sta è una del­le fun­zio­ni prin­ci­pa­li dell’arte, attra­ver­so la qua­le si dà voce a situa­zio­ni anco­ra poco note, che riguar­da­no Pae­si lon­ta­ni e spes­so avvol­ti da luo­ghi comu­ni. Bru­gue­ra, ad esem­pio, ha sem­pre cer­ca­to di por­ta­re fuo­ri dall’isola tut­to ciò che il suo Pae­se ha vis­su­to e che anch’essa ha potu­to spe­ri­men­ta­re in pri­ma per­so­na, essen­do sta­ta arre­sta­ta più vol­te per le pro­prie per­for­man­ce ed instal­la­zio­ni. Alla base vi è l’idea che la con­sa­pe­vo­lez­za pos­sa costi­tui­re un pun­to di ini­zio, un pri­mo pas­so ver­so il cambiamento». 

Tanto Bruguera quanto Žbanić, inoltre, hanno realizzato opere che potremmo definire necessarie, nate dall’esigenza di far conoscere una verità insindacabile, che non può dipendere da punti di vista. 

È pro­prio que­sta sin­ce­ra urgen­za che fa di Quo vadis, Aida? un film poten­tis­si­mo, in gra­do di get­ta­re luce su un epi­so­dio estre­ma­men­te dolo­ro­so e anco­ra poco cono­sciu­to del­la sto­ria euro­pea. Un film che è uno schiaf­fo al viso del­lo spet­ta­to­re, il qua­le non può fare a meno di sof­fri­re egli stes­so per le mostruo­si­tà subi­te dai pro­ta­go­ni­sti e di avver­ti­re la neces­si­tà di ribel­lar­si al cli­ma di indif­fe­ren­za che avvol­ge la vicen­da. Un’opera dinan­zi alla qua­le, pro­prio come nel caso dell’arte di Bru­gue­ra, non è pos­si­bi­le resta­re impas­si­bi­li, ma che immer­ge lo spet­ta­to­re in una real­tà sto­ri­ca maga­ri fino a quel momen­to poco nota, rico­struen­do fedel­men­te ciò che è acca­du­to e destan­do bru­sca­men­te il pub­bli­co dal tor­po­re dell’ignoranza, dell’egoismo o del disinteresse. 

La vicen­da si svol­ge nel 1995 a Sre­bre­ni­ca, in Bosnia ed Erze­go­vi­na. Attor­no alla cit­tà, a mag­gio­ran­za musul­ma­na, imper­ver­sa la guer­ra ormai da tre anni. In un refe­ren­dum svol­to­si nel 1992, infat­ti, la mag­gio­ran­za dei cit­ta­di­ni si è dichia­ra­ta favo­re­vo­le alla pro­cla­ma­zio­ne dell’indipendenza dal­la Jugo­sla­via. A que­sto si sono però oppo­sti con fer­mez­za i ser­bi-bosnia­ci, che, dopo aver boi­cot­ta­to le urne, han­no dato ini­zio ad una guer­ra con­tro il gover­no bosnia­co, nel ten­ta­ti­vo di otte­ne­re l’annessione del­la regio­ne alla Ser­bia. I mili­zia­ni ser­bi si sono spes­so acca­ni­ti con­tro le encla­ve musul­ma­ne, distrug­gen­do cit­tà e prov­ve­den­do all’espulsione dei loro abi­tan­ti, allo sco­po di crea­re un ter­ri­to­rio abi­ta­to sol­tan­to da ser­bi e che potes­se esse­re annes­so con mag­gio­re facilità. 

Duran­te gli scon­tri, Sre­bre­ni­ca, col­lo­ca­ta in una regio­ne a mag­gio­ran­za ser­ba del­la Bosnia, vie­ne pro­cla­ma­ta “area sicu­ra” dal­le Nazio­ni Uni­te, così che nel 1995 essa ospi­ta 20.000 pro­fu­ghi e 37.000 resi­den­ti. Tut­ta­via, a pro­teg­ge­re la cit­tà dai sol­da­ti ser­bi non vi sono che poche cen­ti­na­ia di caschi blu – nel­lo spe­ci­fi­co, gli olan­de­si appar­te­nen­ti al con­tin­gen­te UNPROFOR. 

Aida (inter­pre­ta­ta da Jasna Đuričić) è un’insegnante di ingle­se, madre di due figli che si stan­no affac­cian­do all’età adul­ta, Hami­d­ja e Sejo. Nei gior­ni pre­ce­den­ti all’occupazione di Sre­bre­ni­ca da par­te del­le trup­pe di Rat­ko Mla­dić, essa si tro­va a lavo­ra­re come inter­pre­te per l’ONU. Ben pre­sto appa­re chia­ro che i caschi blu olan­de­si si tro­va­no in nume­ro insuf­fi­cien­te e non sono abba­stan­za orga­niz­za­ti per riu­sci­re ad argi­na­re l’avanzata di Mla­dić – cui, peral­tro, non sem­bra­no oppor­re par­ti­co­la­re resi­sten­za. Così, l’11 luglio 1995 la cit­tà di Sre­bre­ni­ca vie­ne con­qui­sta­ta, men­tre i suoi cit­ta­di­ni si diri­go­no in mas­sa ver­so la sede dell’ONU, attor­no alla qua­le si radu­na­no in poche ore cir­ca 25 mila persone. 

Cominciano le ore più dure per Aida, la cui figura non viene mai abbandonata dalla macchina da presa. 

La seguia­mo men­tre scru­ta con appren­sio­ne tra la fol­la da die­tro i can­cel­li del­la base ONU, alla ricer­ca del mari­to e dei figli, con­vin­ta che l’istituzione per la qua­le lavo­ra pos­sa riu­sci­re a sal­var­li e che, una vol­ta riu­ni­ta entro quel­le mura, la sua fami­glia pos­sa final­men­te con­si­de­rar­si al sicu­ro. Inu­ti­le dire che non sarà così. I sol­da­ti olan­de­si, pur essen­do a cono­scen­za del rischio di geno­ci­dio, assi­ste­ran­no sen­za oppor­re resi­sten­za alle pri­me vio­len­ze e per­met­te­ran­no l’uscita dei bosnia­ci dal­la base, dinan­zi alla qua­le uomi­ni e ragaz­zi saran­no cari­ca­ti su diver­si camion, diret­ti ai luo­ghi del mas­sa­cro. Per que­sto, il tri­bu­na­le dell’Aja ha rico­no­sciu­to la respon­sa­bi­li­tà dei Pae­si Bas­si per la mor­te di 300 per­so­ne a Sre­bre­ni­ca. Si sti­ma che, in tota­le, le vit­ti­me furo­no 8.732. 

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Angela Perego
Matri­co­la pres­so la facol­tà di Giu­ri­spru­den­za, “da gran­de” non voglio fare l’avvocato. Nel tem­po libe­ro amo leg­ge­re e pro­va­re a fis­sa­re i miei pen­sie­ri sul­la carta.

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