Oscar 2022. Tutti i premi e i momenti principali

Oscar 2022. Tutti i premi e i momenti principali

La not­te degli Oscar por­ta sem­pre con sé gran­di aspet­ta­ti­ve e chiac­chie­ra­tis­si­mi pro­gno­sti­ci. È tra gli even­ti più atte­si nel pano­ra­ma cine­ma­to­gra­fi­co e con­ver­ge su di sé l’attenzione e gli sguar­di di tut­ti, cri­ti­ci e curio­si. A Los Ange­les, quest’anno la sera­ta si è svol­ta il 27 mar­zo, poco dopo la mez­za­not­te italiana. 

Facciamo il punto su cosa sia successo e come sia andata la serata. 

Par­tia­mo subi­to dai vin­ci­to­ri. Una piog­gia di rico­no­sci­men­ti, pre­va­len­te­men­te tec­ni­ci, ma per nul­la secon­da­ri, è sta­ta asse­gna­ta a Dune, del regi­sta Denis Vil­le­neu­ve, che dei die­ci Oscar a cui era can­di­da­to ne vin­ce sei: miglio­re foto­gra­fia, miglio­re colon­na sono­ra, effet­ti spe­cia­li, mon­tag­gio, pro­duc­tion desi­gner, suo­no. Per pareg­gia­re un trion­fo tec­ni­co a tut­to spia­no, come pare esse­re qua­si una con­sue­tu­di­ne dell’Accademy, a livel­lo arti­sti­co è inve­ce pre­mia­to come miglior film CODA – I segni del cuo­re, che, igno­ra­to dal­le sale cine­ma­to­gra­fi­che, decre­ta il trion­fo del­lo strea­ming mar­chia­to Apple TV. 

Chi è rima­sto qua­si a boc­ca asciut­ta è The power of the dog: dispo­ni­bi­le su Net­flix e diret­to da Jane Cam­pion, il film, che si pre­ve­de­va sba­ra­glias­se i con­cor­ren­ti for­te del­le sue die­ci can­di­da­tu­re, por­ta a casa un uni­co, ma rile­van­te pre­mio, ossia quel­lo alla miglior regia. Il der­by Net­flix VS Apple que­sta vol­ta quin­di lo vin­ce il secon­do, ma la doman­da da cui non ci si può sot­trar­re è: dav­ve­ro il futu­ro del cine­ma sarà lo strea­ming?

Tor­nan­do al vin­ci­to­re, CODA, acro­ni­mo di Child Of Deaf Adul­ts, si con­fi­gu­ra come un rema­ke de La fami­glia Ber­lier, film fran­ce­se del 2014 diret­to da Eric Lar­ti­gau, e per­cor­re le vicen­de di una fami­glia di pesca­to­ri sor­di con una figlia in gra­do sen­ti­re e par­la­re. Il film ha il meri­to di por­ta­re alla ribal­ta un’istanza di mag­gio­re visi­bi­li­tà e atten­zio­ne per la comu­ni­tà di non uden­ti, ma se gli Oscar sono anche una foto­gra­fia del pano­ra­ma cul­tu­ra­le con­tem­po­ra­neo, non ci si può esi­me­re dal con­sta­ta­re come sia sem­pre più apprez­za­ta dal­la giu­ria una pel­li­co­la che si fa cari­co di un mes­sag­gio mol­to for­te (che sia di inclu­sio­ne socia­le, tute­la del­le mino­ran­ze, tema­ti­che sen­si­bi­li alla lot­ta con­tro ogni for­ma di discri­mi­na­zio­ne), vei­co­la­to da film a cui, come in que­sto caso, non è richie­sto di esse­re indimenticabile. 

È il caso di lasciarsi andare ad un nostalgico (e forse sterile?) rimpianto delle pellicole dei bei tempi andati? Non per forza. 

Lascia solo per­ples­si come pos­sa aver trion­fa­to come miglior film un rema­ke, o, pre­scin­den­do pure dal­le scel­te cine­ma­to­gra­fi­che di CODA, che sia­no resta­te a mani vuo­te pel­li­co­le del­la por­ta­ta di Lico­ri­ce Piz­za o, se voglia­mo, La fie­ra del­le illu­sio­ni di Guil­ler­mo del Toro. 

E sem­pre di fie­ra del­le illu­sio­ni si par­la se guar­dia­mo alla gran­de, gran­dis­si­ma delu­sio­ne per Sor­ren­ti­no, e in gene­ra­le per il man­ca­to trion­fo del­la com­po­nen­te ita­lia­na agli Oscar. Ammet­tia­mo­lo, un po’ spe­ra­va­mo di por­ta­re a casa una sta­tuet­ta, spe­cial­men­te se a con­cor­re­re c’era il nostro fio­re all’occhiello, trion­fa­to­re nel 2014 con La Gran­de Bel­lez­za. Man­gia­va­mo con gli occhi un discor­so di Sor­ren­ti­no bis sul pre­sti­gio­so pal­co degli Oscar. Sull’onda degli Euro­pei, dell’Eurovision Song Con­te­st e del­le Olim­pia­di, ane­la­va­mo alla sta­tuet­ta, ma que­sta edi­zio­ne degli Oscar 2022 si va ad acco­sta­re a coda bas­sa al gran­de flop dei Mondiali. 

È sta­ta la mano di Dio è sta­to bat­tu­to da Dri­ve my car del regi­sta giap­po­ne­se Ryu­su­ke Hama­gut­chi. Sor­pre­sa? For­se non a tut­ti gli effet­ti, con­si­de­ran­do che quel­la che si sta sem­pre più impo­nen­do è una vera e pro­pria onda­ta di suc­ces­so del cine­ma di mar­ca asia­ti­ca (si pen­si a Para­si­teMina­ri). Ci può con­so­la­re, però, la con­sa­pe­vo­lez­za con cui Sor­ren­ti­no può con­ge­dar­si da que­sta cor­sa agli Oscar, ovve­ro di ave­re rega­la­to al pub­bli­co una pel­li­co­la dal por­ta­to emo­ti­vo, sen­ti­men­ta­le e visi­vo, a pare­re di chi scri­ve, super­bo.

Altro can­di­da­to ita­lia­no per il miglior film d’animazione era il car­to­ne ani­ma­to Luca, diret­to da Enri­co Casa­ro­sa, supe­ra­to da Encan­to di Byron Howard, Jared Bush e Cha­ri­se Castro Smith, che ave­va avu­to un tale suc­ces­so di pub­bli­co – si pen­si solo alla colon­na sono­ra diven­ta­ta pres­so­ché vira­le – che era una vit­to­ria qua­si ser­vi­ta su un piat­to d’argento.

Ma tralasciamo per un attimo i film in gara, perché si sa, la notte degli Oscar è un vero e proprio spettacolo a sé stante.

Il piat­to for­te che vale la pena men­zio­na­re è sta­to l’ingresso del Cine­ma per anto­no­ma­sia: Al Paci­no, Fran­cis Ford Cop­po­la e Robert De Niro si impon­go­no sul pal­co a com­me­mo­ra­re i cinquant’anni dell’uscita del Padri­no. Va da sé quan­to sia sta­to leg­gen­da­rio il momen­to, per non par­la­re del­la pre­sen­za sce­ni­ca di tre capi­sal­di del­la sto­ria cinematografica. 

Da ricor­da­re è anche l’assegnazione del­la sta­tuet­ta al miglior atto­re non pro­ta­go­ni­sta. Pre­sen­ta­to da Youn Yuh-jung, vin­ci­tri­ce a sua vol­ta del mede­si­mo pre­mio nell’edizione pre­ce­den­te per aver inter­pre­ta­to la non­na in Mina­ri, il rico­no­sci­men­to va a Troy Kotsur di CODA. La pre­sen­ta­tri­ce annun­cia il nome dell’attore nel lin­gua dei segni, lei che poco pri­ma ave­va scher­za­to su come l’anno pri­ma qua­si nes­su­no fos­se sta­to in gra­do di pro­nun­cia­re il suo nome cor­ret­ta­men­te, e rima­ne sul pal­co a reg­ge­re la sta­tuet­ta men­tre Kotsur rin­gra­zia l’Accademy, appun­to, in lin­gua dei segni. 

Infi­ne, quel­lo su cui pare impre­scin­di­bi­le com­men­ta­re è l’eclatante schiaf­fo di Will Smith al comi­co Chris Rock. Nuo­vo schiaf­fo di Ana­gni? Per la riso­nan­za qua­si si direb­be, ma que­sta vol­ta in effet­to boo­me­rang a rimet­ter­ci a livel­lo di opi­nio­ne pub­bli­ca è sta­to pro­prio Will Smith, che è sta­to costret­to a scu­sar­si pub­bli­ca­men­te in sede suc­ces­si­va. Oltre che sui social, il fat­tac­cio ha inte­res­sa­to le testa­te e i blog inter­na­zio­na­li per gior­ni. La foto del pugno dell’attore ame­ri­ca­no rim­bom­ba­va ovun­que il gior­no dopo la fati­di­ca not­te e con tut­ta pro­ba­bi­li­tà rimar­rà quel­lo che dav­ve­ro ci si ricor­de­rà di que­sta 94esima edizione. 

La sto­ria si rac­con­ta da sé: il comi­co in sede di discor­so si indi­riz­za a Jada Pin­kett Smith, attri­ce e can­tan­te ame­ri­ca­na, pren­den­do­la in giro per il capo rasa­to. L’attrice sof­fre di alo­pe­cia dal 2018, malat­tia di cui la don­na stes­sa si pre­oc­cu­pa di fare divul­ga­zio­ne e sen­si­bi­liz­za­zio­ne, e que­sto ha offer­to l’occasione a Chris Rock di asso­cia­re la don­na al sol­da­to Jane, un per­so­nag­gio del cine­ma inter­pre­ta­to da una Demi Moo­re com­ple­ta­men­te rasata. 

Qua­li sono i limi­ti del­la comi­ci­tà? Si può “scher­za­re” dav­ve­ro su tut­to? For­se non sem­pre e for­se è mol­to cul­tu­ral­men­te con­no­ta­to, basti pen­sa­re a come bat­tu­te che era­no per­fet­ta­men­te nor­ma­liz­za­te anni fa ora sono solo ter­re­no di discri­mi­na­zio­ne. Scher­za­re sul capo rasa­to del­la don­na quan­do que­sta è vit­ti­ma di una malat­tia è par­so ingiu­sti­fi­ca­bi­le, fuo­ri luo­go e soprat­tut­to gra­tui­to. E que­sto Chris Rock non l’ha capi­to, ma a dire il vero non l’ha capi­to subi­to nem­me­no Will Smith, mari­to di Jada Pin­kett Smith, che ini­zial­men­te si abban­do­na a una risa­ta. Cam­bie­rà idea ben pre­sto: nel vede­re l’irrigidirsi di lei, si accor­ge del­la man­can­za di rispet­to, si alza, e sfer­ra un pugno a Chris Rock, inti­man­do­gli colo­ri­ta­men­te di non pro­nun­cia­re più il nome del­la moglie. 

La doman­da è: può una bat­tu­ta, che di bat­tu­ta per chi la rice­ve non ha nul­la, legit­ti­ma­re una rea­zio­ne vio­len­ta da par­te del mari­to in que­stio­ne? La sto­ria non fini­sce qui, per­ché usci­ti da una discu­ti­bi­le rivi­si­ta­zio­ne di un gros­so­la­no film hol­ly­woo­dia­no, ecco cata­pul­tar­ci poco dopo in una sce­na di lacri­me e com­mo­zio­ne, in cui l’attore chie­de per­do­no all’Accademy nel discor­so a segui­to del­la con­se­gna del­la sta­tuet­ta per miglio­re atto­re in Una fami­glia vin­cen­te – King Richard.

«Sono sta­to chia­ma­to nel­la mia vita ad ama­re le per­so­ne, a pro­teg­ge­re le per­so­ne», anche se di qui all’attuazione del nobi­le inten­to stri­de il con­cet­to distor­to di pro­te­zio­ne, che, ammes­so e non con­ces­so che lei ne aves­se biso­gno, Smith ha pen­sa­to attua­bi­le solo con uno schiaf­fo; e stri­de la giu­sti­fi­ca­zio­ne del­la vio­len­za sot­to la con­sta­ta­zio­ne, distor­ta anch’essa, che «l’amore fa fare cose fol­li». Pac­che sul­la spal­la a Smith? Si lasci poste­ri l’ardua – ma for­se nem­me­no trop­po – sentenza.

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Chiara Del Corno
Stu­dio Let­te­re, ma non saprei sce­glie­re il mio libro pre­fe­ri­to, ado­ro i bei film e fos­se per me in sot­to­fon­do avrei sem­pre musi­ca. Se sono a zon­zo, mi tro­va­te sem­pre in bici­clet­ta, amo scri­ve­re per­ché mi ren­de curio­sa e amo curio­sa­re per­ché poi mi fa veni­re voglia di scrivere.

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