“Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Latella al Piccolo

"Chi ha paura di Virginia Woolf?" di Latella al Piccolo

L’opera di Edward Albee debut­ta off Broad­way nel 1962 e rac­con­ta in modo genia­le le cri­si di due cop­pie che sono le cri­si di un’Ame­ri­ca che cam­bia, di sicu­rez­ze mes­se in discus­sio­ne e con­tro­cul­tu­re laten­ti che voglio­no spo­de­sta­re gli anti­chi valo­ri domi­nan­ti. Anto­nio Latel­la rie­sce a diri­ger­ne una ripro­du­zio­ne che non ha età: è moder­na come se fos­se una pri­ma asso­lu­ta e nem­me­no i riman­di alla guer­ra le tol­go­no la pos­si­bi­li­tà di par­la­re ai con­tem­po­ra­nei. Lo spet­ta­co­lo è anda­to in sce­na al Pic­co­lo Tea­tro Stre­hler di Mila­no dal 15 mar­zo al 27 mar­zo 2022. 

Al cen­tro del pal­co, Mar­tha (Sonia Ber­ga­ma­sco) sta suo­nan­do al pia­no un moti­vet­to che si è inven­ta­ta alla festa fini­ta poco pri­ma: “Chi ha pau­ra di Vir­gi­nia Woolf?”, Sol – Re – Sol – Re – Sol – Re… Alla festa que­sto moti­vet­to che ripren­de il cele­bre “Who’s afraid of the big bad wolf?” deve aver riscos­so gran suc­ces­so, ma il silen­zio ras­se­gna­to di Geor­ge (Vini­cio Mar­chio­ni) pone il pub­bli­co di fron­te a tutt’altro che una sce­na diver­ten­te. Vir­gi­nia Woolf, oltre a for­ni­re una effi­ca­ce asso­nan­za con la fra­se ori­gi­na­le, è sta­ta un’autrice rivo­lu­zio­na­ria anche per le sue bat­ta­glie a favo­re del rove­scia­men­to del­la posi­zio­ne del­la donna. 

Chi ha paura di Virginia Woolf è chiedere chi ha paura della direzione che la storia sta prendendo, dei rovesciamenti di ruoli che sono ormai imminenti, necessari. 

È così che si entra in uno scor­cio di vita del­la cop­pia, che si pre­pa­ra a rice­ve­re due gio­va­ni neo­spo­si appe­na arri­va­ti in cit­tà. Que­sto impro­ba­bi­le quar­tet­to offre due con­trap­po­sti esem­pi di fem­mi­ni­li­tà e due di masco­li­ni­tà. Nick (Ludo­vi­co Fede­de­gni) e Honey (Pao­la Gian­ni­ni) sono gio­va­ni, appa­ren­te­men­te mol­to inna­mo­ra­ti, in atte­sa di siste­mar­si per ave­re il pri­mo figlio. Nick è il pro­to­ti­po del­la masco­li­ni­tà fer­ven­te: atle­ti­co, nel fio­re degli anni, un pro­di­gio anche come stu­dio­so e con al suo fian­co una don­na – tro­feo. Honey, infat­ti, si espri­me per la mag­gior par­te del tem­po in fun­zio­ne di lui: è fie­ra di lui, lo vuo­le vici­no, si com­pli­men­ta e lo chia­ma in ogni occasione. 

Geor­ge e Mar­tha, inve­ce, sono l’altro lato del­la meda­glia. Spo­sa­ti da anni, infe­li­ci, cer­ca­no ogni buo­na occa­sio­ne per umi­liar­si a vicen­da con­fron­tan­do­si con gli ospi­ti soprat­tut­to sul­la base del­le aspet­ta­ti­ve socia­li lega­te a pre­sti­gio per gli uomi­ni, gra­zia per le donne. 

Geor­ge è pre­sen­ta­to come un uomo che non ce l’ha fat­ta: non ha sapu­to diri­ge­re il dipar­ti­men­to di sto­ria, non pia­ce al suo­ce­ro (cui è subor­di­na­to anche a lavo­ro), non ren­de feli­ce la moglie, che sfrut­ta ogni occa­sio­ne per nar­ra­re le sue scon­fit­te. Lei stes­sa è pate­ti­ca nel­la sua ricer­ca di atten­zio­ni soprat­tut­to maschi­li, è pre­sen­ta­ta come poco fine (nell’opera ori­gi­na­le, let­te­ral­men­te descrit­ta come “un don­no­ne”) e volgare. 

Eppu­re, la not­te fini­sce, le bugie che si sono rac­con­ta­ti per bastar­si a vicen­da sono sta­te sve­la­te e gli ospi­ti all’apparenza per­fet­ti se ne sono anda­ti. È qui che i due si guar­da­no e ammet­to­no che sì, han­no pau­ra, ma affron­te­ran­no ciò che ver­rà insie­me.

I livelli su cui quest’opera è strutturata sono però molteplici come i simbolismi che vi si possono scorgere. Le contrapposizioni di genere sono forse il più evidente, reso tale anche dalla nuova traduzione fornita da Monica Capuani, ma di certo non l’unico.

La festa è fini­ta, è tem­po di rac­co­glie­re i resti e anda­re a dor­mi­re. Eppu­re Mar­tha invi­ta i neo­spo­si spe­ran­do di allun­ga­re il tem­po dei festeg­gia­men­ti e del­la com­pa­gnia per tut­ta la not­te. Que­sta atmo­sfe­ra è quel­la che si respi­ra anche nei rap­por­ti tra i per­so­nag­gi. Entram­be le cop­pie, infat­ti, vivo­no nel­la loro rela­zio­ne un perio­do di malin­co­ni­ca con­sa­pe­vo­lez­za che pro­ba­bil­men­te il loro tem­po insie­me è desti­na­to a fini­re a bre­ve, ma non rie­sco­no a rassegnarsene. 

Mar­tha e Geor­ge invi­ta­no i gio­va­ni nel­la loro casa, offro­no alco­li­ci e cer­ca­no di far­li sen­ti­re ben accol­ti, ma è evi­den­te che vi è mol­ta ten­sio­ne. La sera­ta pre­ci­pi­te­rà pre­sto fino a diven­ta­re un vero e pro­prio cam­po di bat­ta­glia: insul­ti, umi­lia­zio­ni e liti­gi si sus­se­gui­ran­no fino alla com­ple­ta distru­zio­ne dei pre­ca­ri equi­li­bri iniziali. 

La rot­tu­ra dagli equi­li­bri è resa magi­stral­men­te pro­prio dagli ogget­ti di sce­na. Due stru­men­ti musi­ca­li fan­no usci­re musi­che diver­se a secon­da dei momen­ti e del modo in cui ven­go­no usa­ti: lo sga­bel­lo fa risuo­na­re musi­ca se toc­ca­to e nel cor­so del­lo spet­ta­co­lo vie­ne sfio­ra­to più vol­te, alleg­ge­ren­do così sce­ne di ten­sio­ne e facen­do capi­re come alcu­ni per­so­nag­gi non si sia­no anco­ra resi con­to del­la pie­ga che la sera­ta sta per pren­de­re. Infat­ti, nel cor­so del­la sera­ta non ver­rà più uti­liz­za­to erro­nea­men­te, ma anzi sarà con­trol­la­to con fare sicu­ro da tutti. 

Mar­tha (Sonia Ber­ga­ma­sco), Geor­ge (Vini­cio Mar­chio­ni) e Nick (Ludo­vi­co Fede­de­gni) © Bru­nel­la Giolivo

Lo stru­men­to cen­tra­le è però il pia­no­for­te, pro­ta­go­ni­sta dal­la sce­na ini­zia­le fino all’ultima. Con l’aumentare del­le ten­sio­ni, le sicu­rez­ze sui per­so­nag­gi e sul loro ruo­lo comin­cia­no a sva­ni­re e nel pie­no dell’escalation il pia­no­for­te vie­ne qua­si fat­to a pez­zi. Pro­prio men­tre è scom­po­sto, vie­ne uti­liz­za­to per un asso­lo di tec­ni­ca net­ta­men­te supe­rio­re alle due note ripe­tu­te per il motivetto. 

Come i personaggi, anche il pianoforte trova la sua massima espressione dopo la disgregazione. 

L’assen­za dei bic­chie­ri, ripo­sti ordi­na­ta­men­te nell’armadio – pia­no bar per qua­si tut­ta la dura­ta del­lo spet­ta­co­lo, è un altro ele­men­to sim­bo­li­co. Essi ven­go­no pre­si e uti­liz­za­ti solo quan­do ormai la sera­ta sta vol­gen­do al ter­mi­ne, for­se a signi­fi­ca­re che le ten­sio­ni ini­zia­li non sono dovu­te all’ebbrezza, ma solo a con­se­guen­ze natu­ra­li che nes­su­no vuo­le affron­ta­re come tali. 

Quest’assenza che diven­ta pre­sen­za solo a un cer­to pun­to può anche esse­re l’ennesimo espe­dien­te per ren­de­re le atmo­sfe­re oni­ri­che, insie­me alla testa di coni­glio e alle pare­ti ver­de acce­so che ricor­da­no i film di David Lynch. Come dice sul fina­le Geor­ge: «Veri­tà e illu­sio­ne, chi cono­sce la differenza?». 

Con oltre tre ore di spet­ta­co­lo, la pro­du­zio­ne del Tea­tro Sta­bi­le dell’Umbria ha sapu­to ren­de­re giu­sti­zia a un’opera impo­nen­te e cat­tu­ra­re l’attenzione anche nel­le sce­ne più pesan­ti. Le inter­pre­ta­zio­ni, in par­ti­co­la­re quel­la di Ber­ga­ma­sco e Mar­chio­ni, sono sta­te pres­so­ché impec­ca­bi­li: for­ti di lun­ga espe­rien­za in diver­si cam­pi del­la reci­ta­zio­ne e di un’ottima chi­mi­ca con i col­le­ghi, han­no sapu­to rega­la­re ore di emo­zio­ni for­ti che riman­go­no addosso. 

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Giulia Scolari
Scien­zia­ta del­le meren­di­ne, chi ha det­to che la mate­ma­ti­ca non è un’opinione non mi ha mai cono­sciu­ta. Scri­vo di quel­lo che mi pia­ce per­ché resti così e di quel­lo che odio spe­ran­do che cambi.

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