Euphoria. Quando l’estetica supera la trama

Si è da poco con­clu­sa la secon­da sta­gio­ne di Eupho­ria, serie-feno­me­no di HBO debut­ta­ta nel 2019. 

Gra­zie al suo sti­le cine­ma­to­gra­fi­co e alla colon­na sono­ra cura­tis­si­ma, la serie ave­va con­qui­sta­to il gran­de pub­bli­co nono­stan­te i temi dif­fi­ci­li da dige­ri­re. La pro­ta­go­ni­sta è infat­ti Rue, sedi­cen­ne tos­si­co­di­pen­den­te, e tut­ti i per­so­nag­gi che le stan­no attor­no sono pro­ble­ma­ti­ci: ci sono part­ner osses­si­vi e abu­si­vi, geni­to­ri assen­ti, ragaz­zi che sof­fro­no di distur­bi ali­men­ta­ri o men­ta­li; pro­ble­mi rea­li e impor­tan­ti, ma che, come tut­to in Eupho­ria, ven­go­no por­ta­ti all’estremo, in un con­cen­tra­to di epi­so­di spes­so irrea­li­sti­ci e sem­pre scioccanti. 

Eppure, è impossibile non sentirsi affascinati da ciò che succede sullo schermo, e soprattutto dall’aspetto magnetico di questo mondo disfunzionale. 

Un arti­co­lo del New Yor­ker defi­ni­sce la serie come una fan­ta­sia sce­no­gra­fi­ca di un sob­bor­go oscu­ro, dove cose mol­to brut­te appa­io­no mol­to belle.

La for­za di Eupho­ria sta nell’aver fat­to di sé un feno­me­no cul­tu­ra­le. Nei due mesi in cui HBO face­va usci­re gli epi­so­di del­la secon­da sta­gio­ne, sui social media l’engagement è sta­to incre­di­bi­le: su Tik­Tok i video che pren­do­no in giro l’assurdità dei com­por­ta­men­ti e dell’abbigliamento dei per­so­nag­gi abbon­da­no; il pro­fi­lo Insta­gram @euphoriastweets, che pub­bli­ca i meme più popo­la­ri posta­ti dagli uten­ti di Twit­ter, con­ta più di 20mila follower.

Ma la popo­la­ri­tà non si fer­ma a inter­net: l’estetica così rico­no­sci­bi­le del­la serie è diven­ta­ta essa stes­sa un brand. Si par­la iro­ni­ca­men­te di Eupho­ria effect eupho­ria-fica­tion di nego­zi in cui linee di moda pre­sen­ta­no lo stes­so sti­le del­le pro­ta­go­ni­ste, men­tre Vogue ha pub­bli­ca­to un arti­co­lo sul suo impat­to nel set­to­re dei cosme­ti­ci: glit­ter e truc­chi ela­bo­ra­ti agli occhi sono esplo­si, e i makeup arti­st par­la­no dell’Eupho­ria makeup.

L’esperienza visiva è tanto luminosa e accattivante da far passare in secondo piano ciò che non funziona nella serie. 

La secon­da sta­gio­ne in par­ti­co­la­re ha visto l’aprirsi di tan­tis­si­me linee nar­ra­ti­ve diver­se che non si sono con­clu­se e che non han­no per­mes­so di appro­fon­di­re l’aspetto psi­co­lo­gi­co in modo ade­gua­to, come inve­ce era suc­ces­so nel­la pri­ma par­te, in cui ogni epi­so­dio par­ti­va dal­la back­sto­ry di uno dei personaggi. 

Si è pas­sa­ti quin­di a una sta­gio­ne appa­ren­te­men­te sen­za una strut­tu­ra o una tra­ma pre­ci­sa. È poi sem­pre più impro­ba­bi­le pen­sa­re che i pro­ta­go­ni­sti, inter­pre­ta­ti da atto­ri e model­li di 25 e pas­sa anni, sia­no stu­den­ti del liceo. 

Le cri­ti­che al regi­sta e sce­neg­gia­to­re Sam Levin­son sono mol­tis­si­me, per via del­la ses­sua­liz­za­zio­ne (gra­tui­ta) di tee­na­ger, per la mitiz­za­zio­ne del­le dro­ghe, ma anche per il modo in cui gesti­sce il set (alcu­ni per­so­nag­gi sono sta­ti qua­si can­cel­la­ti per liti­gi con il direttore).

Eupho­ria si inse­ri­sce nel filo­ne del­le serie tv dedi­ca­te agli “ado­le­scen­ti pro­ble­ma­ti­ci”, domi­na­to in pre­ce­den­za da serie come Skins, a cui è sta­ta para­go­na­ta da mol­ti cri­ti­ci. Ma men­tre Skins era più lega­to al gri­gio­re quo­ti­dia­no – o per­lo­me­no il mon­do sco­la­sti­co emer­ge­va a trat­ti come una real­tà fasti­dio­sa – Eupho­ria si lan­cia inve­ce spes­so in nar­ra­zio­ni da film d’azione (per esem­pio negli incon­tri con gli innu­me­re­vo­li spac­cia­to­ri di zona), o si con­cen­tra trop­po sul crea­re un impat­to emo­ti­vo for­te, a sca­pi­to del­la tra­ma e dei dialoghi. 

La real­tà è fil­tra­ta qui da un’atmosfera tea­tra­le che ango­scia lo spet­ta­to­re e allo stes­so tem­po lo cat­tu­ra pro­prio per il suo esse­re ecces­si­vo; così tan­to che Zen­da­ya, attri­ce pro­ta­go­ni­sta (e vin­ci­tri­ce di un Emmy per il ruo­lo di Rue) ha pub­bli­ca­to un post su Insta­gram avver­ten­do che la sta­gio­ne sareb­be sta­ta dif­fi­ci­le e “trig­ge­ring”.

Eupho­ria è dif­fi­ci­le da inqua­dra­re: fa mol­ti pas­si avan­ti – nel­la cine­ma­to­gra­fia, nel por­ta­re sul­lo scher­mo argo­men­ti sco­mo­di – ma ne fa altret­tan­ti indietro. 

Non si capisce, a volte, se a muovere il tutto ci sia arte o caotica esagerazione. 

Comun­que sia, Eupho­ria rie­sce a esse­re un pro­dot­to che fun­zio­na e intrat­tie­ne, anche se a vol­te è più pia­ce­vo­le par­lar­ne, e cri­ti­car­lo, che guardarlo. 

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Beatrice Ghiringhelli Cavallo
Sono Bea­tri­ce, stu­dio con pas­sio­ne Lin­gue e let­te­ra­tu­re stra­nie­re. Mi pia­ce leg­ge­re, guar­da­re serie tv e film inte­res­san­ti e infor­mar­mi su quel­lo che suc­ce­de nel mondo.

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