La musica emo e tutti i suoi equivoci

La musica emo e tutti i suoi equivoci

Ad oggi pos­sia­mo osser­va­re un for­te ritor­no di fiam­ma per la musi­ca emo, un gene­re musi­ca­le (con la sua annes­sa sot­to­cul­tu­ra) che ha dovu­to affron­ta­re nel­lo scor­so decen­nio un cro­ce­via di pre­giu­di­zi e scher­ni­men­ti e la dif­fi­den­za dif­fu­sa del pub­bli­co e del­la cri­ti­ca. Ora, inve­ce, sem­bra esse­re diven­ta­to un ves­sil­lo di cer­te real­tà anche piut­to­sto gros­se a livel­lo di pub­bli­co; e in gene­ra­le sem­bra esser­ci sta­ta una risco­per­ta per quel fasci­no goti­co, deca­den­te e melan­co­ni­co di quei ragaz­zi­ni coi capel­li pia­stra­ti e di quel­le chi­tar­re dai suo­ni tristi. 

Ma in tutto questo l’emo che cos’è?

Che la con­fu­sio­ne aumen­ti è un effet­to ine­vi­ta­bi­le, che nasce innan­zi­tut­to dal fat­to che que­sti stes­si can­tan­ti e col­let­ti­vi si muo­vo­no ver­so lidi che essi stes­si non cono­sco­no. Difat­ti i pro­dot­ti “emo” che sen­tia­mo oggi sono frut­to di com­mi­stio­ni, di deri­va­zio­ni musi­ca­li che sono sta­te erro­nea­men­te scam­bia­te per emo, poi­ché asso­mi­glia­va­no a dischi di band che era­no par­ti­te rical­can­do cer­te cor­ren­ti ma apren­do­le al gran­de pubblico.

L’interesse di que­sto arti­co­lo tut­ta­via non è tan­to orien­ta­to a uno ste­ri­le gio­chi­no vol­to a defi­ni­re cosa è emo e cosa no. Tutt’al più è rivol­to a esplo­ra­re le radi­ci e illu­stra­re (in modo mol­to som­ma­rio) il decor­so di un gene­re che sta tor­nan­do in voga. Un gene­re di cui, di fat­to, si ha una con­ce­zio­ne parec­chio fuor­via­ta per via di mol­ti fat­to­ri. Un fat­to­re lam­pan­te e cla­mo­ro­so è, sen­za dub­bio, il “ser­vi­zio” di Repub­bli­ca che mol­ti di noi ben conoscono.

Nono­stan­te real­tà gros­se iden­ti­fi­ca­te come emo, per esem­pio band come My Che­mi­cal Roman­ce, Para­mo­re, Panic at the disco!, pos­sa­no sug­ge­ri­re che l’emo sia qual­co­sa di adia­cen­te a tut­to quel pop punk che ha domi­na­to le clas­si­fi­che nei ’90 e nei pri­mi 2000, in real­tà le sue radi­ci si pos­so­no tro­va­re tro­va­re nell’har­d­co­re punk, più pre­ci­sa­men­te negli anni ’80 e nel­la capi­ta­le Washing­ton DC. 

Nel fer­men­to cul­tu­ra­le di quel pano­ra­ma, ricor­dia­mo che era­no gli anni del movi­men­to socia­le di pro­te­sta del­la cosid­det­ta “revo­lu­tion sum­mer” dell’85. Alcu­ne band par­to­ri­te dal­la Dischord Records, una del­le più impor­tan­ti eti­chet­te disco­gra­fi­che sta­tu­ni­ten­si per la musi­ca indi­pen­den­te, ave­va­no un approc­cio diver­so, più melo­di­co, più visce­ra­le, più emo­ti­vo se voglia­mo. Anche se giu­sta­men­te si potreb­be osser­va­re che in ogni band di tale gene­re ci fos­se una for­te cari­ca emo­ti­va pal­pa­bi­le in ogni bra­no. Però è faci­le sen­ti­re influen­ze di col­let­ti­vi come Husker du, The faith e Naked Ray­gun nel­le pri­me for­ma­zio­ni repu­ta­te emo. Ed è da cer­ti modi di inten­de­re l’hardcore da cui par­ti­ran­no que­ste sud­det­te formazioni. 

Si può sen­ti­re l’intensità emo­ti­va già in pez­zi come que­sto, che toc­ca­no anche da vici­no tema­ti­che mol­to care all’emo.

Ed ecco che nell’impeto di que­sta “rivo­lu­zio­ne” pro­li­fe­ra­no le pri­me band iden­ti­fi­ca­te come emo­co­re: Embra­ce, Dag nasty, Moss Icon, e for­se i più ico­ni­ci di tut­ti, i Rites of Spring. I front­man rispet­ti­va­men­te di Embra­ce, Ian Mac­kaye, e Rites of spring, Guy Pic­ciot­to, rifiu­te­ran­no il ter­mi­ne emo­co­re con moti­va­zio­ni ana­lo­ghe a quel­le accen­na­te sopra sul­la cari­ca emo­ti­va in ogni band har­d­co­re. In par­ti­co­la­re nei Rites of Spring l’intensità dell’hardcore e la sua pri­mi­ti­va bru­ta­li­tà vie­ne affian­ca­ta a sezio­ni di chi­tar­re più clean, più dol­ci, più melo­di­che; un moti­vo attor­no al qua­le ruo­te­rà l’intero emo di matri­ce indie rock degli anni ’90. 

Pro­ba­bil­men­te il para­dig­ma di quel­lo che è il nuo­vo modo di fare har­d­co­re iden­ti­fi­ca­to come emo.

Qui il feno­me­no emo­co­re è anco­ra for­te­men­te di nic­chia e da que­sto pun­to, som­ma­ria­men­te, si può dire che si sono for­ma­ti vari sno­di. Un cer­to tipo di emo è anda­to a inten­si­fi­ca­re la sua natu­ra har­d­co­re, gene­ran­do il cosid­det­to screa­mo, carat­te­riz­za­to da un can­to, un suo­no e rit­mi vio­len­tis­si­mi e dis­so­nan­ti; anche se alcu­ne band pro­ve­ran­no a inte­gra­re il lato più sen­si­bi­le dell’emo con alcu­ne sezio­ni melo­di­che. Segna­lia­mo in par­ti­co­la­re band come Honey­well, Anti­och Arrow, Heroin, Swing Kids, Sae­tia, pg. 99 e Por­trait of Past.

Lo screamo a sua volta si evolverà in molteplici modi. 

Tra le spe­ri­men­ta­zio­ni più degne di nota tro­via­mo le com­mi­stio­ni più arti­co­la­te col post rock di City of Cater­pil­larFune­ral Diner; e le ulte­rio­ri estre­miz­za­zio­ni del­la com­po­nen­te har­d­co­re che por­te­ran­no al cosid­det­to emo­vio­len­ce degli Orchid, estre­ma­men­te rab­bio­so e rumo­ro­so in cui la natu­ra deca­den­te ed emo­ti­va­men­te insta­bi­le del gene­re tro­va pro­ba­bil­men­te il suo cul­mi­ne. Si segna­la inol­tre che in quan­to a Screa­mo l’Italia ha mol­to da offri­re tra band come Ojne, La Quie­te, Raein, Vio­lent Break­fa­st.

Qui si sen­te la rab­bia e la dispe­ra­zio­ne che sof­fo­ca­no ogni melo­dia degli Honey­well.
Nel caos, nel­le furia e nel­le distor­sio­ni si sen­to­no quel­le chiaz­ze di melo­dia e malin­co­nia che han­no mos­so for­ma­zio­ni come Rites of Spring a diver­si­fi­car­si dal resto del­la scena.
Si nota come il gene­re in poco tem­po abbia evo­lu­to le sue strut­tu­re in manie­ra considerevole.
Spo­glia­to di qual­sia­si for­ma di sen­si­bi­li­tà l’emo abbrac­cia il powerviolence.

Inve­ce, come già si è accen­na­to pri­ma, altre cor­ren­ti si uni­ran­no a un nuo­vo cep­po, ovve­ro l’indie/alternative rock che già si sta­va affer­man­do a metà anni ’80. A metà degli anni ’90 spo­po­la­va, anche gra­zie a una più alta acces­si­bi­li­tà del­la stru­men­ta­zio­ne musi­ca­le e di regi­stra­zio­ne, che con­sen­ti­va lo svi­lup­po di for­ma­zio­ni indi­pen­den­ti. Qui si tro­va­no band impor­tan­tis­si­me che han­no det­ta­to, e det­ta­no tutt’ora nel­la sce­na revi­val (diver­sa da quel­la a cui si è accen­na­ta a ini­zio arti­co­lo), gli sti­le­mi del gene­re: band come Cap’n Jazz, Sun­ny Day Real Esta­te, Chri­stie Front Dri­ve, Texas Is the Rea­son, Mine­ral e i più tar­di­vi Ame­ri­can Foot­ball.

Band carat­te­riz­za­te da chi­tar­re (qua­si sem­pre due) puli­tis­si­me ed estre­ma­men­te melo­di­che, e momen­ti in cui gli echi har­d­co­re si fan­no sen­ti­re pur se in manie­ra mol­to atte­nua­ta, con del­le sfu­ria­te nel ritor­nel­lo o del­le sezio­ni di chi­tar­re più rumo­ro­se e distor­te a fine pez­zo, o mol­te vol­te sen­za neces­sa­ria­men­te una strut­tu­ra siste­ma­ti­ca e pre­ci­sa. Da sot­to­li­nea­re come ogni uni­ver­sa­liz­za­zio­ne, quan­do si cer­ca di descri­ve­re un gene­re, non tie­ne con­to di alcu­ne par­ti­co­la­ri­tà. Per esem­pio alcu­ne band come i Cap’n Jazz tene­va­no mol­to più viva que­sta loro ori­gi­na­ria natu­ra har­d­co­re, men­tre gli Ame­ri­can Foot­ball la eli­mi­na­va­no qua­si del tutto.

Band come i Sun­ny tro­va­va­no un per­fet­to equi­li­brio tra cal­ma e inten­si­tà, tra razio­na­li­tà e impulsività.

Accanto a queste correnti però, non mancavano degli immancabili esperimenti più “pop”.

Alcu­ni sono rima­sti in una nic­chia come quel­li dei The Get up Kid o dei Jaw­brea­ker, men­tre altri inve­ce saran­no desti­na­ti a un buon suc­ces­so main­stream: i Taking Back Sun­day, i pri­mi Brand New e quel­la che è la band emo (anche se ovvia­men­te non tut­ti sono d’accordo a iden­ti­fi­car­li come tali) for­se più famo­sa, i Jim­my Eat World.

Qua l’emo ini­zia ad esse­re asso­cia­to a qual­sia­si deri­va­zio­ne più melo­di­ca del punk e del rock alter­na­ti­vo, per ana­lo­gia. E così veni­va­no iden­ti­fi­ca­te come tali una serie di band che con l’ambiente cul­tu­ra­le e musi­ca­le emo­co­re non c’entravano fon­da­men­tal­men­te nul­la, ma che asso­mi­glia­va­no for­te­men­te alle pri­me real­tà emo-pop main­stream, le qua­li a loro vol­ta si distac­ca­va­no for­te­men­te da ciò che l’emo era sta­to sin lì. 

Il pro­ble­ma è che que­ste sue radi­ci, sfu­man­do­si, ad oggi sono dive­nu­te sco­no­sciu­te ai più. Anche per­ché l’emo del­le ori­gi­ni e le sue imme­dia­te deri­va­zio­ne usci­te dai 90 non han­no mai rag­giun­to un pub­bli­co trop­po vasto, ma son rima­sti feno­me­ni sostan­zial­men­te di nic­chia. Ed ecco che i con­fi­ni a sfu­mar­si ci han­no mes­so vera­men­te poco.

Nono­stan­te la natu­ra mol­to più pop del lavo­ro si sen­te che c’è un col­le­ga­men­to all’emo.

Inoltre questo pone anche dei dubbi sulle radici della subcultura emo. 

Giran­do su inter­net si tro­va­no mol­te infor­ma­zio­ni che sem­bra­no alquan­to ine­sat­te, che fan­no risa­li­re l’inizio del­la sub­cul­tu­ra addi­rit­tu­ra con l’inizio stes­so del movi­men­to a Washng­ton D.C. Ma c’è da far nota­re innan­zi­tut­to che l’este­ti­ca del­le band emo, per lo meno fino alle real­tà pop ana­lo­ghe di ini­zio e metà 2000, non è mai sta­ta nean­che lon­ta­na­men­te simi­le all’estetica del­la sub­cul­tu­ra che ades­so noi asso­cia­mo al genere. 

E nem­me­no nei video dei con­cer­ti in cui il pub­bli­co è ben visi­bi­le si nota­no mol­te per­so­ne che si pre­sen­ta­va­no in quel modo. Al con­cer­to dei Mine­ral, che pure han­no le clas­si­che tin­te malin­co­ni­che e tri­sti che di soli­to si asso­cia­no al movi­men­to, di emo non se ne vedo­no. Sem­bre­reb­be inve­ce ave­re ana­lo­gie con le sub­cul­tu­re goti­che e post-punk, che pro­ba­bil­men­te si sono evo­lu­te, com­pli­ce anche una dif­fu­sio­ne mino­re a livel­lo main­stream nei ’90 dei due gene­ri, e han­no pre­so dei moti­vi tipi­ci del­la cul­tu­ra pop punk dei 90. Se poi si con­si­de­ra che quel­lo che vie­ne con­si­de­ra­to l’emo dal main­stream è fon­da­men­tal­men­te pop punk allo­ra la sud­det­ta rico­stru­zio­ne potreb­be tro­va­re conferma.

Quin­di si è arri­va­ti a mischia­re per ana­lo­gia due gene­ri e col tem­po il mer­ca­to, come di suo soli­to, ha model­la­to a suo pia­ci­men­to un ter­mi­ne, sep­pel­len­do le radi­ci nasco­ste sot­to cumu­li di dischi, band, video musi­ca­li, pri­ma spon­ta­nea­men­te poi con pro­get­ti crea­ti ad hoc. Tut­to ciò ren­den­do la sal­ma dell’emocore, usci­ta dopo usci­ta, band dopo band, video stu­dia­to dopo video stu­dia­to, sem­pre più dif­fi­ci­le da rie­su­ma­re.

Ecco quin­di la bre­vis­si­ma e som­ma­ria genea­lo­gia dell’emocore e una teo­ria di come e dove potreb­be esse­re nato l’equivoco, che fa tut­ta­via capi­re come in cer­ti revi­val attua­li in real­tà si guar­da a qual­co­sa che non è pro­prio cor­ret­to. Ciò deno­ta in pri­mis la scar­sa pro­pen­sio­ne per la ricer­ca, e in secun­dis la qua­si nul­la pas­sio­ne per il pro­prio inte­res­se, che si limi­ta più a una pas­sio­ne per l’utile che l’attività gene­ra più che per l’attività in sé. Que­sta man­can­za di infor­ma­zio­ni dovu­ta a una pigra o scar­sa pas­sio­ne fa sì che que­sti stes­si arti­sti sia­no i pri­mi a non cono­sce­re la mate­ria con la qua­le ope­ra­no, e non dovreb­be quin­di sor­pren­de­re la qua­li­tà abba­stan­za discu­ti­bi­le di cer­ti pro­dot­ti “emo” di oggi. 

Con­di­vi­di:
Gabriele Benizio Scotti
Stu­den­te di filo­so­fia, appas­sio­na­to di musi­ca, cine­ma, video­gio­chi e let­te­ra­tu­ra. Mi pia­ce scri­ve­re di que­ste tema­ti­che e appro­fon­dir­le il più possibile.

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