EliSIR. “Difficile un lieto fine per Pechino”, l’intervista a Lorenzo Lamperti

EliSIR Difficile lieto fine per Pechino, intervista a Lorenzo Lamperti

EliSIR è la rubrica di geopolitica e relazioni internazionali curata su Vulcano da SIR – Students for International Relations, associazione studentesca della Statale. 


Negli ulti­mi gior­ni ci si è chie­sti qua­le ruo­lo pos­sa svol­ge­re la Cina nel con­flit­to tra Rus­sia e Ucrai­na e ho fat­to la stes­sa doman­da a Loren­zo Lam­per­ti, gior­na­li­sta esper­to di Cina e Tai­wan, e diret­to­re edi­to­ria­le di Chi­na Files.

Loren­zo, qual è la posi­zio­ne del­la Cina nei con­fron­ti di que­sto conflitto?

Al momen­to la Cina risul­ta in dif­fi­col­tà. Da un lato con­dan­na­re l’invasione da par­te del­la Rus­sia avreb­be una dop­pia valen­za: rive­la­re il bluff del­la part­ner­ship sino–russa, sigla­ta ad ini­zio feb­bra­io a Pechi­no nell’incontro tra il Pre­si­den­te rus­so Putin e il Pre­si­den­te cine­se Xi Jin­ping, e segna­la­re un erro­re da par­te del­la lea­der­ship cine­se, la qua­le dimo­stre­reb­be di aver pun­ta­to per mol­ti anni – Putin e Xi Jin­ping si sono visti 38 vol­te in 10 anni – sul caval­lo sba­glia­to, crean­do dell’imbarazzo alla lea­der­ship del pre­si­den­te Xi.

Ricor­dia­mo che sia­mo nell’anno del XX Con­gres­so del Par­ti­to Comu­ni­sta Cine­se e del­la pro­ba­bi­lis­si­ma rie­le­zio­ne di Xi Jin­ping per un ter­zo man­da­to; quin­di, il gover­no non può mostrar­si debole. 

Dall’altro lato, inve­ce, appog­gia­re l’invasione rus­sa signi­fi­che­reb­be reci­de­re qual­sia­si rap­por­to con l’Europa e gli Sta­ti Uni­ti, sce­na­rio da evi­ta­re a tut­ti i costi. Al momen­to è dif­fi­ci­le intra­ve­de­re un’uscita posi­ti­va e entram­be le solu­zio­ni sono sco­mo­de per Pechi­no, che inve­ce pre­fe­ri­reb­be rima­ne­re nel­la sua con­sue­ta zona grigia. 

Cosa inten­di per zona grigia?

Sce­glie­re di sta­re né col bian­co, né col nero, ma posi­zio­nar­si nel­la zona gri­gia. Cioè non pren­de­re posi­zio­ne, alme­no mili­tar­men­te, né da una par­te né dall’altra. Vuol dire dichia­ra­re di non voler offri­re sup­por­to mili­ta­re a nes­su­na del­le par­ti in gio­co – come inve­ce fan­no gli euro­pei e gli ame­ri­ca­ni, che, arman­do l’Ucraina, con­tri­bui­sco­no ad esa­cer­ba­re il con­flit­to – pun­tan­do inve­ce a riav­via­re il dia­lo­go con Mosca per favo­ri­re il pro­ces­so negoziale. 

Que­sta stra­te­gia, secon­do la nar­ra­ti­va cine­se, fa in modo che la Cina si pon­ga “dal­la par­te giu­sta del­la sto­ria”. Per que­sto moti­vo, riten­go sia impos­si­bi­le che la Cina pos­sa deci­de­re un inter­ven­to mili­ta­re in Ucrai­na in sup­por­to alle for­ze russe. 

La Cina potreb­be por­si come media­to­re del conflitto?

Secon­do me no. La Cina sta adot­tan­do meto­di di comu­ni­ca­zio­ne diver­sa a secon­da dell’interlocutore: men­tre gli Sta­ti Uni­ti riman­go­no i veri respon­sa­bi­li del con­flit­to, con l’Europa si cer­ca di intrat­te­ne­re rela­zio­ni diver­se. Que­sto anche per sol­le­ti­ca­re ipo­te­ti­che diver­gen­ze tra euro­pei e americani. 

Non pen­so che Pechi­no si pren­de­rà que­sta respon­sa­bi­li­tà per­ché la espor­reb­be ad una serie di con­trad­di­zio­ni inso­lu­bi­li in que­sto momen­to, spe­cie con­si­de­ra­to che Xi Jin­ping sta facen­do di tut­to per assi­cu­rar­si sta­bi­li­tà inter­na in vista del XX Congresso.

Dall’altro lato, gli Sta­ti Uni­ti non con­ce­de­reb­be­ro alla Cina di svol­ge­re que­sto ruo­lo. Nel­la tele­fo­na­ta tra Biden e Xi del 18 mar­zo, si è cer­ca­to di capi­re quan­to e se la Cina potes­se inter­ce­de­re nei con­fron­ti di Putin e del conflitto. 

Dal pun­to di vista del­la pro­pa­gan­da, però, la Cina risul­ta net­ta­men­te schie­ra­ta a favo­re del­la reto­ri­ca anti–NATO sfrut­ta­ta dal Cremlino. 

Sì. Non tan­to per non rin­ne­ga­re la part­ner­ship con la Rus­sia, ma per sfrut­tar­la per i pro­pri fini. La pau­ra cine­se è l’ideazione di una NATO asia­ti­ca e il ten­ta­ti­vo del QUAD (il pat­to difen­si­vo tra Sta­ti Uni­ti, India, Giap­po­ne e Austra­lia), che ha i suoi limi­ti per le ritro­sie india­ne, e poi AUKUS (accor­do difen­si­vo tra USA, UK e Austra­lia); sono sta­ti per la Cina cam­pa­nel­li d’allarme mol­to forti. 

La reto­ri­ca anti–NATO è quin­di como­da alla lea­der­ship cine­se che potreb­be, così, sfrut­tar­la per giu­sti­fi­ca­re ipo­te­ti­che futu­re azio­ni nell’Asia–Pacifico in cui sarà coin­vol­ta la Cina. Ipo­tiz­zia­mo un futu­ro con­flit­to su Tai­wan: i diret­ti col­pe­vo­li sareb­be­ro gli Sta­ti Uni­ti che sono anda­ti ad alte­ra­re lo sta­tus quo nel Paci­fi­co, pro­vo­can­do una rispo­sta cinese.

La Cina ha pro­va­to ad uti­liz­za­re la nar­ra­ti­va anti–USA nei con­fron­ti di Tai­wan: “sta­te atten­ti che abban­do­ne­ran­no anche voi”. Cre­di abbia funzionato?

È sta­ta sfrut­ta­ta, ma non ha avu­to nes­su­na pre­sa sul Pae­se. Que­sta stes­sa reto­ri­ca era già sta­ta ten­ta­ta in occa­sio­ne del­la riti­ra­ta degli Sta­ti Uni­ti dall’Afghanistan e, per quan­to sia mol­to for­za­to fare un para­go­ne con quan­to suc­ce­de in Ucrai­na, in quell’occasione ave­va avu­to più presa. 

Infat­ti, il Kuo­min­tang – prin­ci­pa­le par­ti­to di oppo­si­zio­ne – ave­va spal­leg­gia­to la Cina, pro­pa­gan­do que­sta nar­ra­ti­va, e anche la stes­sa Pre­si­den­te Tsai Ing–wen ave­va det­to che i tai­wa­ne­si dove­va­no esse­re pron­ti a difen­der­si da soli. In quell’occasione quin­di la reto­ri­ca cine­se ave­va in qual­che modo attec­chi­to, sep­pu­re poco. Nei mesi suc­ces­si­vi, però, gli Sta­ti Uni­ti ave­va­no fat­to di tut­to per ras­si­cu­ra­re i taiwanesi. 

Dopo l’invasione rus­sa, inve­ce, la spon­da non c’è sta­ta. Non solo Tsai ha sot­to­li­nea­to la pre­sen­za cre­scen­te di inte­res­se dei part­ner nel par­te­ci­pa­re alla dife­sa di Tai­wan, ma anche il Kuo­min­tang non ha offer­to nes­su­na spon­da, alme­no a livel­lo di mana­ge­ment (sep­pu­re qual­che scheg­gia sia riscon­tra­bi­le). Con­si­de­ria­mo anche che il Kuo­min­tang ha ria­per­to poche set­ti­ma­ne fa l’ufficio di rap­pre­sen­tan­za negli Sta­ti Uni­ti per ren­der­si più pre­sen­ta­bi­le nell’ottica del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2024. 

Chia­ro che per i tai­wa­ne­si non esi­sto­no cer­tez­ze sul­la dife­sa ame­ri­ca­na in caso di incur­sio­ne cine­se, ma que­sta vol­ta la nar­ra­ti­va sfrut­ta­ta da Pechi­no ha avu­to mol­ta poca presa.

Al con­tem­po, biso­gna sem­pre tene­re sot­to con­trol­lo le ten­sio­ni mili­ta­ri tra Cina e Tai­wan. Pen­sia­mo al pas­sag­gio del­la por­tae­rei cine­se Shan­dong davan­ti all’arcipelago di Kin­men, di fron­te a Xia­men, capo­luo­go del Fujian cine­se, pri­ma del­la tele­fo­na­ta tra Biden e Xi, e alle incur­sio­ni aeree su base qua­si quotidiana. 

Ma tra le que­stio­ni più inte­res­san­ti a cui fare atten­zio­ne, cre­do ci sia­no le que­stio­ni nor­ma­ti­ve, cioè azio­ni lega­li intra­pre­se dal gover­no cine­se per faci­li­ta­re la riu­ni­fi­ca­zio­ne (o “uni­fi­ca­zio­ne”, come la chia­ma­no i taiwanesi). 

Infat­ti, la set­ti­ma­na scor­sa ci sono sta­te le “due ses­sio­ni”, l’appuntamento annua­le legi­sla­ti­vo più impor­tan­te in Cina, duran­te le qua­li un Senior Advi­sor ha avan­za­to la pro­po­sta di una leg­ge per la riu­ni­fi­ca­zio­ne. Al momen­to i rap­por­ti tra i due ter­ri­to­ri sono basa­ti sul­la leg­ge anti–secessione del 2005, che pren­de nel miri­no tut­ti colo­ro che si pro­di­ga­no per la seces­sio­ne (nel­la pro­spet­ti­va cine­se). Una leg­ge per la riu­ni­fi­ca­zio­ne andreb­be poten­zial­men­te a col­pi­re tut­ti colo­ro che non si ado­pe­ra­no per la riu­ni­fi­ca­zio­ne, e quin­di uno spet­tro mol­to più ampio di individui. 

Que­sto gene­re di azio­ni – a tor­to o a ragio­ne – fan­no più pre­sa sui tai­wa­ne­si rispet­to alle incur­sio­ni aeree. 

Arti­co­lo di Maria Moran­te.

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SIR, Stu­den­ts for Inter­na­tio­nal Rela­tions, è un’as­so­cia­zio­ne stu­den­te­sca atti­va in Uni­mi. Ope­ra nel cam­po del­la geo­po­li­ti­ca e del­le rela­zio­ni internazionali.

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