Del: 8 Febbraio 2022 Di: Luca Pacchiarini Commenti: 0

Silvia Pallotti e Tommaso Russi formano il gruppo il turno di notte e portano sul palco del teatro Linguaggicreativi un gioiello di spettacolo. Vincitore del primo bando di residenza di Accademia Teatrale Veneta nel 2020.

Due giovani, un lui e una lei, sono in cerca di un lavoro, costretti a grotteschi colloqui finiscono per incontrarsi e innamorarsi. Devono crescere ma non riescono a trovare la sicurezza necessaria per farlo. Ma non ci sono solo loro nello spettacolo, compaiono personaggi tragicomici: un esemplare di uomo sul rischio d’estinzione che si diletta in solitarie poesie tremanti; una spavalda commerciante di delusioni che rimarca con ostinazione quanto siano utili le suddette, quanto bisogna assolutamente e necessariamente sentirsi grati della porta che si chiude perché si aprirà ovviamente un bel portone; una voce fuoricampo che, con serenità e calma, spiega alcune skills utili per quando si è adulti, un vero tutorial da manuale.

Ma nella rappresentazione si parla anche in prima persona, si raccontano vicende personali di Silvia e di Tommaso: quando hanno visto i propri genitori piangere per la prima volta, cosa ha voluto dire vederlo; oppure fiabe raccontate prima di andare a dormire che racchiudono morali assimilate e portate dentro tutta la vita. Tutta questa struttura, complessa così all’apparenza, si rivela ben equilibrata e del tutto armoniosa, i fili che collegano il tutto sono ben visibili e coerenti. Questi fili sono il diventare adulti oggi, la sopravvivenza nonostante tutto, il perseguire sogni e obbiettivi, la precarietà. Essa è l’epicentro di tutto lo spettacolo, viene raccontata, ironizzata e analizzata nei suoi numerosi aspetti: nel lavoro e nell’economia quotidiana con la continua ricerca di uno stipendio adeguato, di secondi lavori per arrotondare, ma anche nelle relazioni, nell’amore, nella vita di una generazione che, ben simboleggiata dai due attori qui in scena, deve sempre di più fare i conti con essa. Tuttavia vi è anche lo scontro di più poli: il titanico perseguimento dei propri sogni oppure l’abbracciare la sicurezza quando la si trova, facendo così sprofondare nel buio le proprie aspirazioni? E se fosse proprio così divenire adulti?  Ma quando i sogni divengono progetto e quando devono essere abbandonati al buio?

Una profonda varietà di tematiche in un’esibizione che prende lo spettatore e lo mette più volte al centro, si discutono argomenti e si vivono situazioni comunemente sofferte da tutti e in questo lo spettacolo riesce benissimo a parlare alla generazione dei giovani dai 19/20 anni in su, anche perché per tutto lo spettacolo si guarda fisso il pubblico, nessuna parete è tra il palco gli spalti. Tale meccanismo è efficace anche per due ragioni fuori dallo spettacolo ma che caratterizzano ancora di più questa esperienza teatrale: da un lato il Teatro Linguaggicreativi stesso che, essendo di dimensione modeste e un ambiente molto accogliente, con posti molto vicini al palco, permette una partecipazione più intima alla scena, più simpatetica; dall’altro lato l’accoglienza che i due attori fanno al pubblico quando arriva, essi salutano amici e conoscenti, si presentano a sconosciuti, si siedono in mezzo al pubblico, aiutano a trovare posto, quando devono iniziare vanno in scena dagli spalti, tutto ciò crea un clima di leggerezza, intimità e conoscenza con la persona che sta recitando.

Silvia Pallotti e Tommaso Russi si muovono sullo spettacolo come una cosa sola, sono sinergici e mai c’è una prevaricazione di uno dei due; anzi, hanno scambi che mostrano quanto l’equilibrio sulla scena è distribuito tra entrambi, in numerosi dettagli si nota la cura propria di chi ha lavorato con attenzione e rigore, parlando così in modo originale e in grado di stupire più volte.

In occasione dello spettacolo Il Buio non è tenero, andato in scena al teatro Linguaggicreativi, Vulcano ha fatto una chiacchierata con Silvia Pallotti e Tommaso Russi, i due attori che danno vita a questo progetto. L’intervista è stata editata per motivi di brevità e chiarezza.


Questo spettacolo vuole parlare di precarietà, è una coincidenza con la situazione pandemica o è stato pensato prima?

Silvia. Prima, abbiamo iniziato a pensare e progettare lo spettacolo che era il 2019, poi ovviamente la pandemia ha cambiato un po’ le cose, dilatato un po’ i tempi, però il bisogno di lavorare su questo tema è nato prima, in particolare da pensieri, incontri con ragazzi e ragazze della nostra età che si trovano in una fase della vita in cui si lavora per costruirsi un futuro, per poi notare come non è affatto semplice mettere giù dei mattoni che restino fissi.

Tommaso. Vero persone della nostra età ma è una questione di chi è nato dagli anni 80 in poi, in parte anche prima, non solo lavoratori della cultura e della conoscenza. Chiaramente ci sono alcuni spettacoli che sono stati creati prima della pandemia e che adesso, con tutto quello che è successo, sono diventati non più adatti al contesto. Nel nostro caso la situazione pandemica ha acuito questa situazione. Ma non è sola precarietà economica, principalmente sì, ma da essa scaturisce tutto un modo di stare al mondo, di relazionarsi agli altri, di sentirsi.

Avete detto che avete preso spunto da vostri pensieri e incontri con altri ragazzi, ma da dove è nato il bisogno di parlare proprio di precarietà?

Tommaso. Abbiamo iniziato a lavorarci durante l’ultimo anno di accademia; quindi, in quel momento dove stai finendo il tuo percorso formativo e stai entrando nel mondo lavorativo, inizi a pensare a quello e a tutto quel mondo. Quindi siamo partiti dalla nostra situazione, sia come ventenni sia come persone che hanno deciso di fare questo mestiere. Poi il tentativo che abbiamo fatto e messo in pratica è stato di non parlare minimamente di teatro, di non portare la condizione di attore o attrice, ma quella di persone che in questo momento si ritrovano a vivere questo tipo di mondo, in cui la precarietà si alimenta moltissimo. Non è un caso che questo sia uno dei periodi storici in cui viene documentato un aumento dei disturbi di personalità, dell’umore. Di recente ho visto un’intervista a Paolo Villaggio che disse una frase che mi è rimasta: “questo modo di essere felici, ci rende fortemente infelici”

Quali sono gli elementi culturali, siano essi teatrali, letterari, cinematografici o altro, che vi hanno ispirato?

Silvia. Come materiali hanno influito, come immaginario in particolare, Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura. Esso parla proprio della nostra generazione, ci ha molto colpiti ed è molto presente nello spettacolo, in particolare quando parla del bias del sopravvissuto, una percezione non aderente alla realtà, distorta, per il quale uno su mille ce la fa e ognuno pensa di essere quell’uno su mille, di essere il sopravvissuto; così tutta la società ci porta a pensare che, qualunque sia la tua situazione di partenza, tu ce la farai perché è tutta una questione di determinazione e tenacia. Questo rischia così di generare dei mostri, ti carica di una responsabilità enorme portando così ad autosfruttarti, poiché tutto dipende solo da te, non dal contesto, da ciò che hai, dal punto di partenza. Poi come altri materiali ci sono delle poesie di Alberto Dubito, alcune di Emily Dickinson in cui c’è l’immagine del buio, di una vista che pian piano si conforma a questo buio. Poi fumetti di Andrea Pazienza, Zerocalcare, anche se non precisamente azioni o momenti loro ma tutto un immaginario che si è nutrito di quei materiali lì.

Tommaso. Pazienza è stato parte della nostra ricerca in molte cose: tutta la questione con Pentothal, del ruolo che può avere un artista, in cui se sei un artista devi produrre o non vai bene. Oppure la questione del disagio espresso in diversi modi, da Zanardi con violenza a Pentothal con l’abuso di sostanze. Aggiungo anche il film Paz fatto da Renato de Maria.

Lo spettacolo si snoda in tre strade, una di esse ha la particolarità di raccontare fatti biografici vostri, perché queste scelte?

Silvia. Cercavamo un modo di indagare questo tema della precarietà sotto vari punti di vista anche istaurando relazioni diverse con il pubblico. Non siamo partiti subito con l’idea delle tre strade, sapevamo che volevamo forme diverse all’interno dello spettacolo e le strade si sono delineate abbastanza autonomamente, il lavoro ha preso questa forma di vie che corrono parallele, che a volte si intrecciano. Sugli elementi più autobiografici per noi era importante, avevamo proprio il desiderio, di un momento di condivisione diretta, senza una trasformazione dei materiali, infatti in queste parti noi usiamo un microfono per essere ancora più diretti con il pubblico. Le tre strade sono un po’ come la pallina di un flipper che rimbalza da una parte all’altra, noi ci rivediamo in elementi di una e poi di altri di un’altra strada.

Tommaso. Mi viene da aggiungere che la scelta delle tre strade è, in parte, perché fare un teatro di prosa, in cui si racconta una storia e ci sono personaggi, è un tipo di strada che ci interessa poco e che, forse, nel mondo di oggi non è più così efficace. Invece avere più livelli, più personaggi, in alcuni casi l’attore che ti sta narrando, in altri noi come persone che parlano simil un normale tranquillo dialogo, ci sembra efficace per cercare un tipo di rapporto con il pubblico proprio del teatro che, per la sua natura, si disvela davanti ai tuoi occhi. Lo spettatore è presente e quindi non viene trattato come semplice osservatore, ma reso partecipe.

Sempre legato a parlare con il pubblico, considerate questo spettacolo particolarmente indirizzato per la generazione dei ventenni, neolaureati e simili che sono vittime di una “società che si nutre di precarietà”. In che senso società che si nutre di precarietà?

Tommaso. Mi verrebbe da dire guardandosi in torno, esempio il mondo degli stage non retribuiti, le promesse di avanzamento di carriera che fanno si che una persona si autosfrutti nella speranza che qualcosa cambi, di poter avere le possibilità che un’altra società ha avuto. Dall’altra parte un certo tipo di precarietà che si sposta nella sfera sentimentale interna, una indeterminatezza che va a colpire la sfera affettiva, le relazioni con l’altro. Un clima in cui noi siamo cresciuti, in cui si è gli uni contro gli ‘altri per arrivare al successo, porta ad un rapporto alienato con l’altro. Un sistema in cui io sono educato come una piccola impresa e ho l’impresa va bene o sei una merda. Questo terrore del fallimento che tutti hanno sempre avuto ma che, in questo tipo di società, diventa un paradigma. Poi è chiaro che nello spettacolo noi non lo inseriamo con questi termini, ma agiamo in questo contesto, in questa situazione in cui viviamo. Abbiamo fatto un video: “Precarietà è” ed abbiamo chiesto a diverse persone cosa fosse per loro la precarietà, una ragazza disse la paura di diventare un peso, un ragazzo disse come nuotare verso la riva ma questa si sposta, un altro disse l’impossibilità di progettare un futuro non potendolo guardare con speranza. Il nostro sforzo è stato anche di non portarlo così sul palco, altri sono i luoghi per quello. Noi vogliamo che chi guarda, che è in una società come noi, si sente coinvolto in una storia come la sua, che la sente, che si rivede. Vogliamo disvelare questa situazione, per aprire queste porte all’immaginario ed alla posizione di ognuno.

Tommaso. Vorrei concludere che questo è uno spettacolo che dopo anni di pandemia, ha resistito contro tutti e tutte. Il fatto che una compagnia, nata poco prima del covid, riesca comunque a girare, è un atto di resistenza non scontato, c’è una grande volontà. Tutte le compagnie e i teatri che non prendono finanziamenti ministeriali, in questo momento, stanno facendo un’opera di vera e propria resistenza.

Luca Pacchiarini
Sono appassionato di cinema e videogiochi, sempre di più anche di teatro e letteratura. Mi piace scoprire musica nuova e in particolare adoro il post rock, ma esploro tanti generi. Cerco sempre di trovare il lato interessante in ogni cosa e bevo succo all’ace.

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