Del: 8 Marzo 2022 Di: Giulia Scolari Commenti: 2
8 marzo 2022. Le donne italiane devono ancora lottare

Anche quest’anno ricorre quella che in Italia chiamiamo la Festa della Donna. Negli stati anglofoni si parla più correttamente di Women’s day, senza alcun riferimento a un’idea di festa. La Giornata internazionale della donna, in realtà, è nata come un’occasione per ricordare le conquiste femminili in ambito sociopolitico. Nacque in seno al partito socialista: la propose Corinne Brown per la prima volta nel 1908, sperando di attirare più donne a Chicago alla conferenza del partito. L’idea piacque e venne ripetuta a cadenza annuale verso la fine di febbraio, poi nel 1910 Clara Zetkin propose di renderla internazionale.

Non vi era accordo sulla data e tutt’ora rimane misteriosa la ragione che portò i paesi a scegliere l’8 marzo. Non sapendo da dove si viene, si stenta a capire dove andare. Così si sono diffuse numerose leggende come quella dell’incendio della fittizia fabbrica Cotton a New York che ha causato la morte di 129 donne. Nonostante l’idea di donne vittime e indifese sia sempre di moda, questa data probabilmente ricorda l’8 marzo del 1917, giorno in cui donne molto poco passive e sottomesse sono scese in piazza a San Pietroburgo per chiedere la fine della guerra. Le loro proteste, cominciate pacificamente, hanno portato diversi ribelli a unirsi nel pomeriggio e nei giorni seguenti sono sfociate nel colpo di stato che pose fine al dominio dello zar.

Ogni anno in questa data si ha occasione di fare luce sulle condizioni in cui si trovano le donne e per celebrare i loro passi avanti come categoria sociale. Il 2021 sicuramente finirà nei libri di scuola per i prolungamenti dello stato di emergenza sanitaria in tutto il mondo e la scoperta del vaccino che ha permesso le prime riaperture.

Come ogni capitolo di storia, il paragrafo sull’esperienza delle donne è spesso taciuto, ma è necessario conoscerlo per avere un quadro completo degli eventi.

In Italia nel solo scorso anno sono stati compiuti 118 femminicidi: 102 in ambito affettivo/famigliare, 70 per mano del partner/ex. Rispetto all’anno precedente vi è stato un incremento dell’1%, probabilmente parzialmente dovuto alla pandemia, che ha costretto tutti in casa peggiorando le situazioni di violenza già presenti per molte donne. Marcela Lagarde, la più grande studiosa del fenomeno, sosteneva che «le condizioni per il femminicidio si hanno quando lo Stato è una parte strutturale del problema, per il suo segno patriarcale e per la preservazione di quest’ordine. Il femminicidio è un crimine di Stato».

L’andamento lineare dei numeri del femminicidio in Italia corrisponde infatti a una tendenza culturale. Ogni anno si può prevedere il numero di donne che perderà la vita in un femminicidio. Questo andamento è figlio di una politica di prevenzione e tutela reale completamente assente. Le riforme e le aggravanti proposte e predisposte dalla legge italiana si attivano quando ormai per la donna è troppo tardi: «agire facendo prevenzione è fondamentale perché la morte fisica della donna avviene laddove quella sociale e morale è già avvenuta» (Maledetta Sfortuna, Carlotta Vagnoli cita Michela Murgia).

Come se non bastasse, la violenza di genere viene soprattutto narrata dalla stampa e delle sue agenzie in modi che non sono solo impropri e pericolosi, ma anche funzionali a una deresponsabilizzazione culturale del fenomeno. Termini come “il gigante buono” o “il bravo papà” si susseguono tra i titoli scelti per raccontare queste vicende, ottenendo come risultato una narrazione che spesso tende alla romanticizzazione di fenomeni malsani e pericolosi. Della vittima si parla poco e male, spesso non nominandola neppure.

Un’altra conseguenza della pandemia sulle donne è stata l’aumento della disoccupazione.

Il divario tra l’occupazione maschile e femminile nel corso del 2021 è salito di oltre il 18%. Nel corso del 2021, nonostante il rimbalzo dell’economia del primo semestre, le donne occupate hanno continuato a diminuire: a fine del 2020 erano 9.516.000, nel 2019 erano 9.869.000. Durante la pandemia, dunque, 421.000 donne hanno perso o non hanno trovato lavoro: l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi europei.

Sarebbe però un commento parziale quello sull’ultimo anno se non si tenesse conto del sempre più energico attivismo femminista e delle sue conquiste. Il femminismo ha da sempre diverse facce, ma una delle più importanti è quella culturale. Nel corso del 2021 sono stati pubblicati diversi testi di attiviste e scrittrici che hanno suscitato dibattiti, curiosità e controversie. Il volume più discusso è arrivato dalla Francia i primi di marzo scorso: Odio gli uomini di Pauline Harmange. La maggior parte dei critici non è mai andato oltre al titolo visto che il saggio non insegna a odiare gli uomini, bensì descrive la difficoltà delle donne nel potersi esprimere con rabbia e delusione nei confronti degli uomini. Descrive la necessità di andare oltre a quelle giustificazioni parziali, ovvie, superficiali, fatte di “not all men” per costringere chi non vuole ascoltare a sentirsi preso in causa e, speranzosamente, cambiare.

In Italia sono diventati veri e propri bestsellers due volumi divulgativi: Maledetta Sfortuna di Carlotta Vagnoli e Stai Zitta di Michela Murgia.

Il primo è un volume indispensabile per avere un quadro chiaro e completo della condizione della donna in Italia e di come anche le più sottili forme di violenza contribuiscano a rafforzare una cultura che la vittimizza sempre di più. La penna di Vagnoli (sex columnist, formatrice, storica dell’arte, attivista) è tagliente come la stessa è sui social, dove nel corso degli ultimi due anni ha ottenuto sempre più popolarità arrivando a essere una delle più importanti divulgatrici di questi temi in Italia. Maledetta Sfortuna non è stata la sua unica pubblicazione. Ha presto seguito un mini-saggio per i Quanti Einaudi intitolato Poverine – Come non si racconta il femminicidio, in cui sono contenute importanti informazioni destinate soprattutto a chi lavora nella stampa, affinché utilizzi un linguaggio più rispettoso delle vittime.

Stai zitta è un libro pensato per un pubblico molto più ampio. Racconta in modo chiaro, sarcastico e semplice i motivi per cui le donne sono stanche di sentirsi dire in particolare 9 frasi e le motivazioni per cui dovrebbero essere evitate. Michela Murgia non ha bisogno di presentazioni; nonostante qualche recente scivolone, il suo è uno dei nomi più importanti sia all’interno delle redazioni giornalistiche che nel settore culturale più in generale. Scrittrice, attivista, podcaster: impegnata da anni nella battaglia per un linguaggio più inclusivo tramite l’utilizzo dello schwa (ə), quest’anno ha contribuito alla sua straordinaria diffusione.

La cultura però non serve solo agli adulti o a chi si sta formando, ma comincia a educare fin da bambini. Questo la ha sempre avuto chiaro Carolina Capria, scrittrice e attivista, che ha pubblicato tra 2021 e 2022 due libri per bambini e un saggio, entrambi femministi. Campo di battaglia (2021) è un saggio che si concentra sulle “lotte dei corpi femminili”; Storia delle donne (2022, in collaborazione con Mariella Martucci) è un volume illustrato che «si propone di raccontare alle lettrici e ai lettori quali sia stato il ruolo delle donne dalla preistoria ai giorni nostri» e ha come età di lettura consigliata quella dei 7 anni… ma «è adatto anche a chi ne ha settantasette… e pure qualcosina in più!», scherza l’autrice sui social.

Dal punto di vista politico il movimento femminista è da sempre molto sfaccettato e unito su numerosi fronti.

Nel 2021 sono state limitate le azioni a causa della pandemia, ma è stato comunque possibile ottenere risultati importanti. Nelle ultime settimane è stato approvato un disegno di legge che fa rientrare la vulvodinia tra le malattie invalidanti. Questo risultato dipende in gran parte dalla campagna di sensibilizzazione portata avanti da Giorgia Soleri, che ha portato oltre 500 persone a manifestare in 20 piazze italiane ad ottobre. Grazie ai prestiti europei per la ripresa in seguito alla pandemia, sono stati resi disponibili dei bonus per sopperire alla sopracitata condizione della disoccupazione femminile e dei fondi per incentivare l’imprenditoria femminile.

In questa giornata, dunque, è giusto celebrare le donne non per qualche loro caratteristica intrinseca attribuita, ma per le loro battaglie: quelle vinte facendo rumore, quelle perse, quelle che ancora combattono in silenzio. Quest’anno e sempre: non mimose, ma solidarietà concreta.

Giulia Scolari
Scienziata delle merendine, chi ha detto che la matematica non è un’opinione non mi ha mai conosciuta. Scrivo di quello che mi piace perché resti così e di quello che odio sperando che cambi.

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