Del: 19 Marzo 2022 Di: Maria Pia Loiacono Commenti: 0
Arte, storia e attivismo sui social. Intervista a Rey Sciutto

Il mondo della divulgazione artistico-storica sta progressivamente cambiando e sono molti coloro che si fanno promotori di questo cambiamento: uno di questi è Rey Sciutto, giovane ventiquattrenne, laureatosi al DAMS di Bologna prima e che ha poi conseguito cum laude la magistrale in Arti Visive nella stessa Università. Nel vortice di TikTok parlando di arte e di storia, e facendo attivismo della comunità LGTBQ, è riuscito in pochi mesi a ottenere ben più di 114.000 seguaci e altrettante visualizzazioni. Abbiamo avuto la possibilità di conoscerlo meglio, parlando del suo percorso di studio e dell’attività intrapresa sui social.


L’intervista è stata editata per motivi di brevità e chiarezza.

Ciao Rey! Benvenuto su Vulcano. Prima domanda: come ti sei avvicinato al mondo dell’arte? Si tratta di una passione trasmessa da qualcuno o nata in maniera indipendente?

La passione per l’arte è nata con me, è un organo interno che c’è sempre stato da quando sono piccolo. Da sempre ho disegnato e mi piaceva fare determinate cose, per cui studiarle era lo step successivo.

Curiosa è però anche la tua passione per il medioevo…

Quella è nata: la prima scintilla si è accesa con l’incontro con il professore Barbero nel 2014 durante un progetto di incontri organizzati dal liceo che frequentavo a Vibo Valentia, ma la passione vera e propria è nata nel momento in cui ho frequentato il corso di storia dell’arte medievale all’Università con il docente Lollini, il cui insegnamento mi ha colpito particolarmente.

Da alunno e da divulgatore, hai qualche consiglio per i docenti?

Tenendo conto che ogni caso è diverso, io direi innanzitutto di non prenderlo come impiego se non si ha voglia di fare questo lavoro, perché comunque si vanno a formare delle persone che probabilmente in futuro potrebbero diventare la nostra nuova classe dirigente. Invece, per coloro che hanno la passione ma sono incapaci di insegnare, potrebbero essere utili dei corsi obbligatori di public speaking, teatro e dizione, o volendo anche delle sedute di terapia. In generale è necessario cercare di coinvolgere in toto gli studenti, senza che l’insegnamento sia verticale, interagendo con loro, nella maniera più informale possibile, perché le cose si memorizzano più facilmente se si crea un collegamento tra formazione ed esperienza. L’ultimo anno di Università ho imparato questo termine, edutainment: corrispondente all’unione di education e entertainment, cioè educazione e intrattenimento, quindi a metà strada tra show e lezione.

Hai invece un consiglio per chiunque voglia intraprendere un percorso di studio in ambito artistico?

Se si ha intenzione di intraprendere un percorso di tipo pratico non si deve frequentare il mio corso, il DAMS, acronimo di disciplina delle arti, della musica e dello spettacolo, perché la didattica è prettamente teorica. Mentre se ci si vuole dedicare ad un percorso pratico, l’accademia è sicuramente il luogo che ti offre maggiori opportunità, e volendo ci si può concentrare anche su qualcosa di più contemporaneo, più in linea con quello che sono le mode del momento, frequentando una accademia privata.

Parliamo del tuo percorso sui social: quando è nato e come si è evoluto?

Nel 2018 avevo cominciato con un canale YouTube, che si chiamava All Rey, ora diventato Ius Primae Channel, che ho modernizzato, ma con cui non sono riuscito ad ottenere grandi risultati. Quando invece sono approdato su TikTok, volevo che il mio account divenisse una vetrina pubblicitaria per YouTube, ma in poco tempo ho ottenuto un boom di seguaci e visualizzazioni in maniera completamente inaspettata. Ho capito che stava iniziando a cambiare qualcosa, quando la gente mi fermava per strada o mi chiedeva una foto. Quindi mi definisco un tiktoker che da grande vuole fare lo youtuber.

All’inizio della tua carriera sui social portavi già contenuti riguardanti l’arte?

Con il mio primo canale ho portato contenuti che trattavano diversi argomenti: arte, filosofia, teatro, letteratura. Ma essere tuttologo non è stata una grande strategia, infatti non mi ha portato a niente. Avevo poche visualizzazioni, per cui mi sono fermato per un paio di anni e ho ripreso circa nel 2019, quando con il mio primo video ho parlato di Vikings, dato che da poco era uscita la quinta stagione e anche perché ne parlavo nella mia tesi di laurea. Poi, comunque, ne ho pubblicati altri che hanno avuto un successo mediocre. Il 1° maggio dell’anno scorso invece ho condiviso il mio primo video su TikTok non avendo minimamente aspettative, ma con esso sono riuscito ad ottenere risultati ragguardevoli in termini di visualizzazioni, tant’è che nel giro di una settimana sono riuscito ad ottenere circa 10.000 seguaci.

Oltre a trattare di arte e di storia, sei anche un attivista della comunità LGBTQ: in futuro, hai intenzione di continuare a fare divulgazione artistico-storica o di dedicarti completamente all’attivismo?

Mi dedicherò a entrambi i percorsi. Ho deciso di fare attivismo sui social perché non mi andava più di nascondermi, per cui, dopo che ho fatto coming out con i miei genitori, è stato più facile farlo con la mia community, definendomi per quello che ero. Per cui alla fine mi schiero subito, anche politicamente spesso e volentieri, per non avere fraintendimenti. Sicuramente continuerò a farlo, non ho intenzione di smettere.

Secondo te perché l’Italia sottostima l’importanza dell’arte?

Esiste un libro intitolato L’utilità dell’inutile scritto dal docente universitario Nuccio Ordine che spiega come qualcosa non possa essere considerata utile se da essa non si ottiene un tornaconto economico. Ma anche se fosse così, l’Italia è il paese che ha più siti UNESCO al mondo, ogni anno nel nostro paese vengono moltissimi turisti, e l’anno scorso a causa del Covid19 abbiamo perso circa il 60% delle entrate provenienti da questo settore: ciò significa che effettivamente c’è un reale profitto economico correlabile al mondo dell’arte. Comunque, mettendo da parte il lato prettamente economico, l’arte è qualcosa che ci rappresenta e non prendersene cura è come non prendersi cura dei propri avi. Però, forse, una parte della colpa è anche di noi studenti delle materie artistiche, che non abbiamo fatto sentire abbastanza la nostra voce.

Secondo te gli studenti di storia dell’arte e di beni culturali come possono far sentire la loro voce? E come può la politica fare loro da eco?

Di certo cercando di essere più attivi della società civile. Se invece si parla di azioni istituzionali, legate alla politica, direi che sarebbe un bene che i partiti di sinistra, che sono formalmente più vicini e attenti al mondo della cultura, attuassero dei programmi più specifici, in modo tale da poter trarre dei risultati, anche non per forza immediati.

Ultima domanda a bruciapelo: cosa vorresti dire a chi dichiara che con la cultura non si mangia?

Coloro che affermano che con la cultura non si mangia, e magari non hanno la ben che minima intenzione di investire in essa, per coerenza dovrebbero smettere anche di usufruirne. Questo comporterebbe smettere di andare al cinema, ai concerti, leggere romanzi, fumetti, appendere poster in casa, andare a teatro. Può darsi che nel caso prettamente italiano una tale affermazione sia vera, facciamo finta di sì. Questo però non significa che quel pezzo di società debba essere abbandonato a sé stesso, perché gli artisti o artiste, gli scrittori o scrittrici, registi o registe producono dei beni totalmente immateriali che non gonfiano il portafoglio ma il cuore. Quel che voglio dire è che noi siamo commercianti di emozioni, come lo potrebbe essere un calciatore professionista, e se ancora non siamo pagati a dovere è perché ancora chi comanda in questo paese non è riuscito a capirlo.

Maria Pia Loiacono
Studentessa di scienze dei beni culturali, ascolto e osservo. Alterno album musicali a libri e a film, e scrivo con lo scopo di farmi e farvi incuriosire.

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