L’inverno demografico italiano, oltre le battaglie culturali

L'inverno demografico italiano, oltre le battaglie culturali

L’Italia è un pae­se di vec­chi. A sen­ten­ziar­lo, pri­ma anco­ra di papa Fran­ce­sco, sono gli isti­tu­ti di sta­ti­sti­ca: basta dare un’occhiata alle rile­va­zio­ni dell’Istat per nota­re che l’età media del­la popo­la­zio­ne, ora qua­si 46 anni, è in con­ti­nua sali­ta. Gli ita­lia­ni, nel mal­con­ten­to pon­ti­fi­cio, adot­ta­no qua­dru­pe­di pelo­si ma fan­no sem­pre meno figli. Sarà che sono trop­po cari? D’altronde, sfo­glian­do i quo­ti­dia­ni sco­pria­mo che esi­ste un 5% di don­ne bene­stan­ti che non ha figli per scel­ta e sta beno­ne; tra loro, una gior­na­li­sta a cui pare giu­sto pun­ta­re i riflet­to­ri su di sé, otte­nen­do man­co a dir­lo un tri­pu­dio di con­sen­si. In tut­to ciò, rima­ne poco chia­ra la natu­ra del pro­ble­ma. Cos’è l’inverno demo­gra­fi­co, un pro­ces­so alla mater­ni­tà man­ca­ta? Uno scon­tro di civil­tà? Nel dub­bio, sarà bene tor­na­re ai numeri. 

Un pri­mo indi­ca­to­re del­la capa­ci­tà ripro­dut­ti­va di una popo­la­zio­ne è il tas­so di fecon­di­tà tota­le: una sti­ma sin­te­ti­ca del nume­ro medio di figli per don­na che in Ita­lia, stan­do ai dati Istat del 2020, è di 1,24. Il com­pu­to dei nuo­vi nati, nel frat­tem­po, cala ogni anno, e il tas­so di incre­men­to natu­ra­le ha ormai rag­giun­to il ‑6%. Cosa influen­za que­sti valo­ri? Un nuo­vo modo di vive­re la pro­pria fem­mi­ni­li­tà, ma fino a un cer­to pun­to. Biso­gna con­si­de­ra­re fat­to­ri bio­lo­gi­ci, ambien­ta­li, socia­li, poli­ti­ci, geo­po­li­ti­ci. E poi, orro­re, il valo­re eco­no­mi­co del­la pro­le: se nel­le socie­tà pre­in­du­stria­li un bam­bi­no era un paio di brac­cia da spe­di­re a zap­pa­re i cam­pi, oggi il suo man­te­ni­men­to inci­de in nega­ti­vo sul bilan­cio fami­lia­re. Si capi­sce per­ché, nel Pae­se del sicu­ro pre­ca­ria­to, le nasci­te non veda­no un’impennata da parecchio. 

Un altro aspet­to che sal­ta fuo­ri dal­le pre­vi­sio­ni Istat per i pros­si­mi decen­ni è il pro­gres­si­vo invec­chia­men­to del­la popo­la­zio­ne. La spe­ran­za di vita è desti­na­ta a sali­re, e allo stes­so modo il rap­por­to tra il nume­ro di per­so­ne over 65 e la fascia in età pro­dut­ti­va: vegliar­di in aumen­to, cari­co socia­le degli anzia­ni pure. Cosa suc­ce­de­rà quan­do la tar­da età sarà in mag­gio­ran­za? L’inverno demo­gra­fi­co gene­ra sul lun­go perio­do dise­co­no­mie pesan­ti: dila­tar­si del­la doman­da di cure medi­che, cri­si del wel­fa­re e così via. Si pen­si alla Cina: la poli­ti­ca del figlio uni­co, abnor­me ope­ra di inge­gne­ria socia­le all’insegna del­la con­tra­zio­ne demo­gra­fi­ca, fu abban­do­na­ta nel 2015 pro­prio per via dell’invecchiamento gra­van­te sul vuo­to del siste­ma pen­sio­ni­sti­co. Si potreb­be pure svia­re dal­la lie­vi­ta­zio­ne del­la spe­sa pub­bli­ca dan­do la pre­ce­den­za a un set­to­re piut­to­sto che a un altro, ma non sono deci­sio­ni da pren­de­re con leggerezza. 

Tutto ciò per dire che valutare i rischi dell’andamento demografico non significa ricamare un preambolo per la prossima sagra della famiglia tradizionale. Piuttosto, prendere consapevolezza che l’attuale trend potrebbe diventare insostenibile. E chiedersi: che fare? 

Que­sta doman­da è dove­ro­sa per il gover­no, per­ché popo­la­zio­ne e scel­te poli­ti­che si influen­za­no a vicen­da. Per agi­re sul­la pri­ma non ci voglio­no cam­pa­gne pro­crea­ti­ve o discor­si vaghi sul­la fidu­cia nel futu­ro. Ser­vo­no inve­ce un mer­ca­to del lavo­ro che assor­ba la disoc­cu­pa­zio­ne, la pari­fi­ca­zio­ne sala­ria­le, poli­ti­che abi­ta­ti­ve. E for­se sareb­be uti­le discu­te­re nuo­ve pro­po­ste, anzi­ché sco­va­re in ogni caso un pre­te­sto riven­di­ca­ti­vo. Le don­ne bene­stan­ti che non han­no figli per scel­ta sono una per­cen­tua­le pic­co­la nel nostro inver­no demo­gra­fi­co, anche con­ce­den­do ai son­dag­gi un mar­gi­ne di erro­re. Un aspet­to su tan­ti dell’attuale tran­si­zio­ne, una spie­ga­zio­ne ma non l’unica. Nes­sun atten­ta­to alla pari­tà di gene­re e alle scel­te indi­vi­dua­li, nes­sun mani­fe­sto per una novel­la indu­stria di balil­la com­bat­ten­ti. Sem­mai, la nata­li­tà decre­scen­te è un allar­me che impo­ne un ripen­sa­men­to del­le poli­ti­che. Il fat­to poi che una don­na sen­za pro­le sia giu­di­ca­ta incom­ple­ta infa­sti­di­sce parec­chio – ma que­sto è un discor­so che inter­se­ca la fac­cen­da demo­gra­fi­ca, non il suo pun­to foca­le: piaz­zar­lo al cen­tro è un’interpretazione uni­la­te­ra­le e distorsiva. 

Alla com­ples­si­tà del­la geo­gra­fia uma­na ren­de giu­sti­zia solo un approc­cio mul­ti­di­sci­pli­na­re che costrin­ga a smor­za­re i toni, sop­pe­sa­re fat­to­ri diver­si ma inter­di­pen­den­ti, assu­mer­si respon­sa­bi­li­tà nel­la penom­bra del­le con­get­tu­re guar­dan­do al pia­ne­ta di doma­ni. Por­re l’accento sui mec­ca­ni­smi di scel­ta potreb­be anche esse­re la chia­ve per un’altra que­stio­ne: il sovraf­fol­la­men­to del glo­bo. Al 2022 sia­mo oltre 8 miliar­di, e le sti­me su quan­ti sare­mo tra cent’anni si accom­pa­gna­no a quel­le sul­la capien­za del pia­ne­ta. C’è chi par­la di una mol­la pron­ta a sca­ri­ca­re la sua for­za deva­sta­tri­ce in ter­mi­ni di degra­do socia­le e ambien­ta­le. Oppu­re chi, con un cer­to otti­mi­smo, intra­ve­de nel pro­gres­so tec­ni­co la scor­cia­to­ia per un’umanità in espan­sio­ne. For­se, sug­ge­ri­sco­no altri stu­dio­si, una ter­za via che por­ti fuo­ri dal clas­si­co dilem­ma mal­thu­sia­no c’è, e sta nel­la fles­si­bi­li­tà: leg­ge­re i nume­ri di vol­ta in vol­ta ed ela­bo­ra­re stra­te­gie, com­pro­mes­si tra for­ze di costri­zio­ne e rispo­ste adat­ti­ve, usan­do le pre­vi­sio­ni a lun­go ter­mi­ne come gui­da ai cor­ret­ti­vi del pre­sen­te. Abi­tuar­si all’incertezza.  

Cer­to sareb­be più sem­pli­ce se ideo­lo­gie e costu­mi faces­se­ro da uni­co moto­re pro­pul­si­vo alla popo­la­zio­ne, e che die­tro alla dena­ta­li­tà odier­na ci stes­se la fine del­la pro­li­fi­ci­tà come irri­nun­cia­bi­le trat­to iden­ti­ta­rio del­la don­na – non l’affitto da paga­re, i con­trat­ti a tem­po deter­mi­na­to, un pae­se di vec­chi che però non è un pae­se per vec­chi. Tra­sfor­ma­re il grat­ta­ca­po dell’inverno demo­gra­fi­co in un dibat­ti­to sul­la mater­ni­tà è ridut­ti­vo tan­to quan­to cer­ca­re solo spie­ga­zio­ni eco­no­mi­che. For­se anche più peri­co­lo­so. Per­ché sia­mo tut­ti d’accordo sul fat­to che sia meglio non fare figli che far­li con­tro­vo­glia, abban­do­nar­li alla tivù o, peg­gio anco­ra, con­si­de­rar­li un’appendice dell’ego su cui pro­iet­ta­re ambi­zio­ni insod­di­sfat­te. I dati nume­ri­ci, inve­ce, fan­no pre­sto a spa­ri­re dal­la memo­ria. Ricor­de­re­mo l’articolista di La Stam­pa che vive sere­na anche sen­za ripro­dur­si e ce lo scri­ve in pri­ma per­so­na a mo’ di epi­sto­la, non il pos­si­bi­le col­las­so che con­ti­nua a pen­zo­la­re sopra le nostre teste di figli uni­ci. Le sta­ti­sti­che dell’Istat sono pas­sa­te qua­si in sor­di­na, tra le con­dan­ne di papa Fran­ce­sco alla zoo­fi­lia mor­bo­sa e la posta del cuo­re su pate­mi e tabù dell’essere genitori. 

Un gra­di­no sot­to alle enci­cli­che e alle bat­ta­glie cul­tu­ra­li scor­re un mon­do meno sche­ma­ti­co e più pro­sa­sti­co di come ci vie­ne rac­con­ta­to: un gro­vi­glio di cal­co­li, con­sta­ta­zio­ni fat­tua­li, ingra­nag­gi da muo­ve­re e tene­re insie­me per garan­ti­re il fun­zio­na­men­to del­la socie­tà. Biso­gne­reb­be discu­ter­ne, ogni tan­to, e pun­ta­re la tor­cia giù dal­le tor­ri d’avorio del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà indi­vi­dua­li­sta e data per scon­ta­ta, in cui ogni paro­la è affer­ma­zio­ne di sé ansio­sa di rico­no­sci­men­to. Valu­ta­re in modo costrut­ti­vo un pro­ble­ma che ci coin­vol­ge tut­ti, sen­za gio­ca­re a rim­bal­zar­si pre­sun­te col­pe e man­can­ze. E que­sto non per chis­sà qua­le incli­na­zio­ne al mate­ria­li­smo grez­zo – solo per tene­re a men­te che, sen­za ter­ra sot­to ai pie­di, non si va mol­to lontano. 

Alessandra Pogliani
Osti­le al disor­di­ne e col cruc­cio di veni­re a capo dell’anarchia del mon­do, per con­trap­pas­so nel­la vita stu­dio storia.
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Ostile al disordine e col cruccio di venire a capo dell’anarchia del mondo, per contrappasso nella vita studio storia.

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