Da rivedere per la prima volta. Agente Lemmy Caution: missione Alphaville

DA RIVEDERE PER LA PRIMA VOLTA. AGENTE LEMMY CAUTION: MISSIONE ALPHAVILLE

Negli anni ‘60 la spe­ri­men­ta­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca fran­ce­se è nel suo pie­no, i regi­sti del­la Nou­vel­le Vague sono nel pie­no del­la loro atti­vi­tà arti­sti­ca, esplo­ran­do inno­va­ti­ve tec­ni­che lin­gui­sti­che e ine­di­te posi­zio­ni riguar­do al ruo­lo del regi­sta, del­lo sce­neg­gia­to­re e del cine­ma stes­so. Cen­tra­le in tut­to ciò vi è Jean-Luc Godard che dal 1960, anno in cui esce il suo bel­lis­si­mo Fino all’ultimo respi­ro, film mani­fe­sto di tut­ta que­sta cor­ren­te arti­sti­ca, por­ta nel­le sale un’idea di cine­ma ben deter­mi­na­ta e mol­to auto­ria­le. In tale con­te­sto uscì, nel 1965, Agen­te Lem­my Cau­tion: mis­sio­ne Alpha­vil­le che, a sua vol­ta, rac­co­glie per­fet­ta­men­te tut­te le carat­te­ri­sti­che di que­sto pano­ra­ma; fu Orso d’oro al festi­val di Berlino.

Il film è ambientato in un futuro imprecisato, l’agente segreto Lemmy Caution (Eddie Constantine), fingendosi un giornalista, giunge nella città di Alphaville per fare ricerche su essa e su un altro agente segreto di cui si sono perse le tracce. 

Nel­la cit­tà ogni aspet­to del­la vita dei cit­ta­di­ni è rego­la­to dal super­com­pu­ter Alpha 60, crea­to dall’ingegnere Nosfe­ra­tu, che ha reso ille­ga­le ogni com­por­ta­men­to illo­gi­co, emo­zio­ni in par­ti­co­la­re. Il nostro agen­te incon­tra pre­sto Nata­cha (Anna Kari­na), sedut­tri­ce di gra­do 3, figlia del sud­det­to inge­gne­re e total­men­te inse­ri­ta nel siste­ma del­la cit­tà. Esplo­ran­do que­sto mon­do l’agente vedrà ese­cu­zio­ni pub­bli­che per chi è col­pe­vo­le di pro­va­re emo­zio­ni, incon­tre­rà gli scien­zia­ti che stan­no die­tro ad Alpha 60 e fini­rà per con­ver­sa­re diret­ta­men­te con lui. Fini­rà per legar­si sem­pre più a Nata­cha, insi­nuan­do, volon­ta­ria­men­te e non, vari dub­bi nel­la men­te di lei. 

Una tecnocrazia dominata da un computer quindi, una società perfettamente logica in cui anche i convenevoli sono sotto a regole di convenienza e raziocinio. 

La cit­tà è uno dei due cen­tri del film: aset­ti­ca, fred­da, moder­nis­si­ma, Alpha­vil­le è la Pari­gi dei palaz­zi razio­na­li­sti costi­tui­ti­si con il boom eco­no­mi­co. Ciò è per­fet­ta­men­te coe­ren­te con la logi­ca domi­nan­te, frut­to di un pote­re cie­co che com­pie un inin­ter­rot­to lavo­ro di per­fe­zio­na­men­to ope­ra­to da Aplha 60. Lui è un per­so­nag­gio ingom­bran­te, fin dal­la pri­ma sequen­za la sua voce gra­ve e len­ta spa­dro­neg­gia su tut­to, lo vedia­mo come un insie­me di bobi­ne, luci alter­na­te simi­li a fana­li che rom­po­no il buio gene­ra­le dell’ambientazione.

Pro­prio sono­ro e illu­mi­na­zio­ne sono i due aspet­ti su cui il film lavo­ra di più, l’ambiente ester­no è sem­pre not­tur­no, il bian­co e nero fa esal­ta­re i con­tra­sti e nume­ro­se sono le sequen­ze in cui il buio tota­le avvol­ge una luce che pare dar fasti­dio più che dipa­nar­si, con­tra­ria­men­te a ciò che avvie­ne con gli inter­ni. Il film fu gira­to qua­si tut­to in not­tur­na e con una pel­li­co­la ultra­sen­si­bi­le (la Ilford Pho­to HPS), il risul­ta­to è un alo­ne cre­pu­sco­la­re peren­ne. Que­sto avvie­ne per tut­to il film, con l’esclusione di un impor­tan­te caso. Il sono­ro inve­ce è atto anche lui a dare signi­fi­ca­ti, sosti­tuen­do la paro­la in mol­ti casi, in par­ti­co­la­re, ma non solo, il silen­zio pneu­ma­ti­co pre­sen­te in alcu­ne sequen­ze divie­ne pres­san­te, ango­scia del­la cri­si ine­vi­ta­bi­le; anche tale siste­ma anti­re­to­ri­co, che è uno dei più gran­di pre­gi dell’opera, ha una gran­de ecce­zio­ne. Pri­ma di par­la­re di que­sta è neces­sa­rio com­pren­de­re i due per­so­nag­gi prin­ci­pa­li dell’opera: Lem­my Cou­tionNata­cha.

Il primo non è un personaggio inedito: fu creato da Peter Cheyney, scrittore di libri gialli, che dagl’anni ’30 a metà anni ’40 scrisse un’intera serie di romanzi con lui protagonista. 

Alcu­ni ven­ne­ro adat­ta­ti in film e fu sem­pre Eddie Con­stan­ti­ne a inter­pre­tar­lo. L’attore infat­ti era spe­cia­liz­za­to in cine­ma d’azione di serie B, abi­tua­to a inter­pre­ta­re ruo­li di duri, tru­ci e deci­si agen­ti. Godard era gran­de esti­ma­to­re di que­sto mon­do, così fece il suo film tito­lan­do­lo come un clas­si­co film noir, pren­den­do un atto­re di quel mon­do e facen­do­gli fare il ruo­lo del duro, tru­ce e deci­so uomo d’azione; tut­ta­via, il regi­sta esa­spe­ra tale con­cet­to, lo paro­diz­za in modo assai fur­bo rega­lan­do all’attore una del­le sue miglio­ri inter­pre­ta­zio­ni, un viso but­te­ra­to che entra nel­la men­te del­lo spet­ta­to­re fin dal­la pri­ma scena. 

Diver­so è il caso di di Nata­cha, una stu­pen­da Anna Kari­na dal­le tin­te dol­ci che emer­ge dal­la pel­li­co­la, il vol­to è foto­gra­fa­to magi­stral­men­te da luci avvol­gen­ti e inten­se, il suo truc­co esal­ta degli occhi che sono espres­si­vi più di una qual­sia­si paro­la. L’attrice è con­si­de­ra­ta uno dei sim­bo­li di tut­ta la Nou­vel­le Vague e qui si dimo­stra sem­pli­ce­men­te per­fet­ta. Nata­cha è razio­na­le, non fred­da ma nean­che emo­ti­va, com­pren­de con dif­fi­col­tà alcu­ne cose che dice Lem­my Cau­tion, i dub­bi in lei saran­no silen­zio­si ma cre­scen­ti, aumen­tan­do con la sco­per­ta di paro­le che non cono­sce per­ché bandite.

Proprio quando lei comprende totalmente una parola, qui si ha una sequenza magistrale, unica, l’eccezione prima nominata: Natacha capisce la parola Amore, prova per la prima volta qualcosa di umano. 

Qui il suo­no si fa musi­ca dol­ce, la sua psi­che è resa dal­la luce tra­mi­te varie tec­ni­che lumi­ni­sti­che come dis­sol­ven­ze e sovrae­spo­si­zio­ni, diven­ta deli­ca­ta, sen­ti­men­ta­le. Il suo viso e quel­lo di Lem­my sono oltre il loro mon­do, in un luo­go ete­reo; le paro­le tor­na­no ad esse­re impor­tan­ti, tan­to quan­to suo­no e illu­mi­na­zio­ne, si uni­sco­no tut­ti e tre amal­ga­man­do­si per­fet­ta­men­te, si uni­sco­no. Sono paro­le di una poe­sia, cioè l’opposto del sape­re logi­co e cal­co­la­to­re, ben­sì una com­pren­sio­ne diver­sa del mon­do e di ciò che è squi­si­ta­men­te uma­no come il pro­va­re qual­co­sa. Qui Godard usa tut­te le tec­ni­che pro­prie dell’arte cine­ma­to­gra­fi­ca crean­do una del­le sequen­ze d’amore più bel­le mai fatte.

Il film è un’opera assai com­ples­sa, paro­dia d’autore del noir e del­la fan­ta­scien­za, cri­ti­ca alla moder­ni­tà razio­na­le e fred­da, ricor­do dell’importanza di quel­la che noi chia­me­rem­mo cono­scen­za uma­ni­sti­ca e mol­to altro, ma per con­clu­de­re si può sem­pli­ce­men­te dire che è un clas­si­co che, come tale, è sem­pre attua­le per­ché par­la dell’uomo ed esem­pio di cosa può esse­re il gran­de cinema.

Con­di­vi­di:
Luca Pacchiarini
Sono appas­sio­na­to di cine­ma e video­gio­chi, sem­pre di più anche di tea­tro e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce sco­pri­re musi­ca nuo­va e in par­ti­co­la­re ado­ro il post rock, ma esplo­ro tan­ti gene­ri. Cer­co sem­pre di tro­va­re il lato inte­res­san­te in ogni cosa e bevo suc­co all’ace.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.