Del: 28 Marzo 2022 Di: Giulia Ariti Commenti: 0
La Corea del Sud è in mano ai conservatori

Lo scorso 9 marzo la Corea del Sud ha eletto il proprio presidente: Yoon Suk-Yeol, ex procuratore generale e candidato del conservatore Partito del Potere Popolare, inizierà il suo mandato a maggio. Eppure, sarebbe azzardato parlare di una vittoria nei suoi riguardi. Queste ultime elezioni, infatti, saranno ricordate come quelle più impopolari nella storia della democrazia sudcoreana.

Dal 1987, non era mai capitato che il Paese dimostrasse spaccature così profonde.

Il candidato democratico, Lee Jae-Myoung, appartenente allo stesso partito dell’uscente Moon Jae-In, ha ottenuto il 47,8% dei voti, contro il 48,5% del neoeletto presidente. In numeri assoluti si tratta di solo 263mila voti in più. I due candidati protagonisti non hanno saputo rassicurare la popolazione, presentandosi in una campagna elettorale definita dagli stessi media sudcoreani come la “peggiore della storia”: i temi di disagio della popolazione, rappresentati dalla profonda crisi economica, la dilagante corruzione, l’assenza di lavoro, l’aumento del costo della vita (con un particolare riferimento ai prezzi delle abitazioni), sono stati affrontati con discorsi retorici, frecciatine tra i candidati circa gli scandali personali e professionali, senza dare convincenti soluzioni. La campagna elettorale ha parlato alle persone, senza comunicare con le nuove generazioni, quelle più in crisi, centrali in queste elezioni.

Mentre il presidente democratico prometteva vanamente aiuti economici alle fasce giovanili, il merito di Yoon è di aver saputo puntare sulle insicurezze dei giovani maschi tra i 19 e i 30 anni, più numerosi: la sua retorica antifemminista ha trovato il suo capro espiatorio nei movimenti che combattevano per la parità dei sessi; una battaglia che, secondo Yoon, non ha ragione di esistere nel momento in cui ha promesso di abolire il ministero per le Pari Opportunità di Genere e della Famiglia, simbolo dei progressi del movimento femminista sudcoreano, nel momento della sua elezione.

Non è un segreto, infatti, che l’arretrata società coreana si senta minacciata dalla lotta femminista che, dopo il successo del movimento Me Too del 2018, continua a prendere coscienza di sé stessa.

Ad essere più spaventati sono proprio i giovani maschi, che, nella concorrenza per il posto di lavoro, arrivano in ritardo di almeno un anno e mezzo a causa della leva militare obbligatoria: «La leva militare causa terrore per i giovani uomini coreani – così afferma, intervistato dalla BBC, Park Min-Young, giovane militante politico per Yoon Suk-yeol – restano lì per un anno e sei mesi, per poi, al loro ritorno, dover competere con le coetanee, che hanno già avviato la propria carriera, per i posti di lavoro. Non c’è alcun tipo di compenso, solo sacrificio».

«Il sistema del patriarcato in questo Paese lascia che la cura della famiglia gravi sulle donne – continua – quindi che gli uomini siano in grado di sostenere economicamente la famiglia. Questa contraddizione porta oltre il 90% degli uomini tra i 20 e i 30 anni a definirsi “antifemministi”». Le paure dei giovani coreani, così come le ferme credenze di Yoon, però, non sono supportate dai fatti. Sul posto di lavoro le donne tra i 20 e i 30 anni soffrono una maggiore precarietà, seppur leggermente maggiore rispetto ai coetanei maschi. Questo gap, però, va a rafforzarsi nella fascia d’età tra i 30 e i 40 anni, dove le donne percepiscono anche stipendi considerevolmente minori: nel 2000 si parlava del 40% meno, mentre nel 2019 del 37%. Si tratta del peggior risultato ottenuto tra i 29 Paesi OCSE.

Le femministe sanno bene di essere in svantaggio su ogni fronte e, anche per questo, vivono nella paura. «Come femminista – così spiega Ji-eun, YouTuber ventenne – rivelare il proprio volto e parlare di patriarcato ha inimmaginabili conseguenze». I commenti di odio, il bullismo online, hanno portato diverse attiviste, come BJ Jammi, al suicidio. Il giudizio sociale diventa sempre più pesante nel momento in cui una donna si dichiara femminista: la cancel culture assale personalità soprattutto del mondo dello spettacolo. La popolare cantante Irene, del gruppo k-pop Red Velvet, ha pubblicato nel 2018 sul suo profilo Instagram uno scatto del libro appartenente alla letteratura femminista coreana Kim Ji-young, Born in 1982; i commenti di odio dei fan di sesso maschile che l’accusavano di misandria sono stati feroci.

Se le donne vivranno nella paura, però, a tirare un sospiro di sollievo saranno i diplomatici giapponesi e americani sul suolo coreano. Durante la campagna elettorale, Yoon ha dimostrato atteggiamenti di apertura nei confronti degli Stati Uniti, non solo proponendosi per ruoli regionali e globali coordinati con gli Usa e i suoi alleati, o con il proposito di risollevare i rapporti con il Giappone in cui il presidente Moon Jae-In aveva fallito, ma anche promettendo atteggiamenti più duri contro la Corea del Nord e sacrificando i rapporti con la Cina. Pechino, infatti, non ha apprezzato l’elezione del nuovo presidente sudcoreano. Il timore da parte del governo è che egli mantenga la promessa di potenziare il sistema missilistico di difesa americano Thaad, installato nel 2017. Questa misura aveva provocato una dura reazione da parte di Pechino, che aveva sabotato l’economia e il turismo della Corea del Sud.

Il timore della Cina è, inoltre, che l’America tenti il progetto di una “Nato asiatica” in chiave anti-cinese: già nel 2007 si era parlato del progetto Quad (Quadrilateral Security Dialogue) tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti per fermare l’espansione cinese ad est.

Il progetto subì un brusco stop date le continue interferenze della Cina, soprattutto con pressioni economiche su Canberra. Il dialogo è ripreso nel 2017 e nel 2021 ha avuto un ruolo significativo all’interno della distribuzione dei vaccini anti-Covid. Il timore che la Corea del Sud si unisca al Quad è dettato dall’accordo siglato tra Giappone, Stati Uniti e la stessa Repubblica di Corea nello scorso febbraio come un patto d’alleanza, anche in vista delle crescenti minacce da parte della Corea del Nord. La realizzazione di un simile progetto non farebbe altro che inasprire la relazione tra oriente e occidente, già tema centrale nella guerra tra Russia e Ucraina.

Il compito per il presidente Yoon, però, è molto difficile. Dovrà fronteggiare un Parlamento a maggioranza democratica, immagine lampante della profonda divisione del Paese. «L’opinione pubblica è spaccata perché i due candidati si sono affrontati in maniera molto dura – ha scritto il giornale conservatore Chosun Ilbo – Se Yoon sceglierà la via della riconciliazione, anche chi non l’ha votato lo apprezzerà».

«L’idea di sottoporre a giudizio la precedente amministrazione non basta per guidare un paese – ribatte il quotidiano di sinistra Kyunghyang Shinmun – Yoon non deve dimenticare che non è il presidente della classe conservatrice, ma rappresenta tutti i cittadini».

Giulia Ariti
Studentessa di Filosofia che insegue il sogno del giornalismo. Sempre con gli occhi sulla realtà di oggi e la mente verso il domani.

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